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NARRATIVA

Una pagina per il Destino

di Viviana Segantin

Ventaglio Novanta n. 31 2005 pp. 121–123

Come ogni mattina avevo odiato la sveglia e la sua stridula voce irritante che mi spalancava, da impietosa tiranna, la realtà di una nuova giornata iniziata troppo presto. Come ogni mattina avevo maledetto i ritmi forzati di vita, a me non congeniali, che impone un lavoro dagli orari assolutamente rigidi. Come ogni mattina, aprendo gli occhi con una fatica pari ad un’ardita impresa da eroina nei libri d’avventura, avevo contato quante poche ore di sonno mi ero concessa e mi ero giurata, sapendo di mentire ancora una volta a me stessa, di dedicare più tempo al riposo notturno.

Rapidamente mi ero vestita e leggermente truccata, sorseggiando in piedi una tazza di latte appena intiepidito. Ero scesa in strada precipitosamente e, non appena inserita la chiave nel cruscotto dell’auto, la fretta che aveva fatto il miracolo di vedermi pronta in un quarto d’ora si era improvvisamente vanificata, quando la mia attenzione era stata catturata da un foglietto bianco, ripiegato accuratamente su se stesso ed infilato sotto al tergicristallo.

Pochi secondi pregni di ipotesi mi separavano dal mistero: “Una multa non è…; forse si tratta di una comunicazione di qualche vicino…; o durante la notte è passato un amico da queste parti e mi ha lasciato i saluti…; o magari è semplicemente uno scherzo…”. Mentre i pensieri si susseguivano confusi, il foglio mi scivolava tra le dita; ormai lo stavo aprendo:

“Questa è una pagina che sto regalando al destino. Potrebbe rimanere così: bianca, incompleta, senza senso; uno dei tanti tentativi falliti che costellano la vita; una delle mille strade chiuse che si imboccano per caso e subito si ripercorrono frettolosamente in retromarcia dimenticandole non appena ritrovata la via principale che, larga e traboccante di indicazioni, ci restituisce la sicurezza nel cammino.

Non ci conosciamo, ma quando ti ho vista ho pensato che il destino di ognuno è costituito da pagine scritte e mi sono sentito legittimato ad usare una facciata nel tentativo di incontrarti. Ti cedo metaforicamente il blocco e la penna: decidi tu se gettarli o se concedere un po’ di carta in più alle nostre rispettive storie, facendo intersecare, forse per un attimo, forse più a lungo, due mondi che non si conoscono e non si immaginano nemmeno. Se vuoi regalare anche tu una facciata al destino, fatti trovare domani alle 21.30 davanti alla pasticceria di via De Gasperi. In caso contrario, la tua bellezza mi avrà sfiorato come una ventata leggera in un giorno di primavera; una ventata che porterà via con sé un capitolo forse ingiustamente deprivato della consistenza della trama. A presto o addio.”

Il biglietto era scritto in stampatello, con una penna blu; la grafia era regolare e gradevole alla vista. Non riuscivo ad immaginare chi potesse essere lo sconosciuto che mi aveva osservata e avvicinata in quel modo inaspettato. Avevo provato la sgradevole sensazione di percepire uno sguardo invisibile scrutare i miei movimenti; d’altra parte, la mia vanità di donna era stata solleticata da un sottilissimo piacere determinato dal fatto di essere stata notata e ammirata. Inoltre, il singolare contenuto di quel biglietto aveva notevolmente stuzzicato la mia curiosità.

In ufficio avevo più volte estratto dalla borsa il foglio analizzandone la carta e cercando indizi; ma sapevo che niente, oltre a ciò che esprimevano quelle righe così garbatamente calibrate, avrebbe lasciato trasparire di più; ciò nonostante, non riuscivo ad arrestare l’infruttuosa ricerca. Lo strano potere di quelle parole, l’invocazione del destino, i riferimenti allo scrivere delle pagine (chissà se lui sapeva che stavo pubblicando il mio primo libro o se si trattava di una coincidenza da attribuire al caso), mi lasciavano la sensazione di avere qualche cosa in sospeso. Ma alla fine avevo deciso che sarebbe stato da folli, al giorno d’oggi, presentarsi ad un appuntamento con uno sconosciuto; “Inutile rischiare”, avevo infine concluso riponendo il biglietto nel cassetto e chiudendolo decisa una volta per tutte.

E il tempo aveva avuto la meglio: il foglio era rimasto lì, sepolto dalle carte quotidiane, e il pensiero di quell’individuo senza nome e connotati si era progressivamente sbiadito lasciando però l’immagine nitida, che non mi avrebbe più abbandonata, del destino che stava scrivendo pagine di vita ancora sconosciuta.

L’estate era alle porte e le occasioni per uscire e per frequentare gente non mancavano. Il periodo si presentava particolarmente spensierato, ricco di feste, ritrovi e nuovi locali; mi sentivo piuttosto carica, anche se nessuno, tra i tanti uomini che incontravo, era in grado di catturare veramente il mio interesse.

Una sera, però, ad una cena organizzata da un’amica, dove alcuni invitati avevano portato altre persone – i soliti ‘amici di amici’ che non promettono mai nulla di buono – avevo incontrato Alessandro. Mi aveva colpita immediatamente; non ne sapevo identificare il motivo preciso: una semplice sensazione epidermica dalla forza inafferrabile. “Il destino scrive, anche quando ne siamo completamente ignari” avevo pensato; “e i fogli scorrono e compongono capitoli sui quali se ne accumulano di nuovi. Le pagine vengono continuamente mischiate con quelle di altri, per accavallarsi, avvicinarsi, dividersi o unirsi, a volte per poco, talvolta per sempre”.

Chissà se questa presenza avrebbe lasciato un qualche segno nella mia vita o se sarebbe stata solo un’altra pagina incompleta, insignificante, inutile, presto dimenticata, proprio come quella del biglietto anonimo. Rapita dall’inconsistenza pregnante di queste considerazioni e dalla loro precaria luce soprannaturale, mi ero sorpresa a sperare in silenzio che quella serata mi riservasse un seguito.

Decisa a sfruttare al massimo l’occasione ero riuscita con soddisfazione a dare il meglio di me: ero stata brillante e vivace notando con compiacimento di avere attirato la sua attenzione. Avevamo chiacchierato a lungo, raccontandoci le più disparate vicende personali, come due vecchi amici: si era certamente stabilita un’intesa. Verso le tre stavano ormai rincasando anche gli ultimi ritardatari: gli avevo allora proposto di andare a fare colazione in un bar del centro che a quell’ora serviva brioches calde appena sfornate e lui aveva accolto l’idea con evidente slancio. Avevamo amabilmente chiacchierato fino all’alba: ero entusiasta della compagnia. Solo quando il sole, impertinente, aveva definitivamente decretato la fine della nottata, di malavoglia, avevamo deciso di salutarci.

Ero rincasata con un arcobaleno di emozioni nel cuore: mi sentivo straordinariamente positiva e piena di gioia; in fin dei conti si trattava solo di una piacevole serata, che magari non avrebbe avuto nessuno sviluppo ulteriore. Insensatamente effervescente, non ero stata in grado di annichilire l’impazienza di vivere il domani.

Con un sorriso d’intesa rivolto al fato, fiduciosa di ricevere in cambio un’amichevole strizzatina d’occhio, mi ero infilata a letto, sollevata per il fatto che la domenica mi avrebbe risparmiato l’ironico buongiorno gracchiato come sempre dall’acida sveglia. Con una beata agitazione nel cuore, sfinita dai pensieri che mi navigavano impudentemente liberi nel cervello, mi ero lasciata ghermire da un sonno caotico ed inquisitore, tempestato da sogni sovraffollati di simbologie indecifrabili.

Dopo alcune ore mi ero alzata esitante, ancora incapace di discernere il vissuto dall’immaginato e avevo infilato i primi abiti in cui mi ero imbattuta. Non riuscivo a dare una spiegazione alla potenza dell’impatto emotivo che mi aveva creato la conoscenza di Alessandro.

Avevo deciso di immergermi nella sfumatura regale di blu che sfoggiava il cielo di quella giornata prodigiosamente radiosa, facendo una passeggiata e schiarirmi le idee. Aprendo la porta di ingresso avevo trovato un foglio bianco. E sulle scale un altro, e altri ancora sul pianerottolo. Decine di fogli bianchi conducevano alla strada e portavano fino alla mia auto. Sul tergicristallo, un biglietto identico al precedente. “Lo sconosciuto è tornato alla carica”, avevo pensato stupita, riconoscendo in trasparenza la grafia che tanto a lungo avevo analizzato.

Mentre il cuore impazzito batteva colpi di tamburo e risuonava prepotente in tutta la cassa toracica, avevo letto il contenuto: “Non si sfugge al proprio destino. Attorno a te ci sono le pagine che hai deciso di lasciare bianche in questi mesi. Da oggi, la nostra storia la scriveremo insieme. A presto, Alessandro.”

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Come citare questo articolo

Viviana Segantin. “Una pagina per il Destino”. Ventaglio Novanta, n. 31, 2005. https://ventaglionovanta.it/archivio/una-pagina-per-il-destino/

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