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STORIA - TRADIZIONI

La fiera spissochina

Si tiene a Santi, località al confine tra Papozze e Villanova Marchesana

di Paolo Rigoni

Ventaglio Novanta n. 32 2006 pp. 62–65

Santi, dal lato di Villanova Marchesana, accostato ad un bel palazzo padronale, c’è un minuscolo oratorio, sorto nel 1682 per volontà dei nobili ferraresi Guido ed Alessandro Santi, che hanno imposto ovviamente il nome alla località, anche se è da rimarcare che, a quella data, la famiglia era presente ad Adria già da un paio di secoli, offrendo alla città ecclesiastici e notai.

E, come tutti gli edifici, anche la chiesetta di Santi ha il suo mito di fondazione. Sarebbe sorta sul punto in cui la Madonna aveva lasciato l’impronta del suo piede, così come si verificò all’oratorio di Cisimatti e alla chiesa della Madonna della Galvana: “Queste tre chiese sono nate così. Un volta la Madonna è venuta sulla terra per vedere come andavano le cose perché gli uomini si lamentavano sempre… E camminando, camminando, poiché la Madonna voleva visitare ogni luogo per rendersi conto della situazione in poco tempo, faceva dei passi giganteschi, di un chilometro e più… A sfido mi! La ièra la Madona èla! Uno chi, un là, uno d’ sa da Po, un d’ là da Po. Alora, po’ quando cla Madona l’è ‘ndà in cielo, la ‘sènte i ha deciso che in dov’ ca ièra restà la pèca del pè dla Madona de farghe ‘na ciésa. E cussì è ‘gnù…” (Fonte: Antida Malerba).

Un mito di fondazione simile agli innumerevoli motivi che attribuiscono ovunque la nascita di un edificio notabile, e la sua capacità di sfidare il tempo, sopravvivendo nei secoli all’impronta del piede, sia esso del diavolo, del paladino Orlando o di personaggi storicamente rilevanti.

A Santi assistiamo al processo di cristianizzazione del mito, secondo il quale la Madonna prende il posto di esseri leggendari o magici. Bisogna far riferimento ad un’epoca segnata dalle difficoltà, in cui era certamente rischioso viaggiare nel buio della notte, vivere isolati in compagnia dei propri fantasmi, dover frequentare punti pericolosi per il cammino come poteva essere un traghetto: “Stè ‘tènti: no’ stè ‘ndare ai Santi ch’iè briganti e i ve cópa tuti quanti! Che valtri da Vilanova a g’nì ‘sà bù la prova”.

Per superare la vulnerabilità psicologica si ricorreva alla tutela dei santi che umanizzavano l’ambiente rendendolo riconoscibile e controllabile.

L’oratorio della località Santi è dedicato alla Natività della Madonna la cui festa si celebra l’8 settembre. Nel linguaggio popolare tale Madonna è detta “Madona infassà”, perché rappresentata come infanta in fasce, oppure Maria Bambina o ancora “Madona dei masci” perché immediatamente dopo l’8 settembre si raccoglievano i semi della canapa¹.

Ancora adesso l’8 settembre a Santi rimane traccia di una fiera un tempo molto frequentata, partecipata e assai nota in tutto il circondario, in grado di richiamare gente da quei paesi che tradizionalmente gravitavano verso Santi a motivo del traghetto.

Era detta la fiera delle patate americane perché “c’erano numerose bancarelle che si susseguivano una dietro l’altra ricolme di patate lesse o arroste. Poi bancarelle di ciuci e paste, soprattutto le offelle, paste tonde con la marmellata al centro, e i pevarìn, quei biscotti scuri col pepe. Naturalmente il ballo e i salti”.

La fiera dei Santi era detta anche assai curiosamente “fiera spissochina”(cioè fiera dei pizzicotti), o “spissocóna” o ancora “spalpassóna”.

Perché?

Dicono gli informatori: “Perché la fiera durava sino al dopo cena, quando si faceva buio. Allora i giovani si davano da fare con le ragazze, allungavano le mani approfittando della poca luce per toccare”; “Perché giovanotti e signorine si appartavano nella golena del Po, lontano da sguardi indiscreti…”; “Perché c’erano ‘quelle donne’ che venivano appositamente per la fiera frequentata da molti uomini”. Molto più casto invece questo motivo: “Perché la gente era molto povera, non aveva soldi nemmeno per comprarsi le patate americane e così passando lungo le bancarelle spissocava (pizzicava) senza che il venditore se ne accorgesse e mangiava senza dover pagare”.

Ma, fra tutte, più interessante mi sembra la seguente testimonianza: “Perché alla fiera, come per una sorta di corteggiamento, i fió passan’ dré a chi fióle i gó spissocava i brassi, ‘na massèla, in t’la schina, in t’na culata… I fióle i s’ ‘sirava par tirargh’ ‘na slèpa… Ma ‘l iéra un ‘sugo… Almanc’ a m’ paréa ca fuss’ acsì”.

Non voglio lanciarmi in interpretazioni che porterebbero alquanto lontano e potrebbero sembrare o effettivamente essere troppo “tirate” da punto di vista antropologico. Mi limito soltanto a due notazioni.

La fiera dell’otto settembre cadeva nel ciclo dell’equinozio d’autunno, dominato dalla figura di S. Michele, il santo pesatore delle anime. Il tempo equinoziale, come quello solstiziale, era tempo critico, tempo “forte”, di passaggio, e ciò spiega la persistenza nella tradizione di credenze radicate come quella che veniva chiamata la “Cavalcata di S. Michele”, cioè l’avvento di tre giorni di pioggia fredda e tempestosa durante i quali l’arcangelo dalla spada fiammeggiante si poteva intuire tra i nembi e le saette.

Anteriormente alla sua cristianizzazione, la violenta perturbazione d’autunno si credeva provocata da “daemonii tempestarii”, che saliti dal mondo infero scagliavano fulmini di tra il cielo nero. La cosiddetta cavalcata, poi, era del tutto analoga alla “batùa” o “bataissa” di S. Giuseppe, che cadeva nell’equinozio di primavera.

In secondo luogo il “gioco” dei pizzicotti, sembra condurre ad una sorta di rituale magico, volto ad evocare fertilità, che connotava in varia misura un po’ tutte le feste della tradizione popolare. Basti pensare all’ostentazione di forme procaci ed allusive nei travestimenti del corteo della Befana o a certe maschere carnevalesche nelle quali attributi sessuali sono ancor più manifesti. E ancora: nel mentre il “brusavècia” crepitava e si tentavano i segni dalle volute del fumo, i giovanotti inseguivano le ragazze per segnarle con un carbone oppure, molto più semplicemente, per pizzicarle dispettosamente…

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Come citare questo articolo

Paolo Rigoni. “La fiera spissochina”. Ventaglio Novanta, n. 32, 2006. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-fiera-spissochina/

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