Sono davvero pochi i luoghi dove ancora oggi si possono sentire gli aromi e i sapori di un tempo; sono rare le occasioni di assistere ai mestieri di una volta, sopravvissuti al dilagare della tecnologia, ed approdati al ventunesimo secolo con il ritmo della tranquillità e con la perfezione di una tradizione secolare. Tra le pochissime realizzazioni del passato, miracolosamente giunte ai nostri giorni pressoché indenni dalle contaminazioni industriali, un ruolo di rilievo è svolto dal mulino di Ficarolo.
Orgoglioso della sua storia, tra la provincia di Rovigo e quella di Ferrara, è una sorta di “istituzione” antica, conosciuta da numerosi clienti e alcuni appassionati.
L’edificio è una costruzione di circa un secolo che dall’esterno appare piuttosto fatiscente. Dal cortile, dove si svolge quotidianamente un’attività commerciale di articoli per gli animali e il giardino, si vedono due livelli di finestre non completamente integre, che sostengono una copertura con travi di legno sporgenti. All’interno, viene utilizzato solo il piano terra, dove sono sistemati altri articoli in vendita e dove si respira un’aria particolare, carica di un aroma genuino.
Dopo il magazzino, infatti, si resta ammirati nel vedere un ingombrante meccanismo elettrico che supporta due grossi contenitori di legno a forma di botte e altri due con le sembianze di imbuti collegati a un grosso tubo superiore. Si tratta di un antichissimo sistema per macinare i cereali: una macina a sasso che tuttora svolge attività quasi quotidiana.
Salendo le scale polverose e scoscese, si arriva a un primo e a un secondo piano: i pavimenti in legno cigolano e traballano un po’, la polvere invade ogni cosa. I due spaziosi ambienti contengono una quantità straordinaria di antichi meccanismi e attrezzi in disuso da decenni. È il loro valore affettivo, unito a una certa difficoltà per ricollocarli, che li ha tenuti immobili per tanto tempo, fino a farli divenire una preziosissima documentazione storica.
La storia del mulino di Ficarolo affonda le proprie radici agli albori del secolo scorso: nel 1924, infatti, trovò sede definitiva in via Ravelli una macina prodotta a Monza dai fratelli Pagnoni, che fino a quel momento aveva funzionato sul Po grazie alla corrente del fiume. Un primo impianto a gas fu presto sostituito, nel 1925, dalla corrente elettrica, con cui funziona a pieno regime da ben 80 anni.
Severino Bisi, proprietario del mulino, dopo 52 anni di intenso lavoro, ha ceduto nel 2003 l’attività a Maurizio Negri di Salara e poi a Maurizio Meneghini di Stellata (Fe), ma tuttora non manca di farvi visita quotidiana, con tanto orgoglio e un pizzico di nostalgia.
Vecchi e polverosi documenti attestano l’acquisto di un complesso costituito da molino, pastificio, casa e rustici, comperato in data 8 giugno 1951 dai fratelli Emilio, Ippolito, Giuseppe e Vittorio Bisi a seguito del fallimento della precedente attività di Gualberto Mantovani e Ottorino Ricci. I quattro fratelli Bisi, emigrati a Poggio Renatico nel 1925, sono ritornati 26 anni dopo a Ficarolo, dove erano nati, e hanno riaperto l’attività molitoria, relativa alla sola macinazione, con un mulino a cilindri e con le macine di sasso per la lavorazione integrale del grano e del granoturco.
“Siamo venuti ad abitare qui verso la metà di giugno del 1951, racconta Severino Bisi, poco prima della disastrosa alluvione del Po. I miei zii Emilio e Giuseppe sono rimasti a Vigarano Mainarda (Fe), a condurre l’azienda che già gestivano occupandosi di agricoltura, frutticultura, trattamento della canapa e lavori con macchine agricole in conto terzi. Io ho iniziato da piccolo ad imparare con mio papà Ippolito e mio zio Vittorio l’attività molitoria, che è diventata presto di tipo industriale: producevamo e vendevamo la farina a forni, privati e panifici non solo nei paesi limitrofi fino a Ferrara, ma anche in numerose località della riviera romagnola.”
Praticamente il mulino era frequentato da tutti i contadini del paese, che all’epoca vantava circa 5000 abitanti, e dei dintorni: portavano il grano per produrre sia le farine sia la crusca per l’alimentazione del bestiame. All’epoca, per riuscire a soddisfare le richieste dei clienti, le fasi di produzione delle farine costringevano a turni di lavoro lunghi e faticosissimi. Il mulino aveva diversi settori di attività: vi era il mulino ad “alta macinazione”, che trasformava il grano in farine impiegate nei prodotti da forno e per uso domestico. Questo tipo di lavorazione prevedeva due fasi operative: la “pulitura” e la “macinatura” vera e propria. Il tutto si svolgeva in due turni di lavoro, per un totale di circa sedici ore e con un ritmo che trasformava ben sette quintali di frumento all’ora.
C’era poi il mulino a “bassa macinazione”, che lavorava i cereali per uso zootecnico. In questo caso si riduceva il tempo impiegato per portare a termine l’operazione a “sole” otto ore, per un totale di quattro quintali di grano macinato ogni ora.
Nel periodo estivo venivano immagazzinati e lavorati approssimativamente 6000 quintali di grano, proveniente per lo più dalle campagne locali e in minima parte da colture straniere (queste ultime erano utilizzate per la preparazione della “farina di forza”, una miscela pregiata di diversi tipi di grano nazionale ed estero, per uso alimentare).
Nel 1960, per adeguarsi alle nuove norme igienico-sanitarie, è stato necessario aprire, nei piani superiori dell’edificio, un reparto per la pulitura del grano, una zona dove il prodotto destinato all’uso alimentare veniva lavato, fatto asciugare bene e predisposto alla successiva fase della macinazione.
Dopo non molto tempo le strutture sono diventate inadeguate per far fronte alla concorrenza sempre più consistente e agguerrita, quindi è stata interrotta l’attività molitoria e i fratelli Vittorio e Ippolito si sono divisi. Quest’ultimo, assieme al figlio maggiore Severino, subentrato al padre dal 1968, ha continuato il lavoro tenendo in funzione solo le vecchie macine a sasso e trasformando i locali in attività commerciale per la vendita di prodotti farinacei di ogni tipo e di articoli per bovini, suini, equini, ovini e animali domestici.
Il mulino di Ficarolo è così rimasto legato alla tradizione e ai sistemi antichi, proseguendo ininterrottamente la macinazione di granoturco e orzo con il sistema “integrale” a bassa macinazione, cioè senza separare le parti dei cereali. È soprattutto sopravvissuto alla massiccia industrializzazione di ogni tipo di attività, fornendo prodotti particolarmente richiesti per quella che i clienti affezionati hanno definito una “qualità inimitabile”.
Oggi si può affermare che quello di Ficarolo sia rimasto in Italia uno degli ultimi mulini “a palmenti” per la macinazione integrale e biologica di cereali. La macina a sasso è la più antica del Polesine: è uno strumento che risale a ben 250 anni fa, come si legge ancor oggi sulla targhetta dei costruttori posta sulla macchina.
Ogni anno Severino Bisi ospita numerose scolaresche, che prenotano con mesi di anticipo la visita al mulino con i loro insegnanti. “Sono tutti interessati e curiosi – afferma con soddisfazione – soprattutto quando vedono la macina in funzione e possono toccare con mano il prodotto che paragonano a una bella nevicata! Bambini e ragazzi sono attirati e incuriositi da un procedimento lavorativo altrimenti sconosciuto, ma anche da attrezzature tanto antiche, da strumenti polverosi, così lontani dalla lucente tecnologia di oggi.”
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Come citare questo articolo
Sofia Teresa Bisi. “Il Mulino di Ficarolo”. Ventaglio Novanta, n. 33, 2006. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-mulino-di-ficarolo/