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STORIA - TRADIZIONI

Gli ultimi giorni di Garibaldi

Un lungo articolo scritto da Jessie White Mario per il settimanale statunitense “The Nation”

di Jessie White

Ventaglio Novanta n. 35 2007 pp. 66–71

Il duecentesimo anniversario della nascita dell’“eroe dei due mondi” ha riacceso l’interesse sulla figura del grande condottiero e sulle sue audaci imprese.

Ma come furono i suoi ultimi giorni? Sappiamo che il Generale scelse il placido isolamento di Caprera come rifugio nelle pause tra i vari momenti di azione e come sereno soggiorno per ultimi anni di vita. E a Caprera diede l’ultimo respiro dopo una malattia che l’aveva profondamente debilitato.

Ce ne parla Jessie White in un lungo articolo scritto a Milano il 7 Giugno 1882, cinque giorni dopo la morte del Generale, redatto per il settimanale statunitense The Nation, con il quale la giornalista collaborò per 40 anni, fino a qualche giorno prima di morire. L’articolo, scritto in inglese, è stato tradotto in italiano con altri 50, riproposti nel volume La “Nuova Italia” nelle corrispondenze americane di Jessie White Mario (1866-1906), a cura di Ivo Biagianti, edito dal Centro Editoriale Toscano nel 1999.

Nella sua corrispondenza la White non si limita in realtà a parlare degli “Ultimi giorni del liberatore italiano”, come dice il titolo, ma fornisce ai lettori americani dell’epoca (e a chi oggi legge lo scritto riprodotto in queste pagine con il gentile consenso del curatore dell’opera citata, il prof. Ivo Biagianti che ringraziamo) molte altre informazioni, partendo dalla cronaca degli eventi che si produssero subito dopo la morte, impedendo di dar corso alle disposizioni del Generale, il quale per il suo corpo aveva previsto la cremazione.

Riproponiamo dunque il lungo articolo di Jessie White dividendolo, per comodità di lettura, in vari paragrafi.

Gli ultimi giorni del Liberatore Italiano

Milano 7 Giugno 1882

Mentre il cablogramma vi (intendi: a voi lettori americani n.d.r.) avrà già portato la notizia funesta, io invece mi ero proposta di inviarvi una corrispondenza quando fossero terminate le ultime cerimonie dolorose, ma a causa di vari ostacoli esse non sono ancora espletate, e sicuramente oggi non c’è nessuna possibilità di completarle.

Le disposizioni di Garibaldi

Eppure le disposizioni di Garibaldi erano molto chiare. Il 27 settembre 1877 aveva scritto al dottor Grandina incaricandolo di adempiere alle operazioni di cremazione, poiché aveva deciso di far cremare il suo corpo. La pira funeraria doveva essere eretta a 300 passi sulla sinistra della casa bianca, a Nord, diretta verso il mare; qui dovevano essere accatastate l’acacia, il mirto, il cisto ed altre fascine aromatiche; in cima doveva essere posto il lettino di ferro che gli era servito da letto e da carrozza, e infine, su una bara aperta, il suo corpo vestito con la camicia rossa; le ceneri sarebbero state raccolte e chiuse in un’urna, da sistemarsi in una nicchia nel muro dietro le tombe delle sue due figlie: Anita, una bella ragazza di diciassette anni, figlia di una donna che amò a Nizza e Rosa una bambina (natagli dopo Clelia), che morì a diciotto mesi durante la campagna di Francia e, poiché il prete della parrocchia della Maddalena le aveva negato i riti funebri, la madre l’aveva seppellita nell’isola; Garibaldi al ritorno, fu così contento dell’idea che decise subito di essere sepolto là anche lui.

In una lettera alla moglie attuale, scritta nel 1881, le ordinò espressamente di cremare il suo corpo, come indicato, prima di annunciare a tutti la sua morte: un ordine molto preciso, accompagnato dalla promessa che avrebbe fatto lo stesso per lei se lo avesse preceduto nella tomba.

Gli ostacoli alla cremazione

Garibaldi avrebbe mantenuto di certo la sua promessa, né nessun governo avrebbe osato ostacolarlo; ma la povera vedova, con due bambini piccoli, sola sull’isola, non poteva assumersi tale responsabilità. Doveva aspettare il figlio Menotti, chiamato non appena ci fu pericolo per la vita di Garibaldi, e anche lui arrivò troppo tardi. Allora Menotti decise di aspettare suo fratello e sua sorella: Ricciotti da Roma e Teresita e suo marito Canzio da Genova.

Nel frattempo la notizia si era diffusa, e il prefetto di Sassari, rappresentante del governo nell’isola di Sardegna, intervenne dicendo che non poteva permettere nessuna cremazione senza ordini da Roma. Menotti lo avvisò in modo chiaro che, a costo della vita, avrebbe fatto eseguire l’ordine di suo padre; e nel frattempo da tutta Italia, visto che la notizia si diffuse con velocità fulminea, giunse un lamento di dolore. Poi la supplica appassionata: “Imbalsamiamolo! Fateci vedere ancora una volta il suo volto o lasciateci almeno le sue spoglie mortali per il Pantheon o il Campidoglio”.

Menotti oppose un netto rifiuto, anche se con dolore, promettendo comunque di fare imbalsamare il corpo così da poter rinviare la cerimonia della cremazione fino a che i rappresentanti del re, dei due rami del parlamento e di ogni comune d’Italia fossero in grado di raggiungere l’isola insieme ai rappresentanti della stampa e ad altre migliaia di cittadini. Ma quando si tentò di imbalsamarlo era troppo tardi e troppo tardi anche per l’erezione della semplice pira funeraria come la desiderava Garibaldi.

Fu chiaro che, poiché un passo simile era decisamente illegale, il governo non poteva sanzionarlo con la sua presenza; così il dottor Pini, che sovrintende al crematorio di Milano, costruito secondo il metodo Gorini, la scorsa notte controllò, insieme al deputato Crispi, che tutto fosse pronto e in ordine.

Una bara speciale di ferro è stata inviata da Sassari, ma mentre scrivo giunge un telegramma dalla famiglia: “Venerdì è il giorno più vicino che si può fissare per il funerale”. Se questo stato di cose accresce il dolore di tutti, quale deve essere il dolore della famiglia, che deve assistere giorno dopo giorno, ora dopo ora “alla decomposizione che deturpa le dita” e che cancella in modo graduale quella calma marmorea e quel sorriso luminoso e serafico che si diffuse sul viso non appena finì l’agonia della morte?

Gli anni del declino

È stato davvero terribile assistere a tutto questo, terribile e inaspettato. Dopo il 1876, quando rivedemmo Garibaldi per la prima volta dopo aver lasciato Roma in discreta salute, potendo ancora usare i suoi arti liberamente, eccetto quando attacchi periodici lo stremavano, rimanemmo turbati del terribile cambiamento. Tuttavia egli sopportò con coraggio l’emozione per la cerimonia commemorativa a Milano dei martiri di Mentana; poi, quando temevamo il peggio, dopo essere approdato a Napoli, ci sembrò prendesse una rinnovata fiducia nella vita ed effettuò la meravigliosa impresa del viaggio per terra da Napoli a Reggio; attraversò il Faro, poi ancora per terra da Messina a Palermo. Sebbene fosse letteralmente solo l’ombra di se stesso, la mente era così lucida, il sorriso così radioso, l’interesse per i suoi picciotti così forte che si finì per credere, assieme ai napoletani, che non potesse mai morire.

Comunque, un attacco piuttosto acuto a Palermo lo avvertì che, se avesse voluto esalare l’ultimo respiro nel suo amato eremo, doveva ritornarvi immediatamente e fece il viaggio sull’Esploratore, la stessa fregata del governo sulla quale aveva viaggiato con tutte le precauzioni da Caprera a Napoli senza alcuna sofferenza. Furono solo troppo orgogliosi, e venne rinnovata la prodezza di assicurargli un viaggio indolore da Palermo a Caprera. Una volta sull’isola sembrò rivivere, tanto che verso la fine di maggio i dottori Albanese e Sirletti lasciarono Caprera, raccomandando alla famiglia di impedirgli di affaticarsi o di agitarsi nel ricevere gente.

Gli ultimi giorni a Caprera

Condusse una vita regolare, alzandosi presto e, quando il tempo lo permetteva, scendendo al mare con la sua piccola carrozzina, sempre accompagnato dal suo caro Manlio. Nonostante la sua età e le sue infermità (la malattia conosciuta come artrite deformante aveva attaccato le sue povere mani e paralizzato completamente gli arti inferiori), nonostante una grave crisi bronchiale, la sua voce era ancora vibrante e sonora. Chiamava i contadini dai campi vicini, impartiva loro ordini, chiedeva notizie delle loro famiglie senza mai mostrarsi stanco. Alle undici tornava a casa a mangiare, prediligendo un piatto particolare che è la specialità preferita dei napoletani: una torta fatta di farina con cipolle e pomodori, chiamata “pizza”; poi se aveva ancora fame chiedeva un grosso pezzo di carne, lo faceva gettare sul fuoco e mangiava la parte rosolata dopo averla tagliata, faceva rosolare di nuovo il pezzo, e così via fino a che non fosse finito.

Al dottore che mi fornisce questi dettagli, e che manifestava una certa curiosità mescolata a disgusto per questa cucina preadamitica, Garibaldi rispose: “Ora lo mangio per scelta, mentre durante il mio lungo viaggio in Sud America, dove non avevo né cuochi né tegami, lo mangiavo per forza ed ero ben felice di imbattermi in un bufalo selvaggio per tener lontana la fame”.

A volte passava il resto della giornata in una camera spaziosa, dove si trovava una finestra, costruita appositamente, da dove poteva vedere il mare e la Maddalena; altre volte si faceva trasportare in giro per l’isola.

Il 24 maggio il dottore, rimasto a casa insieme a Manlio, che era indisposto, vide che il Generale, rientrato più tardi del solito, sembrava molto triste e stanco. Poi venne a sapere che era stato a visitare le tombe di Anita e di Rosa, dove egli stesso aveva deciso di essere sepolto. Sfortunatamente non c’erano segnali che il freddo preso durante quel pellegrinaggio avesse chiuso i tubi bronchiali, ma era così; la difficoltà a respirare e poi ad inghiottire divenne eccessiva; e proprio il giorno in cui le lettere che informavano che Garibaldi stava meglio raggiunsero Canzio a Genova e Menotti a Roma, arrivarono i telegrammi che li sollecitavano ad affrettarsi se volevano vedere loro padre ancora vivo.

Da quel momento una paralisi lo colpì alla faringe e non poté inghiottire neppure una goccia d’acqua. Manlio, il suo “beniamino”, era anche lui malato e aspettava pazientemente, ma con sempre maggiore apprensione l’arrivo di Albanese, il medico di fiducia di Garibaldi.

“Si vede il piroscafo?” furono quasi le sue ultime parole; l’ultima fu “Manlio”, il nome della persona prediletta nella sua vecchiaia.

Alle sei il medico che lo assisteva, ufficiale di bordo del Cariddi, il piroscafo del governo, dichiarò scomparso ogni segno di vita, ma si trattava di una sincope e l’agonia della morte durò ancora tre ore.

A cinque alle nove di venerdì 2 giugno il grande difensore degli oppressi se ne andò per sempre.

Dopo la morte

Ci fu detto che nei primissimi istanti il volto fosse orribile da vedere, come lo sono sempre i volti di coloro che muoiono per soffocamento. Poi, quando la vita ebbe allentato la sua stretta, si placò serenamente e un alone di calma intensa ricompose il viso. Ai marinai del Cariddi fu permesso di occuparsi dell’amato corpo, di vestirlo con la camicia rossa e il poncho e di adagiarlo sul letto dove ancora giace: “una maschera di marmo”, scrive il nostro corrispondente, “di quello che fu ieri Garibaldi”. Solo a pochissimi è stato permesso di entrare nella sala illuminata. Il povero Sgarallino, uno degli ufficiali prediletti di Garibaldi, ferito al Volturno nel 1860, che aveva trascorso moltissimo tempo a Caprera, e che aveva aiutato il Generale a scavare, con martello e scalpello, una vecchia macina che doveva servire da base per la pira funeraria, svenne dopo aver oltrepassata la soglia.

Questo dolore è solo una parte di quello sentito universalmente. Non avrei mai potuto immaginare le scene a cui ho assistito. Sembra come se il polso delle nazione abbia cessato di battere. Tutte le scuole statali e comunali sono chiuse e anche se alcune scuole private clericali avevano tentato di fare lezione come al solito, e i genitori avevano mandato a scuola i loro figli, avvenne una vera e propria ribellione: i giovani si rifiutarono di continuare le solite occupazioni, con Garibaldi morto.

Ho assistito al lutto nazionale per Cavour, Mazzini e Vittorio Emanuele: sincero in tutti i casi, e per Mazzini il dolore fu per molti appassionato e profondo; ma ora sembra come se ciascuno avesse perso la persona più vicina e più cara. Qui a Milano non è esagerazione dire che domenica, quando tutte le associazioni formarono una processione con le bandiere in testa, tutta Milano le accompagnò al cimitero mentre portavano il busto di Garibaldi. E quando, per timore di essere chiusi fuori dai cancelli, poiché si poteva ammettere solo i membri delle associazioni, avvennero disordini, e peggio ci furono delle minacce, bastò che il colonnello Bruzzesi, uno dei veterani di Garibaldi, dicesse: “Per amore di Garibaldi, state calmi!” Subito sulla folla cadde un silenzio che non fu interrotto fino alla fine della cerimonia.

Ma non finirei mai se dovessi raccontare tutte le manifestazioni di questo grande dolore in tutto il paese. Si sa che il parlamento stanziò subito 60.000 lire di pensione annuale, cioè 10.000 lire per ciascuno dei cinque figli: Menotti, Ricciotti, Teresita, Clelia e Manlio, e 10.000 lire per la vedova; questo perché la pensione di Garibaldi di 50.000 lire l’anno cessò con la sua morte. In ogni città e paese sono già raccolte somme enormi per un monumento a Garibaldi, in modo che ciascun uomo, donna e bambino possa vederlo accanto al proprio campanile. Il dolore del re fu sincero, la sua lettera a Menotti molto riconoscente:

“Da ragazzo mio padre mi insegnò ad onorare in Garibaldi le virtù del cittadino e del soldato. Testimone delle sue imprese gloriose allora crebbe in me un affetto profondo misto alla gratitudine e all’ ammirazione più profonda. Tutto questo raddoppia in me il peso della sua perdita irreparabile. Mi associo al dolore supremo del popolo italiano e della famiglia, e vi chiedo di essere interprete delle mie condoglianze e della mia partecipazione al dolore della nazione intera”.

La condotta di tutta la Francia, e in modo particolare del parlamento, ha versato un balsamo nelle ferite recenti inflitte all’Italia dallo sciovinismo francese, ma -lo credereste?- il console francese residente a Milano rifiutò di esporre il tricolore nazionale qui, dove ogni altra nazione ha esposto la sua bandiera listata a lutto. Gli operai, già esasperati dal maltrattamento dei loro compagni da parte dei francesi, stavano per attaccare la sede del consolato, e furono trattenuti con difficoltà dai loro capi, tutti vecchi garibaldini. Questi concessero al console ventiquattr’ore per giustificarsi o per scusarsi; poi, visto che rimaneva ancora in silenzio, gli inviarono una lettera dignitosa ma risentita che non gli riconosceva la condizione di rappresentante francese e una copia della lettera è stata inviata a Mancini, ministro degli affari esteri.

Una lettera di Garibaldi

Concludo inviandovi ciò che potreste aver dimenticato: una lettera splendida scritta da Garibaldi agli amici negli Stati Uniti, quando era in discussione tra l’Inghilterra e l’America la questione dell’Alabama:

“Maggio 1865

Amici miei, ho sempre ritenuto fin dal primo momento che il problema americano fosse uno di quelli che interessano il mondo intero, l’umanità tutta; e mi addolorò fino al profondo del cuore vedere che una parte del pubblico inglese era contraria al ripristino dell’unione della grande repubblica. Questa opposizione, come nessuno può ignorare, è il risultato dell’antico rancore che si annida ancora tra Inghilterra e America. Fu proprio una cosa triste perciò vedere andare in una direzione sbagliata il buon senso di quel popolo che è stato il primo ad affermare il principio dell’emancipazione degli schiavi. Ci si sarebbe aspettati che essi applaudissero in modo unanime agli americani del Nord, che la Provvidenza ha scelto come esecutori di questa idea sublime, ma vorrei proprio sperare che questi signori dell’ oceano si riappacificassero e raggiungessero un accordo nell’interesse dell’umanità oppressa. Essi, figli della stessa madre, devono comprendere che la loro nobile razza oggi forma il baluardo dei diritti delle nazioni e che i dissensi sono seminati appositamente tra di loro dai detentori del dispotismo. I despoti li temono, sapendo che finché essi rimarranno nei termini dell’ amicizia, sarà impossibile per loro mettere in atto i propri progetti, sempre fatali per la libertà.

Sempre vostro, G. GARIBALDI, Caprera”.

La salma al Gianicolo

P.S. Proprio mentre stavo per spedire la mia corrispondenza ricevo il seguente telegramma da Caprera: “Il corpo di Garibaldi non sarà bruciato, ma i resti saranno trasportati al Gianicolo”. I vostri lettori ricorderanno che la chiesa di San Pietro in Montorio, in cima al Gianicolo, fu il centro delle operazioni militari di Garibaldi durante l’assedio di Roma nel 1849. Il campanile fu distrutto dalle bombe francesi. Proprio sotto di esso sono sepolte le spoglie di Ciceruacchio e di altre vittime colpite a morte dagli austriaci, che catturarono i tredici pescherecci sui quali Garibaldi sperava di raggiungere Venezia dopo la sua fuga da Roma, dicendo: “Venezia è lasciata ancora morire”.

Fu allora che Anita, madre dei suoi figli, moglie fedele, balia, soldato, amica, morì tra le sue braccia. La soldatesca austriaca impiccò e squartò il contadino che l’ aveva ospitata in punto di morte. Da lì, dopo aver sepolto il corpo in una buca scavata da Garibaldi stesso e da un certo Leggero, fuggì a Chiavari, fu imprigionato e si rifugiò a Tunisi. Espulso, e rifiutata la protezione di Gibilterra, accettò asilo accogliente a New York, e si guadagnò da vivere con un fornitore di sego a Staten Island. Nel 1859 ritornò per combattere contro gli austriaci.

J. W.

Utilizzo dei contenuti

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Come citare questo articolo

Jessie White. “Gli ultimi giorni di Garibaldi”. Ventaglio Novanta, n. 35, 2007. https://ventaglionovanta.it/archivio/gli-ultimi-giorni-di-garibaldi/

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