C’era una volta un bovaio che doveva superare un gorgo per andare verso Adria, con un carro carico di frumento. E’ quel gorgo che c’è a Curicchi, tutto pieno di fango; e i buoi non erano capaci di andare avanti perché il carro affondava. Allora il bovaio cominciò a gridare: “Aiutooo aiutoooo!”, ma niente. C’era come un vortice, come una forza che lo tirava giù.
Mentre stava per essere inghiottito, gli si fece dinanzi una vecchia, tutta vestita di nero: “Prendi questi tre grani di fava: uno bianco, uno nero e uno rosso: se vuoi salvare te e il tuo frumento dà da mangiare il grano nero ad un bue, il grano rosso all’altro e quello bianco mangialo tu”.
Il bovaio fece come diceva la vecchia e di colpo i buoi ripresero forza. I ha descalancà il carro e si avviarono verso Adria.
Al ritorno, quando il bovaio fu vicino al gorgo, provò a vedere se c’era ancora la vecchia che gli aveva salvato la vita per ringraziarla, ma non c’era nessuno. Non capì mai questo fatto. Ma da allora per andare in Adria cambiò strada¹.
La leggenda popolare, che si raccontava nelle borgate attorno ad Adria, fa riferimento al gorgo di Curicchi, la cui presenza è ampiamente documentata da F. A. Bocchi nella sua Cronaca Idrografica.
Il gorgo si è venuto a formare causato dalla maggior forza della corrente sulla sponda sinistra del Po, dalla conseguente assenza della golena e dalla presenza di un froldo, per cui frequenti esondazioni minacciavano i campi e l’abitato: “… e così – si legge in un antico documento – questo tratto da Belliera [Panarella] a Mazzorno, battendo il filone ora a destra ora a sinistra, aiutato da successivi ritiri, si dispose a sì viziosa lunata, che le rotte vi si sono minacciate quasi ad ogni piena; spaventevole specialmente per la città di Adria, essendovi un punto tra Corbola e Belliera, ove la lunata medesima volge il filone contro la generale direzione del fiume, a nord ovest, ad infilare direttamente la via maggiore di Adria alla distanza di pochi chilometri²”.
Legato a questo gorgo, vi è un secondo motivo leggendario che, nello schema, ripete quelli che insistono sui numerosi gorghi polesani. Ecco il racconto:
“Una volta, la chiesa di Bellombra si trovava a Curicchi. Una notte cominciò a piovere a dirotto…, tuoni, lampi, tempesta, il vento che ululava… Le acque del Po si ingrossarono, salirono, salirono finché schiantarono gli argini e travolsero ogni cosa. La chiesa si provò a resistere ma era una lotta impari… Poi, di colpo, precipitò con un boato pauroso sprofondando nelle viscere della terra. Alla mattina, ritornata la bonaccia, tutti si precipitarono a vedere… Non trovarono più nulla: solo un grande e placido gorgo che di tanto in tanto lasciava uscire in superficie dei bóvoli, unico segno della chiesa che stava là in fondo. E ancora adesso, nelle bufere invernali o la vigilia di Natale, si possono udire le campane che mandano i loro rintocchi³”.
Si tratta di un mito di fondazione secondo tipologie narrative assai frequenti nelle zone d’acqua, soprattutto accanto ai gorghi. Per rendere duraturo l’edificio nei secoli, può trattarsi di una chiesa, di un ponte, di un monastero o di un palazzo, c’è la necessità di accattivarsi il favore dei custodi inferi con un’offerta rituale. Oppure è necessario sacralizzare il luogo, in cui sorge l’edificio, per mezzo di un sacrificio edilizio che, nella tradizione orale, può consistere nel semplice sprofondamento della costruzione precedentemente esistente. O ancora il riferimento del racconto va alla tragica morte, volontaria o meno, di un essere umano che ne diverrà l’eroe fondatore.
Per quanto riguarda la località del gorgo di Curicchi è nota anche un’altra narrazione leggendaria che tuttora viene tramandata:
“Lì alla Goresina, vicino a Curicchi, c’era una volta una chiesa che poi è stata inghiottita insieme alla gente che vi stava dentro. Successe così, almeno mi hanno raccontato. C’era una bellissima e ricca fanciulla, cui era stato imposto di sposare un uomo più vecchio che lei non amava. Aveva perciò tentato di rifiutarlo con mille pretesti ma alla fine dovette piegarsi al volere del padre. Così il giorno delle nozze, quando tutti erano in chiesa per la celebrazione del matrimonio, al momento di pronunciare il sì, lei esclamò: ‘Che sprofondi la chiesa, che la terra possa inghiottire me e tutti voi, piuttosto di prendere quest’uomo come marito!’ E così avvenne”.
Dietro la morte della povera infelice e dei suoi invitati, si cela una forma di devotio: un autosacrificio, una sorta di consacrazione agli dei inferi, come risulta ampiamente da testimonianze letterarie d’epoca classica.
Tito Livio, ad esempio, riferendosi a Roma, scrive di un profonda fossa venutasi a formare nel Foro, fossa cui si doveva sacrificare se si voleva che la Repubblica durasse in eterno: “Allora, a quanto raccontano, Marco Curzio, giovane prode in guerra. […] si votò agli dei Mani; montando quindi in armi un cavallo il più possibile bardato, si lanciò nel baratro; doni votivi e biade furono ammassati sopra di lui dalla folla degli uomini e delle donne⁴”.
E Tacito, nella monografia sulla Germania, riferisce di un’usanza dei Germani, secondo la quale i ministranti della dea Nerhtus, al termine delle cerimonie annuali, erano affogati in un lago insieme al simulacro della dea e al carro che lo trasportava⁵.
Ma torniamo al primo racconto per trovare una spiegazione ai tre grani di fava di diverso colore che il bovaio lancia all’acqua del gorgo. Anche in questo caso è evidente il riferimento ad una tradizione antichissima. La fava, infatti, era rituale offerta di propiziazione rivolta alle divinità plutoniche e ai defunti. Ovidio nei Fasti narra dell’usanza di lanciarla all’indietro per placare gli spiriti che, col nome di Lemures, nelle notti del 9, 11 e 13 maggio rifluivano dalle tenebre notturne: “Verso la metà della notte, quando i cani e gli uccelli variopinti tacciono, l’uomo che non ha dimenticato gli antichi riti e teme gli dei, s’alza. A piedi scalzi, facendo schioccare il medio col pollice, segnala la sua presenza, perché un’ombra leggera potrebbe sorgere dinanzi a lui, se egli camminasse senza far rumore.
Per tre volte si lava le mani nell’acqua di una fontana; si gira e prende alcune fave nere e se le getta dietro alle spalle dicendo: ‘Io ve le getto; riscatto con queste me ed i miei’. Così ripete nove volte senza guardarsi indietro; si crede che l’ombra le raccolga seguendolo non veduta⁶”.
Anche il colore dei tre grani di fava è significativo: bianco il colore della vittima per le divinità sùpere, nero per quelle ctonie. Nel libro VI dell’Eneide ce lo rammenta Virgilio: al momento di intraprendere il viaggio nell’Averno, Enea sacrifica quattro giovenchi e una agnella dal vello nero perché così richiedono le divinità infernali⁷.
E ancora, Ovidio descrive la cerimonia di un’offerta sacrificale alle acque del Tevere nella festa degli Argei, il 15 maggio, quando due sagome umane, intessute di giunchi, mani e piedi legati, erano portate processionalmente dai magistrati e dai pontefici al ponte Sublicio e quindi gettate dalle Vestali nel Tevere, mentre la flaminica Dialis assisteva silenziosa al rito vestita a lutto⁸.
Un vero e proprio sacrifico umano, infine, probabilmente l’ultimo nella storia di Roma, fu prescritto dall’oracolo di Delfo per placare gli dèi in seguito alla disfatta di Canne: “…un Gallo ed una donna gallica, un Greco e una Greca furono calati vivi sottoterra nel foro boario, in un luogo circondato da pietre, già da anni prima impregnato del sangue di vittime umane⁹”.
Ma – niente paura – nel gorgo polesano di Curicchi fortunatamente non si giunse mai a tanto.
NOTE
1. C. Crepaldi – P. Rigoni, Il piatto, il fuoco, la parola. Cultura alimentare e tradizione orale in Polesine. Rovigo Minelliana, 1991, p. 421.
2. Archivio Parrocchiale di Bellombra, Schede di cronaca idrografica. Si tratta della trascrizione, risalente al 1924, di documenti dell’allora Museo Bocchi.
3. Questa e la seguente sono testimonianze orali di cui non si cita l’informatore per motivi che il lettore ben comprende.
4. Tito Livio, Storia di Roma dalle origini, VI 6.
5. Tacito, De situ et origine Germanorum, XL.
6. Ovidio, Fasti, IV, 429-444.
7. Virgilio, Eneide, VI, vv. 243-250.
8. Ovidio, Fasti, VI, vv. 621 – 624.
9. Tito Livio, Storia di Roma dalle origini, XXII 57.
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Come citare questo articolo
Paolo Rigoni. “Il gorgo di Curicchi”. Ventaglio Novanta, n. 33, 2006. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-gorgo-di-curicchi/