Da Piazza Vittorio Emanuele II (vedasi Ventaglio 28 p.30-33), il nostro percorso prosegue lungo via Cavour fino a raggiungere Porta S. Bortolo, prima di oltrepassare la quale, sulla sinistra si apre via Luigi Boscolo (1823-1906).
Personaggio schivo e certamente non propenso a calcare le scene della mondanità né tanto meno quelle della politica, Luigi Boscolo seguì con passione durante tutta la vita la sua innata attitudine per il disegno artistico. E fin da giovane dimostrò una particolare propensione per la tecnica dell’incisione, allora particolarmente importante, in assenza delle fotografie, perché permetteva di replicare – in copie prodotte a stampa con il torchio – opere desunte dai grandi artisti del passato.
Fin da giovanissimo ebbe l’opportunità di frequentare appositi corsi di arti figurative a Venezia, grazie all’interessamento del comune di Rovigo che, riconoscendo i suoi talenti, gli conferì una idonea borsa di studio. Qui, sotto la guida di un artista quale il famoso Galgano Cipriani, raggiunse in breve ottimi livelli nell’arte incisoria che gli valsero riconoscimenti, aprendogli, non ancora ventenne, la strada per una lunga ed apprezzata professione.
Se le Madonne del Raffaello costituirono un costante riferimento per le sue incisioni, si dedicò con passione anche a riprodurre opere del Bellini, di Longhi, o ancora i soggetti risorgimentali di Hayez.
Oltre che come incisore, Luigi Boscolo fu apprezzato anche come ritrattista e, a questo proposito, furono molto richieste sue opere dedicate ai reali del tempo, ovvero Vittorio Emanuele II e Margherita di Savoia.
Superato il vòlto di Porta S. Bortolo, raggiungiamo via Giovanni Miani (1810-1872). Come Luigi Boscolo (ma prima di questi essendo venuto alla luce tredici anni prima) Giovanni Miani visse la sua adolescenza a Venezia.
Del tutto particolare la vicenda che lo portò nel capoluogo di regione a risiedere in una dimora aristocratica quale fu quella del nobile Alvise Bragadin che, in mancanza di eredi, morendo, lo designò come destinatario delle sue sostanze.
Giovanni Miani, era infatti figlio di una ragazza madre rodigina che aveva trovato occupazione come inserviente a Venezia presso il Bragadin, il quale, affezionatosi al ragazzo e bene impressionato dalla sua intelligenza provvide a farlo studiare, indirizzandolo in particolare verso il mondo della musica. Aspetto questo che ebbe però un risvolto inatteso giacché Giovanni Miani, giovane esuberante, pronto a cimentarsi in imprese ardite, convinto di poter dare al mondo un’opera enciclopedica della musica universale, dilapidò in breve le sostanze ereditate.
Il carattere passionale non poteva tenere lontano il Miani dai moti insurrezionali del 1848; cosicché, quando a Venezia fu proclamata la Repubblica sotto la guida di Nicolò Tommaseo e Daniele Manin, egli, allora trentottenne, accorse in armi tra i difensori della città.
Col il ritorno degli Austriaci dovette perciò lasciare precipitosamente Venezia per riparare prima a Costantinopoli, poi in Egitto dove trovò occupazione al Cairo come violinista e poi come insegnante di italiano e francese.
Ed in Egitto, folgorato dalla ottocentesca passione per l’esplorazione del continente nero, si diede ad organizzare spedizioni in disagiate lande, dimostrando coraggio e determinazione, tanto da meritare l’appellativo di “leone bianco”.
Dopo la prima importante spedizione, realizzata nel 1859 con il sostegno dell’imperatore francese Napoleone III, Miani tornò in Europa accresciuto nel prestigio e tenne una serie di conferenze in varie importanti città, ottenendo nel 1862 a Venezia un’accoglienza davvero entusiasmante. I cimeli portati dall’Africa costituiscono tuttora un’importante raccolta presso il Museo di Storia Naturale di Venezia.
Convocato a Vienna, ebbe il sostegno dell’imperatore Francesco Giuseppe, per cui iniziò a programmare una nuova spedizione alla ricerca delle sorgenti del Nilo, che però, ostacolata in Egitto, fu più volte rinviata. Stanco di attendere, nel 1871, sessantunenne, decise di affidarsi alla sorte in compagnia di cercatori di avorio (in realtà manifestatisi poi degli schiavisti) con cui venne in contrasto, fermandosi nel cuore dell’Africa tra gli indigeni di una tribù che lo assistettero durante una grave malattia che lo portò alla morte nel 1872.
La via rodigina a lui dedicata si conclude nel Largo della Libertà dove nel 1932, sessant’anni dopo la morte dell’intrepido esploratore, è stata posizionata una statua a lui dedicata, opera dello scultore rodigino Virgilio Milani.
A metà di via Miani ha origine un’altra strada dedicata ad un importante personaggio polesano che visse nel XIX secolo ricoprendo un ruolo interessante nel corso del Risorgimento italiano: si tratta del lendinarese Alberto Mario (1825-1883), che allo scoppio degli episodi insurrezionali del 1848, ventitreenne, studente universitario a Padova, si mise in luce tra i fautori dell’agitazione patavina. Motivo per cui, alla ripresa del potere da parte degli austriaci, dovette seguire la via dell’esilio rifugiandosi prima a Bologna poi nel territorio del Regno Sabaudo.
Trovò alloggio a Genova intessendo una fitta rete di amicizie con i patrioti come lui rifugiatisi nello stato piemontese dopo il fallimento della prima guerra di indipendenza. Furono questi gli anni della sua maturazione politica, che videro il giovane Mario abbandonare progressivamente le posizioni giobertiane per aderire al programma mazziniano. La casa di Mario fu fra l’altro frequentata da Carlo Pisacane, autore della sfortunata spedizione che, approdata a Sapri, si concluse con l’uccisione dei patrioti.
L’insuccesso della spedizione ebbe conseguenze anche all’interno dello stato sabaudo dove si procedette all’arresto dei cospiratori, tra cui anche Alberto Mario nonché Jessie White giovane inglese che, dopo aver conosciuto Mazzini esule in Inghilterra, aveva raggiunto i patrioti soggiornanti in Piemonte allo scopo di realizzare un servizio giornalistico.
Inizia in modo romantico la storia d’amore tra i due giovani, per tutta la vita legati da una visione avanzata della società, basata su principi di autentica democrazia ed emancipazione del popolo. Espulsi dal Piemonte dopo un breve periodo di carcere, raggiungeranno la Gran Bretagna dove si legheranno in matrimonio col solo rito civile, per imbarcarsi poi alla volta degli Stati Uniti, allo scopo di condurre una serie di conferenze volte a raccogliere fondi per la causa nazionale italiana.
La notizia dello scoppio della Seconda Guerra di Indipendenza indurrà i coniugi ad un anticipato ritorno per raggiungere i campi di battaglia, obiettivo vanificato dall’armistizio firmato da Napoleone III con l’Austria che poneva fine alle operazioni belliche con un compromesso inviso ai patrioti.
Ma l’anno successivo, alla notizia della Spedizione dei Mille, i coniugi Mario lasciavano la Svizzera dove avevano trovato ospitalità, per raggiungere Garibaldi in Sicilia ed inserirsi attivamente nell’esercito dei volontari. E Mario raccolse poi nel libro “La camicia rossa” le memorie delle azioni militari dei garibaldini. Da allora i coniugi lendinaresi furono a fianco del generale in tutte le iniziative volte a completare l’unità d’Italia: a Mentana e nella Terza guerra di Indipendenza.
E solo a conclusione di questo conflitto, che univa il Veneto al resto del regno italico, Alberto Mario poteva far ritorno alla natia Lendinara. Qui, rifuggendo ogni onore e rinunciando perfino alla carica di deputato per non prestare giuramento di fedeltà al re, continuò la sua battaglia “con la penna”, portando avanti con convinzione le idee democratiche e repubblicane, coltivando dotte amicizie (tra cui quella del Carducci che più volte fu ospite nella sua dimora lendinarese) e impegnandosi nella politica attiva a livello locale. Accettò inoltre la carica di presidente della Società Operaia di Mutuo Soccorso, profondendo le sue energie a favore dei meno abbienti.
In questo periodo fù anche direttore del quotidiano La provincia di Mantova e del periodico Lega della Democrazia, maturando una posizione federalista nell’ambito del movimento repubblicano, che lo portò ad accostarsi al Cattaneo.
Proseguiamo imboccando via Don Minzoni per raggiungere via Cesare Parenzo (1842-1898).
Messosi in luce per le profonde conoscenze nell’ambito giuridico e per l’eleganza della sua arte oratoria, Cesare Parenzo, nato a Rovigo nel 1842, dopo la maturità si iscrisse a Legge all’Università di Padova, iniziando in questo periodo ad interessarsi delle sorti dell’Italia e stringendo relazioni con importanti figure del Risorgimento italiano.
Ventenne, nel 1862 raggiunse Garibaldi all’Aspromonte nel tentativo (impedito dall’intervento dell’esercito italiano) di liberare Roma ponendo fine allo Stato pontificio. Continuò poi gli studi giuridici a Pisa, dove fra l’altro ebbe modo di frequentare Giuseppe Mazzini e di aderire ai comitati che rivendicavano Roma e Venezia come parte integrante del territorio del nuovo stato. Ed in quest’ottica nel 1865 partecipò, con vari patrioti veneti, ai moti nel Cadore, soffocati dal pronto intervento della polizia austriaca. Sfuggito alla cattura, si portò a Torino, dove gli fu assegnata la direzione del giornale L’Avanguardia.
Allo scoppio della Terza Guerra di Indipendenza, arruolatosi nella Legione dei Carabinieri, combattè in Tirolo, utilizzando una carabina ragalatagli personalmente da Garibaldi: cimelio che conservò con per tutta la vita, orgoglioso di essere stato tra i patrioti scesi in armi per formare la nuova Italia.
Tornato a Torino, si spostò poi a Milano alla direzione del Sole per rimpatriare successivamente a Rovigo nel 1867, quando gli fu affidata la direzione del periodico Polesine, rivista liberale.
A Rovigo assunse un ruolo di rilievo nell’ambito dei movimenti democratici. Ne scaturì la sua elezione a deputato al Parlamento, ove ebbe modo di mettersi in luce in più occasioni nella discussione dei più importanti progetti di legge. La morte lo colse a soli 56 anni a Nervi nell’aprile del 1898.
L’itinerario potrebbe considerarsi concluso presso la scuola media “Parenzo” da cui è partita l’iniziativa di conoscenza, ma per un quadro più completo delle “vie dei patrioti” è bene far seguire un’appendice fuori programma raggiungendo, nei pressi della chiesa del Cristo, via Remigio Piva (1840-1919).
Nel 1859, allo scoppio della Seconda Guerra di Indipendenza, Remigio Piva, dicianovenne, studente a Venezia, lascia di soppiatto la città per raggiungere Adria dove, con l’amico e compagno di studi Ludovico Paoli, riesce a superare il Po per raggiungere i corpi dei volontari, senza essere però impiegato in attività di fuoco.
L’anno dopo parteciperà alla Spedizione dei Mille lasciando un ampio memoriale della campagna militare che portò alla fine del regno dei Borboni.
Nel 1862 cerca di imbarcarsi ancora per il Meridione per accorrere al nuovo richiamo di Garibaldi che sbarca in Calabria al grido di “O Roma o Morte”. Piva non riesce nel suo intento mentre il generale è bloccato all’Aspomonte.
Negli anni dell’attesa dei nuovi eventi Piva avrà modo di laurearsi a Bologna (1863) e sposarsi l’anno successivo a Parma con Corinna Tranquillini.
Nel ‘66 è sui campi di battaglia della Terza Guerra di Indipendenza, ottenendo una medaglia d’argento al valor militare per l’ardimento con cui si battè con i garibaldini a Bezzecca. E con Garibaldi sarà ancora l’anno successivo nel tentativo di occupare Roma, bloccato a Mentana.
Tornato a Rovigo, dopo la liberazione del Veneto, Remigio Piva ricoprì la carica consigliere provinciale, di assessore al comune (mentre era sindaco Domenico Angeli) per essere poi eletto sindaco nel 1872.
Nel 1882, alla morte di Garibaldi fu nominato presidente del comitato per la realizzazione di una statua all’eroe del Risorgimento che fu inauguata nel 1896.
Per molti anni memoria vivente dei gloriosi fatti del Risorgimento, nel 1915 partecipò ad una famosa adunata, simbolicamente tenutasi a Quarto, per sollecitare l’intervento dell’Italia nella I Guerra Mondiale, con l’obiettivo di veder completato il programma risorgimentale che contemplava la liberazione di Trento e Trieste.
Compiuta l’unità d’Italia, con la fine del conflitto che chiudeva un periodo storico tanto importante per le sorti dell’Italia, settantanovenne Remigio Piva cessava di vivere nel 1919, mentre era in attesa di notizie sulla marcia su Fiume guidata dal D’Annunzio.
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “Le vie dei patrioti”. Ventaglio Novanta, n. 32, 2006. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-vie-dei-patrioti-2/