E’ una delle creature prodotte dalla fantasia del popolo, che hanno prosperato nei tempi in cui la vita si regolava sui quadranti delle stagioni e la gente viveva rispettando le tradizioni, quando i rapporti tra le persone erano meno crudi e meno smaliziati.
Qualcuno ha creduto di individuare il babau nell’Uomo Nero, che porta via i bambini; altri l’hanno immedesimato nella mitica figura di Salvanello che ogni tanto scende dalla luna, dove è relegato per le sue malefatte, sulla terra per raccogliere nel suo saccone le anime dei peccatori incalliti o dei bambini disobbedienti; altri ancora in figure mitiche o meno mitiche secondo di come dettava la fantasia o il genio creativo delle persone. Per definizione letteraria, in moti vocabolari è indicato come “un mostro immaginario per spaurire i bambini”. Da dove ci viene questa parola? Gli etimologisti ci dicono che si tratta di una voce onomatopeica dal bau bau dell’abbaiare; ma anch’essi non tutti sono d’accordo.
A volte le vie della storia delle parole ci risultano insolite e misteriose; a volte la spiegazione del mistero è meno misteriosa di quanto si pensa e molto spesso non c’è bisogno di scomodare Dylan Dog, l’indagatore dell’incubo, per sciogliere l’arcano. Si può solo osservare che i bambini d’oggi, anche i più piccoli, in presenza del babau sono reattivi neppure della metà di quanto accadeva ai loro genitori e progenitori quando erano pure loro dei cuccioli. Intanto rileviamo subito che questo babau si è semplificato anche lui, dati i tempi sempre più scettici e dominati dalle statistiche e dai dati tecnologici e scientifici. E’ diventato un solo Bau (fare bau) nel significato di incutere timore; e siccome, a rigore non risulta ancora sufficiente per sommuovere emotivamente i rampolli odierni sempre più smaliziati, si modifica in fare bausette o, meglio, fare baucette. Al di là che non suscita più alcun timore di sorta, anche quest’espressione si è adattata ai tempi ed è decaduta tanto da significare solamente fare capolino, farsi vedere a poco a poco, come capita a chi scherza con un lattante, levando a poco a poco le mani aperte poste davanti alla propria faccia. E sono convinto che il lattante in questione non ride per la sorpresa, bensì piuttosto per l’espressione da scemo che scopre dietro quelle mani. Diamo pure colpa di tutto questo alla televisione e diciamo che è frutto della cultura di questa società dell’era atomica che non sa sorprendersi più di nulla.
Ma torniamo ai tempi di una volta, quando il babau provocava il panico dei bambini.
Chi sia, come sia fatto questo spauracchio, nessuno può sapere. S’immagina nero, ma mai nessuno l'ha visto; si dice che porti con sé sempre un saccone dentro il quale infila i bambini capricciosi, ma quel sacco deve essere pieno di buchi perché mai nessun bambino è stato portato via. Dovrebbe essere affamato e possedere una bocca simile alla voragine di un pozzo. Eppure non ha mai soddisfatto la sua fame.
E’ sempre rintanato in qualche angolo della casa, di solito preferisce angoli sperduti, poco frequentati, pericolosi per i bambini (varda ca ghe el babau). Preferisce gli sgabuzzini bui, le scale ripide, i sottoscala, i ripostigli, le cantine umide… Non si è mai visto, neppure intravisto per la casa, eppure è lì presente; altrimenti come farebbe a sapere, vedere, sentire tutto ciò che fanno i bambini?
Se incute momentaneo timore, se diventa un incubo è ben presto superato poiché questo essere, come spauracchio, fa ormai davvero on bao (fa davvero un baffo!).
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Come citare questo articolo
Adriano Romagnolo. “C’era una volta il Babàu”. Ventaglio Novanta, n. 33, 2006. https://ventaglionovanta.it/archivio/cera-una-volta-il-babau/