L’esercito italiano in Albania, il 28 ottobre 1940, ebbe l’ordine di varcare il confine greco: iniziava così la disastrosa e inutile campagna di Grecia senza adeguata preparazione militare e sulla base di ragioni politiche molto discutibili. Dal 29 dicembre 1940 al 26 marzo seguente passarono sull’altra sponda dell’Adriatico, per raggiungere la Grecia, almeno dieci divisioni di fanteria.
Le truppe italiane furono organizzate in un’ importante opera di contenimento delle offensive greche ai confini greco-albanesi sino al massiccio del Morova. Impervie le zone montuose con condizioni climatiche particolarmente inclementi, scarso l’equipaggiamento.
I corpi d’armata italiani impiegati in questa disgraziata impresa accusarono, sino alla capitolazione della Grecia, 21 aprile 1941, ben “13.755 morti, 50.874 feriti, 25.067 dispersi, 12.368 casi di congelamento” e… dolori inenarrabili ancora vivi nella mente di molti anziani oggi ultraottantenni.
Tutto ciò dimostra ancora una volta quanto la guerra sia qualcosa di assurdamente atroce e barbaro, indegno per una società che voglia fregiarsi del nome “civile”.
In tale straziante quadro si inserisce il ritrovamento, solo di questi giorni, fra vecchi documenti di famiglia, di una toccante, importante testimonianza: una poesia.
Allo stupore della la scoperta si è aggiunto per i familiari, grande commozione e coinvolgimento per le rivelazioni descritte dagli intensi, tristi, dolorosi toni dei versi.
Un amore grande, intrecciato a una drammatica cronaca di guerra. Parole che testimoniano durissimi momenti di vita, dettate dal dolore e dal coraggio, sorrette dalla forza del ricordo della donna amata.
Un generoso e sensibile Soldato, autore della lirica, tiene tutta per sé la sgomenta solitudine e la sofferenza per risparmiare al suo “Amore”, tanta pena. E nella poesia rivela di essere stato bugiardo, per celare all’amata la sofferenza provocata dalla conoscenza della cruda realtà.
BUGIARDO PER NON FARTI SOFFRIRE
(dal fronte della 2^ Guerra Mondiale)
Venne marzo, con sé la primavera
Mentre i fiori sbocciavano ad uno ad uno,
appresi la notizia, era di sera.
Credei far bene non avvisar nessuno,
pensai a te o Rina cara …
e nel mio cuor entraron le sofferenze.
Volli scriverti alfin mia diletta
con la prima bugia: io sto bene.
Era l’alba del 12 quel giorno
E nella notte non potei dormire,
mi sembrava d’averti sempre attorno
e non sapevo cosa ti dire.
Partì il treno a mezzogiorno
Fra tanta folla che ci applaudiva,
partimmo per un incognito ritorno
ed il mio cuore pensando a te soffriva.
Da stazione a stazione
il treno andava per la sua meta,
a una città di porto.
Appena giunto già ci si imbarcava,
nell’esser tanto triste non avevo torto.
Partì il piroscafo che era già notte
ed il mio cuore pensando a te soffriva,
non avevo più sangue nelle vene,
ma io scrivevo ancor: Rina sto bene.
Una colonna d’auto c’attendeva,
prendemmo posto con celerità,
nel cammino ci si ripeteva:
si va in guerra, ed è verità!
Monrova fu raggiunta, era di sera,
si va incontro a maggior pene,
non mi sembrava cosa vera,
ma io ti ripetevo: Rina sto bene.
Ed anche la partenza di lì avvenne,
a piedi incominciò il gran cammino,
io constatai chi per la strada svenne,
di sopportare tutto ero in dovere,
il peso, la strada mi rompea le rene,
pian pianino dovemmo andar a Tomba
ed arrivammo…
Vi giunsi molto stanco,
ma ancor scrivevo: Rina sto bene.
Lasciammo Tomba,
con una pioggia che infuriava
dalla mattina giù fino alla sera,
ormai la guerra ognun provava,
per tanti giovani duro era il cammino.
L’ordine venne di chiamarci Arditi
fummo contenti eravamo tutti uniti.
Volevo esserti allor vicino
Ed invece ero sempre più distante,
fra tutte queste cose di tristezza,
per allegerir la nostra lontananza
volevo per dare a te un po’ di contentezza
continuando a dir: Rina sto bene.
Fatta la marcia con dei sacrifici,
ci dissero: “Vicini sono i Greci…”
Il coraggio d’avanzar non ci mancava,
pieni di fierezza, eravamo Arditi
ed al pericolo più non si pensava,
non si conosceva altro che ardire…
fino alla fine.
Cadevano i feriti vicino a me,
di questa atroce guerra,
in ogni campo si sentiva dire:
“Sterminarla dobbianmo l’Inghilterra”
L’ordine nostro era d’avanzare,
senza pensare a disagi e male.
A te scrivevo ancor: Rina sto bene.
Il giorno venne del 21 aprile,
giorno che mai potrò scordare
18 ore sotto il fuoco vile
con qualche graffiatura me la potei cavare.
Il giorno 22 mattina
dai tedeschi s’apprese la notizia:
la fine della Grecia (poverina!)
potrai capire quanta contentezza…
Se sono stato bugiardo mi scuserai di tutto,
per quel che ti scrissi in precedenza:
non sempre stavo bene…
Ma il vero ardito non dirà mai
qual è stata la sua sofferenza!
Volevo farti sempre più tranquilla,
assai più contenta,
e per non recarti dispiaceri e pene
ti scrivevo sempre: Rina sto bene.
Tuo marito
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Come citare questo articolo
Aurora Gardin. “Una poesia per non dimenticare”. Ventaglio Novanta, n. 31, 2005. https://ventaglionovanta.it/archivio/una-poesia-per-non-dimenticare/