Vi è un altro Polesine. Il Polesine sotterraneo, sconosciuto, misterioso, mai esplorato. Cripte, grotte, urne, budelli, sprofondamenti, fosse. Pozzi dei rasoi che echeggiano delle grida di ragazze spulzellate e soppresse senza lasciare traccia, gorghi che rimandano il lamento di fanciulle morte d’amori infelici, strida notturne tra le canne ondeggianti di sguà che segnalano la sparizione di donne piangenti nelle peschiere, paleoalvei che coprono gelosamente le reliquie delle Tre Marie, campanili di chiese, sprofondate durante notti di tregenda, che fanno udire i loro rintocchi nella notte di Natale, vecchie oscene nascoste sotto i ponti che reclamano l’iniziazione dei ragazzetti¹, canali sommersi su cui è stato costruito il nuovo paese². E ovunque tesori sepolti.
Tesori fra le rovine di oratori scomparsi, nelle fondamenta di un qualsiasi edificio storicamente rilevante, sotto i forni da pane, sotto i ponti… Si ritiene che molti fittavoli, provenienti dal padovano e dal vicentino, siano stati baciati da improvvisa fortuna per aver trovato una statua di bambino tutto d’oro, el putìn d’oro: “C’è uno di Adria chi ghe dise ‘ncora adesso putìn d’oro perché aveva preso in affitto La Possionanza e si era improvvisamente arricchito, tanto che, da niente che era, aveva cominciato a spendere e a spandere. Andava tutte le notti a giocare a carte al casinò ed aveva finito per mangiarsi tutto! Dicevano che la sua ricchezza veniva dall’aver trovato dei paròi pieni de schèi, ma più de tuto un putìn tuto d’oro ch’el sarà sta’ sinquanta chili. E come lu, anca di altri”.³
Tesori sotto i pilastri che, nell’isola di Ariano, delimitavano il confine tra stato veneto e pontificio, ove ci sarebbero ancora adesso padèle colme di palanche, di marenghi o di zecchini nascosti o dimenticati, di volta in volta, da re Adriano, da Garibaldi, dai paladini di Carlo Magno.
“Qui da noi – si narra a Corbola – un tempo vivevano i paladini di Orlando e la chiesa di S. Basilio l’hanno fatta loro! In una sola notte e senza impalcature! I paladini erano uomini giganteschi perchè allora gli uomini vivevano tutti 7, 8, 900 anni ed erano alti come case. Non c’era bisogno di buoi per arare la terra, ma gli uomini erano talmente robusti che aravano da soli con il badile. In una sola notte i paladini edificarono la chiesa di S. Basilio. Tagliavano con le loro spade degli enormi blocchi di tivaro, li mettevano uno sopra l’altro perché allora si usavano pietre crude, e arrivarono al tetto restando con i piedi per terra. E la mattina dopo tutta la gente là a bocca aperta facendo meraviglie…
Orlando e suoi amici vivevano nelle selve perché allora qui da noi c’erano e monti e boschi e mari e Po. Orlando si alzava il mattino e per colazione strozzava un bue, un leone…, quello che capitava, e poi girava per i boschi. Se udiva qualcuno litigare, arrivava lui: “Quanti siete?”. “Perchè lo vuoi sapere?”. “Perchè se siete pari, rispondeva, vi faccio dispari e se siete dispari vi faccio pari”. E questi allora si mettevano in pace.
Allora, però, tutto era grande… Era sufficiente gettare le reti in Po ed i pesci vi saltavano dentro…La spiga del frumento era grande quanto lo stelo, dalla radice alla sommità… Per mietere non bastava il seghetto, ma occorreva la scure perché il gambo del frumento era grosso quanto un albero. Una sola spiga era sufficiente a sfamare un intero anno una famiglia con cinque figli. Poi gli uomini diventarono cattivi e un brutto giorno il Signore e S. Piero vennero sulla terra per capire il motivo del continuo litigare, chiesero la carità ad una donna ma costei non diede loro nulla. Allora il Signore, mentre passava per un campo di frumento, prese tra le dita uno stelo, lo strizzò e così la spiga da allora germogliò soltanto sulla cima.
Anche i paladini dopo tanto tempo morirono, ma prima di morire nascosero il loro tesoro sotto il pavimento della chiesa di S. Basilio e sotto ai pilastri di confine tra la Stato Pontificio e Repubblica di Venezia. Orlando ed un altro furono sepolti nell’arca che c’è davanti alla chiesa tanto che ancora oggi si possono vedere le ossa… Non c’è un buco? Se ci si guarda bene si vedono le ossa che si trovano ancora là dentro. Gli altri paladini si allontanarono nella selva e di loro non si seppe più nulla. Ma le loro ossa ci devono essere ancora da qualche parte…
Dicono che chi troverà le ossa dei paladini potrà arrivare al loro tesoro. Ancora adesso qui da noi dicono, quando uno va in giro con l’aria di cercare qualcosa: “Ma che stai facendo? Ièt’ in sèrca di ossi di paladìn? Sei in cerca delle ossa dei paladini?”.⁴
Nessuno ha ancora trovato le ossa dei Paladini, ma la ricerca dei tesori nascosti non è mai venuta meno. C’è dunque un Polesine ignoto ed insospettato, una centuriazione sotterranea, un reticolo labirintico di strade, vie, passaggi segreti, sentieri. Da tempi immemorabili si parla di gallerie che conducono da Corcrevà a Bellombra, da Adria ai Dossi, da Bellombra a Villanova correndo interamente sotto l’argine dei frati certosini, da Gavello ai Sisimati, da Papozze a Corbola, da Corbola ad Ariano, da Ariano a Mesola, da Mesola a S. Basilio, da S. Basilio al castello di Ferrara, dal castello di Ferrara a castello di Mesola, dal castello di Rovigo alla Torre di Lusia, a Villa Molin… E così, da ognuna delle innumerevoli ville a quella vicina. Da chiesa a chiesa, da palazzo a palazzo, da monastero a convento. In ogni cunicolo e in tutti gli anfratti mostruose anze e marassi sibilanti, carbonassi nerastri e bisse bòbe gigantesche⁵ custodiscono tesori da chissà quanti secoli.
Di Garibaldi si afferma esserci, occultata in un luogo imprecisato del Delta la spada d’oro, incastonata di perle. Ma il tesoro più ricercato, di cui si parla da tempi veramente remoti, è costituito dalla carrozza d’oro massiccio di Re Adriano, il mitico fondatore di Adria e dalla sua armatura. Un tesoro immenso che aspetta i coraggiosi che sapranno avventurarsi nelle profondità della terra: “A Corcrevà, dove c’è la barchessa, che era la vecchia chiesa del monastero, si può ancora intuire l’entrata della galleria, proprio lì sotto l’arco… Molte volte la gente ha provato ad inoltrarsi, ma dopo pochi metri era costretta a fermarsi perché la volta era franata ed il terreno sprofondava pericolosamente. Una volta andarono giù con la lampada d’acetilene, con picconi, badili e stivali. Il gruppo era guidato da Gigìn che sapeva dove si trovava la carrozza perché glielo aveva spiegato suo nonno, quand’era bambino. Ma dopo pochi metri erano precipitosamente ritornati fuori perché si era improvvisamente alzata una enorme biscia con la corona in testa che faceva la guardia al tesoro. E così, ogni tanto, facevano delle scommesse. Si davano appuntamento, si facevano coraggio con qualche litro di vino, facevano un metro… Niente! Ma la carrozza di Re Adriano è là… Siamo sicuri che c’è perché in tanti dei vecchi han giurato di averla vista. E poi re Adriano è sprofondato proprio qui durante un temporale mentre stava venendo a prendere la moglie che era di Bellombra. Ci sarà pur qualcuno che una buona volta la potrà raggiungere ‘sta carrozza… La galleria partiva dal monastero, arrivava sull’argine del Canalón; dalla riva opposta ne partiva un’altra che sbucava nel pozzo che c’era una volta in piazza Castello di Adria. Nella galleria si nascondevano anche i partigiani durante la guerra”.⁶
In tutto il Bassopolesine, si risveglia periodicamente la febbre del ritrovamento del tesoro del re Adriano, saggio e buono con i suoi sudditi, che ha disseminato le sue ricchezze un po’ ovunque. Secondo Luigi Groto, il tesoro, consistente in un carro pesantissimo d’oro massiccio, si trova sotto la chiesa della Tomba di Adria, da dove riemerge la notte del solstizio d’estate, la notte magica di S. Giovanni, trainato da due possenti buoi, guidati da un gigantesco carrettiere:
“Un [tesoro] ce ne cela dentro al cimiterio Qui de la tomba, che era del Rè Atrio, Un carro, e al carro son giunte due coppie Di buoi. E il caratier, che ‘l regge, e siedevi Sopra un gigante con una gravissima Mazza in mano. Ed è tutta questa fabrica D’oro massiccio. E quella chiesa attornia Tre volte ogni anno a le più folte tenebre De la notte, la state a venti quattro di Giugno”⁷.
Secondo altri, il tesoro del re Adriano si troverebbe invece a Mazzorno, qualcuno lo vuole a Loreo, chi lo dice a Contarina e Donada, chi invece giura e spergiura d’averlo rintracciato a Taglio di Po. Per gli abitanti dell’isola di Ariano, è al sicuro sotto la chiesa di S. Basilio e sotto i pilastri di confine confondendosi con il tesoro dei paladini.
Lo troverà soltanto quel fortunato che sarà riuscito ad incontrare una strega benefica la notte di S. Giovanni o a rubare il cappuccio rosso del Salvanèlo, il folletto dispettoso, riconoscibile per il caratteristico copricapo. A volte, quello sbìlfaro se lo toglieva, lo appoggiava alla vera del pozzo e si calava nell’acqua per staccare i secchi dalla catena, così il mattino le donne si trovavano la bella sorpresa, quando andavano ad attingere l’acqua. Nell’occasione, se qualcuno ne approfittava e si impossessava del suo cappello, era veramente fortunato giacché, per riaverlo, il Salvanèlo era disposto a rivelare il nascondiglio di qualche tesoro perché nel copricapo rosso stava la sua forza magica.⁸
Intanto ancor oggi – come hanno rivelato cronache recenti – continua la ricerca di tesori occultati nella notte dei tempi, senza che mai si sia interrotto quel filo che lega il presente ad un passato davvero lontano.
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Come citare questo articolo
Paolo Rigoni. “Il tesoro di Re Adriano”. Ventaglio Novanta, n. 35, 2007. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-tesoro-di-re-adriano/