La vitalità del coro “Monte Pasubio” è in gran parte legata alla figura di Nazzareno Fogagnolo, che lo ha diretto per un lungo arco di tempo, tanto da poter essere definito senza incertezze il maestro “storico” del “Pasubio”.
Subentrato, nella direzione, a Mario Casetta, maestro fondatore, nel 1968, Nazzareno Fogagnolo ha profuso non poche energie a favore del coro rodigino, mantenendo l’incarico fino a tutto il 2003, per passarlo infine all’attuale direttore Pierangelo Tempesta.
Trentasei anni ininterrotti di direzione, durante i quali Fogagnolo è stato molto di più di un maestro, nel senso che ha rappresentato l’immagine stessa del coro, diventandone l’anima, la forza trainante. Quattro incisioni discografiche, un libro di spartiti di canti polesani, due primi posti in Concorsi nazionali e internazionali di canti popolari e un secondo posto nella sezione polifonica: sono questi i traguardi più significativi raggiunti alla guida del “Monte Pasubio”.
Un impegno di grande continuità, sempre sostenuto da una ininterrotta passione e da altrettanto senso del dovere, come è emerso nel corso di una conversazione che – su invito di chi scrive e degli iscritti alla sede di Costa – il maestro ha tenuto all’Università Popolare.
L’incontro si è sviluppato nella forma agile dell’intervista a tutto campo, per far emergere il personaggio, con la sua competenza musicale certo, ma anche con le sue radici, convinzioni. Una cronistoria sul filo della passione e della verità umana.
“In famiglia – ha esordito – siamo cresciuti in mezzo alla musica…già prima dell’ultima guerra, in casa nostra, avevamo la radio”. Sorride, Nazzareno, pensando a quel cimelio, che oggi varrebbe una fortuna, e ne descrive meticolosamente l’aspetto. Da quella radio, che pochissimi possedevano, si diffondevano canzoni d’epoca, opere e operette, che i fratelli Fogagnolo cantavano e ricantavano “sotto la barchessa, seduti sui gradini di legno della scala che portava all’antico fienile”. Un’immagine un po’ naif di quell’Italia paesana piena di istinto musicale.
Indirizzato al lavoro, Nazzareno non ha potuto completare gli studi musicali, avviati nei collegi salesiani, dove era la voce guida, il solista e l’attore nelle operette e seguiva il corso di pianoforte. Al richiamo della musica ha comunque continuato a prestare attenzione: giovanissimo, diciassettenne, ha assunto la direzione della corale parrocchiale, perseguendo, sul filo della passione personale, la conoscenza di altri generi musicali.
Nasce, con i dischi della SAT, l’interesse per i canti alpini e l’ingresso nel neonato coro “Monte Pasubio”, dapprima in veste di corista, poi in quella più impegnativa di direttore.
Gli obiettivi sono alti, perché il Nostro negli impegni ci si cala totalmente. “Capii ben presto che, se volevo far decollare il coro, avrei dovuto studiare di più per poter migliorare la direzione e, soprattutto, la didattica”. E’ un impegno morale: solo chiedendo molto a se stesso, Nazzareno può esigere l’attenzione e l’impegno dai coristi. E lo fa, dice lui, con la cura maniacale ereditata dal padre, che, in un ambito assai diverso (gli impianti elettrici), non tralasciava il minimo particolare.
“Si allena l’orecchio a percepire il minimo suono, fruscio, respiro, coda, ritardo anche di una sola voce”: un perfezionismo che l’ha accompagnato lungo l’arco della lunga attività artistica. Ma basta la tecnica per un lavoro così coinvolgente? La risposta punta sull’interpretazione: “Se questo tecnicismo è sostenuto anche dalla fantasia e dalla poesia, allora il coro farà un salto di qualità”. Un impegno del genere praticamente non si esaurisce mai, ed ecco i tanti corsi di studio, gli innumerevoli concerti, le registrazioni, i tanti dischi ascoltati a catturare un segreto, un accorgimento nuovo, le lunghe conversazioni con i maggiori compositori e armonizzatori.
Da qui sono nate le quattro incisioni del “Monte Pasubio, da questo impegno totalizzante, che ha assorbito il maestro non meno di quattro sere la settimana, senza contare i concerti, le tournèes in Italia e fuori Italia.
“Hai avuto dei modelli in questo campo?”-gli chiedo. Nazzareno ne indica due, in particolare: Gianni Malatesta, di cui rileva “le ardite armonizzazioni e l’impareggiabile capacità direttoriale” e Bepi De Marzi, poeta e musicista; a contatto con loro, è maturata e si è precisata la vocazione a dirigere. Il canto corale “deve far volare nell’aria la poesia, la tragedia, il racconto boccaccesco, la vita, la morte, in una parola: un’emozione…”
“Quanto conta il rapporto con i coristi?” “E’ un rapporto di perfetta simbiosi, -scandisce Nazzareno- l’emozione bisogna viverla assieme”.
“Anche a costo di tenere nel gruppo voci scadenti?” – “Il maestro non manda via nessuno”-risponde convinto. La simbiosi artistico-emotiva, par di capire, si fonda su quella che Nazzareno definisce “paternità”, un ruolo che ha una consistenza ideale e morale. La voce quasi si incrina, quando ricorda gli amici scomparsi nel cammino intrapreso tanti anni fa.
“Rifaresti le stesse scelte?” – gli chiedo alla fine, curioso di capire come si è evoluta la sua coscienza artistica. E’ una domanda che lascia perplesso il mio interlocutore, abituato a tenere i piedi ben piantati a terra. “Col senno odierno, avrei sviluppato un repertorio più adeguato ai tempi…” – riflette. Ma la motivazione preminente è sempre quella morale, dell’esame di coscienza: “Ho fatto il mio dovere?”
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Come citare questo articolo
Claudio Garbato. “Nazzareno Fogagnolo e la musica”. Ventaglio Novanta, n. 35, 2007. https://ventaglionovanta.it/archivio/nazzareno-fogagnolo-e-la-musica/