A metà Ottocento l’istituzione della “ruota” in Italia era ancora molto diffusa, specialmente nel meridione; si contavano in funzione circa milleduecento ruote per accogliere i bambini abbandonati.
Esistevano non solo nelle province, ma anche nei centri minori; nel Veneto a Schio, Bassano, Este, Monselice, mentre non c’era ancora a Rovigo, per cui dal Polesine i neonati venivano mandati all’Istituto degli Esposti di Padova sito in via Ognissant.
Era dunque divenuto necessario aprire un “ospizio” anche nella nostra provincia poiché in quell’epoca per raggiungere Padova occorrevano due giorni da Rovigo e la mortalità era altissima. Il disagio era enorme, basti pensare che da Adria chi voleva raggiungere Rovigo doveva lasciare i cavalli a Sant’Apollinare e per vie impraticabili e fangose proseguire a piedi.
Della necessità di attivare nel capoluogo del Polesine un istituto per gli infanti abbandonati si fece portavoce anche il Vescovo Bernardo Antonio Squarcina. Finalmente la Casa per gli Esposti di Rovigo fu inaugurata il primo novembre del 1846, con autorizzazione della corte di Vienna, che comunque non vedeva di buon occhio il sistema dei brefotrofi. Ciò era già stato segnalato in una circolare del 1825, in cui il Governo biasimava l’inconsulto zelo dei parroci che costringevano la madre ad abbandonare la prole per evitare lo scandalo.
La Pia Casa ebbe sede in alcuni locali angusti e malsani dell’Ospedale di Santa Maria della Misericordia, appena ricostruito, presso Porta Arquà, entro le mura medievali. Per l’inadeguatezza degli ambienti assegnati agli esposti, nel 1856 furono acquistate tre casette dietro l’ospedale, addossate internamente alle mura. Infine, nel 1868 la Pia Casa veniva trasferita all’ex convento dei Cappuccini, uno stabile a tre piani, con la chiesa di San Michele, adiacenze (stalla, fienile, lavanderia e pozzo), sotterranei e orto tutto cinto da un’alta mura in cotto. Nell’orto erano piantate numerose viti e molti peschi, peri e meli. A levante, dalla parte dell’ingresso, scorreva l’Adigetto, dove più di un esposto ha rischiato di annegare. A sud, la secolare “stradella dei Cappuccini” assunse in seguito la denominazione di “vicolo degli Esposti” (ora vicolo Cristina Roccati).
Nella Casa funzionava una ruota di cui non si hanno notizie relative alla sua esatta ubicazione.
Prima dell’apertura della Pia Casa a Rovigo, gli esposti venivano affidati alle locali congregazioni di Carità, fra cui quella che fungeva da penultimo tramite come l’“Istituto figliale”, il quale operava senza proprie sostanze e interamente sussidiato dall’ospizio Centrale di Padova, per il primo mantenimento e il trasporto degli infanti abbandonati. Durante tale trasporto la mortalità degli infanti era elevatissima.
Alla fine del 1826 trovatelli polesani giungevano a Padova nelle “provvide cestelle” e, come dice il Bertoli, “mal ravvolti in isporte od altro ch’è troppo logoro o inadatto, perciò soggetto a caduta o a soffocamento, ed…alli rigori delle stagioni”¹.
Chiusa la pratica della ruota – si sa per certo che il primo gennaio del 1876 ci fu la sua abolizione – nel 1877 presso la Casa degli esposti fu istituita una Sezione di Maternità destinata all’accettazione delle partorienti illegittime (nubili, vedove o separate legalmente) sia miserabili che possidenti, desiderose di sottrarsi alle indagini e alla curiosità locali, affidando i figli al segreto dell’ospizio. Il regolamento prevedeva la garanzia dell’anonimato e la divisione delle fanciulle primipare dalle recidive, note per l’esercizio della prostituzione; la separazione delle sifilitiche dalle sane. In caso di riconoscimento del figlio, alla madre che allevava personalmente la prole veniva corrisposto un sussidio di 9 lire al mese per la durata di un anno; tale somma era assegnata anche alle balie esterne.
Poiché questo esperimento adottato nella provincia di Rovigo aveva dato esiti felici, chiusa la Casa degli Esposti, l’Amministrazione provinciale assumeva esclusivamente l’onere del mantenimento dei neonati abbandonati sulla pubblica via e dei figli di donne delinquenti e carcerate².
Chi nella nostra provincia ebbe a cuore il problema degli esposti fu Jessie Meriton White (Portsmonth 1832 – Lendinara 1906), moglie di Alberto Mario. Donna d’azione, impegnata nelle lotte risorgimentali e nella pubblicistica politica e sociale, “Miss Uragano”, così definita da Mazzini, aveva pubblicato “Le opere pie e l’infanticidio legale”, uno scritto critico nei confronti delle istituzioni, nel quale approvava l’abolizione del brefotrofio di Rovigo, ritenendo che l’amministrazione si fosse vergognata di spendere 75.000 lire l’anno per “uccidere” il 56 per cento dei figli illegittimi affidati alla beneficenza pubblica.
Si calcolarono 5.671 i neonati accolti nella Casa degli esposti di Rovigo, entrati attraverso la ruota o dalla sezione maternità o consegnati dalle levatrici e dai portatori incaricati dai vari Comuni polesani. Nel numero sono compresi anche i legittimi affidati alla Casa per l’“anno di latte”.
La fine della Casa avvenne in un periodo drammatico della storia polesana. Furono gli anni ottanta, quelli della grande gelata del Po (1879-1880), della rotta dell’Adige (1882), della “boje”, ossia dei moti contadini (1884), ma anche del vaiolo, del colera, della difterite, della pellagra. Con l’introduzione delle idrovore a vapore furono asciugati nel giro di pochi anni i fondi intorno ad Adria e l’aratro aveva sostituito migliaia di zapponanti. La gente non poteva più cacciare, pescare e raccogliere la canna nelle valli ridotte a coltura, il “diritto di vagantivo”, esercitato da tempo immemorabile, fu abolito. I poveri soffrivano la fame e iniziarono un esodo doloroso verso il lontano Brasile, negli stati di San Paolo, di Minas e del Parà. Molti tenutari senza lavoro emigrarono assieme ai figli, seguiti spesso dagli esposti che avevano allevato e forse amato come i propri figli³.
Il bacino di raccolta degli esposti dell’Istituto di Rovigo fu limitato al Polesine e a qualche paese del Padovano più vicino a Rovigo che a Padova.
Il maggior numero di figli illegittimi giunsero a Rovigo, Adria, Badia, e Lendinara. Pochissimi i bambini provenienti dal Delta del Po (Contarina, Donada, Taglio di Po, Porto Tolle e Rosolina). Le cause di ciò vanno cercate nelle grandi distanze da percorrere in barca o sulle strade arginali tra fiume e palude, allagate a ogni pioggia e che mal si prestavano ai transiti.
La Casa fu un luogo di passaggio: nel giro di pochi giorni occorreva trovare una famiglia e una donna in grado di allattare il neonato. Per abbassare l’indice di mortalità durante il trasporto, nella stagione invernale vennero ideati degli involucri metallici ad acqua calda da collocare nelle ceste dei neonati, per evitare l’intirizzimento mortale.
Poteva accadere che gli esposti ritornassero alla Casa per vari motivi: malattia, cattiva condotta, estrema miseria, immoralità, violenza, morte o emigrazione dei tenutari. Frequenti anche i casi di bambini che andavano alla questua. Le ragazzine, impiegate come cameriere, passavano da una famiglia all’altra e spesso subivano violenze sessuali.
A diciotto anni, se maschio, a ventuno, se femmina, l’esposto cessava di essere assistito dall’Istituto. I maschi trovavano lavoro nelle ferrovie o come doganieri, molti si ritrovavano soli senza casa e senza mestiere, senza alcun legame con la società. Per evitare questo la Pia Casa cercava di collocare gli esposti presso famiglie. Le ragazze, se si sposavano, ricevevano un “assegno di dote” di 93.06 lire, ma non percepivano nulla se entravano in convento⁴.
Un aspetto molto significativo, relativo alle vicende degli esposti, sono stati i contrassegni o “segnali”. Questi simboli rappresentavano un’importante fonte per la storia della pietà polesana nella seconda metà dell’Ottocento. Si tratta di un segno di riconoscimento che accompagnava il bambino all’atto della consegna all’Istituto degli esposti, necessario qualora le madri avessero voluto in un secondo momento riprendersi il loro piccolo.
Prendevano una carta da gioco, o un santino, o una medaglietta e ne facevano due metà. Una parte rimaneva alla madre e l’altra veniva posta tra gli indumenti del bambino. Quando questo veniva accolto nell’istituto, le suore mettevano in un fascicolo particolare questo segno di riconoscimento. La madre, in tal modo, anche dopo tre, quattro o dieci anni, se le condizioni lo permettevano, si presentava all’istituto e, presentando la metà del “segnale” in suo possesso, poteva avere notizie o vedere il figlio⁵. Anche se gli oggetti sono andati irrimediabilmente perduti (pochi si sono salvati), rimangono dettagliate descrizioni nei “registri ruota”, nelle schede di entrata, nei processi verbali di esposizione e accettazione dell’infante, nei certificati di nascita e negli atti di riconoscimento.
I contrassegni della Casa di Rovigo si caratterizzano per l’elevato numero di medaglie quasi tutte religiose: “brevi”, crocifissi, rosari, cuori, figurine di Sant’Antonio da Padova, ecc.. All’area profana appartengono monete, gioielli, placche di metallo, contenitori in tessuto, nastri, biglietti manoscritti, carte da gioco, ecc.⁶
La cultura della tutela
Se l’adozione della “ruota”, i brefotrofi, le Case Pie rimangono sistemi relegati ad un passato in cui l’infanzia non era per nulla considerata, nel Novecento si è entrati in un’altra cultura per cui i bambini sembrano essere stati la più grande scoperta come soggetti d’attenzioni e di diritti.
Durante il fascismo furono introdotti i primi provvedimenti che andavano a favore dell’infanzia rivolgendo l’attenzione anche al problema degli abbandoni. Nel 1939, infatti, fu dato inizio all’istituzione dell’“affiliazione”, in modo che i figli dell’anonimato potessero assumere il cognome di chi li allevava e si impegnava ad amarli come suoi figli. I compensi dei tenutari erano discreti e il loro comportamento era controllato periodicamente da “ispettori volanti” che giungevano nelle case di campagna per constatare personalmente come gli esposti venivano trattati. Se non veniva trovato in buono stato, l’esposto era riconsegnato al brefotrofio⁷.
Ma per venire a tempi più vicini dobbiamo giungere al 1989 quando le Nazioni Unite hanno introdotto una Convenzione sui diritti per l’Infanzia con leggi a difesa dei bambini affidando all’UNICEF il compito di garantirne e promuoverne l’effettiva applicazione negli Stati che l’hanno ratificata (attualmente il 96/% nel mondo). Tra i 54 articoli ce n’è uno, l’art. 7, che si riferisce al diritto dei bambini a essere registrati all’anagrafe subito dopo la nascita, nonché ad avere un nome e una nazionalità. Ciò è fondamentale per l’identità del nuovo essere che ha diritto di esistere come persona.
Oggi nessun bambino può più essere abbandonato; leggi severe perseguitano madri che abbandonano la prole, la quale viene protetta dai Giudici Tutelari che si prodigano ad affidare i bambini privi di genitori a famiglie che ne fanno richiesta; sono facilitate per legge anche le adozioni di minori. Inoltre esistono associazioni preposte alla salvezza della vita nascente. Il Movimento per la Vita è una di queste associazioni, che si prefigge vari scopi: promuovere la protezione di ogni essere fin dal suo concepimento; riaffermare il diritto alla vita di ogni essere umano; perseguire tutte le iniziative che a livello di legislazione, di cultura, di costume siano idonee a proteggere la “Vita”. Anche il Centro Aiuto alla Vita si propone importanti finalità: andare incontro con forme concrete alla mamma in attesa di un figlio; prodigarsi affinché il dramma di accogliere un figlio o meno non sia vissuto dalla donna in solitudine.
Per concludere, l’attenzione rivolta soprattutto agli esposti, nati fuori del matrimonio o nello squallore di una povertà sia materiale che morale, è stata un’occasione per riflettere sul mistero divino di ogni vita, sul fatto che ogni uomo che nasce è unico, irripetibile, indispensabile. Faccio mio il sentire del poeta Tagore, che del bambino dice: “Mi hai fatto senza fine/…Questo fragile vaso/ continuamente tu vuoti/ continuamente lo riempi/ di vita sempre nuova/…Su queste piccole mani/ scendono i tuoi doni infiniti./ Passano le età, e Tu continui a versare/ e ancora c’è spazio da riempire”.
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Come citare questo articolo
Francesca Magon. “Gli “esposti” in Polesine”. Ventaglio Novanta, n. 33, 2006. https://ventaglionovanta.it/archivio/gli-esposti-in-polesine/