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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Balkani

Al Museo di Adria si conclude la mostra dedicata alle Antiche civiltà fra il Danubio e l’Adriatico

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 36 2008 pp. 12–15

Una mostra davvero prestigiosa ha inaugurato la riapertura del Museo Archeologico Nazionale di Adria, dopo i consistenti lavori di ampliamento e ammodernamento dello stabile per assicurare una presentazione più consona agli importanti reperti custoditi.

Un’esposizione temporanea (dal 7 luglio al 13 gennaio), caratterizzata dalla eccezionalità di presentare un importantissimo nucleo delle raccolte archeologiche del Museo Nazionale di Belgrado; raccolte che dai tempi della recente guerra degli anni 90 del Novecento sono custodite all’interno di camere blindate.

Veri capolavori dunque, eccezionalmente approdati ad Adria (opere sicuramente non prestabili in altra occasione, perché patrimonio unico della storia della Nazione), uscite temporaneamente dai confini nazionali in attesa di essere nuovamente esposte nella capitale serba, quando il Museo di Belgrado sarà di nuovo accessibile, a conclusione dei radicali restauri in corso.

“Balkani. Antiche civiltà tra il Danubio e l’Adriatico”, un evento culturale di grande spessore voluto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo; un’esposizione che racconta la storia di molti popoli, di principi e guerrieri che nel millennio compreso tra l’ottavo secolo avanti Cristo e l’affermarsi della presenza romana (secondo dopo Cristo) abitarono, governarono o si contesero le terre bagnate dal Danubio e dalla Stava, fino all’Adriatico orientale.

In mostra tesori principeschi, spesso realizzati tra Atene e Sparta o in Magna Grecia, per non dire di quanto proviene dall’Italia antica: esempi di tecniche raffinatissime raggiunte in antico nella lavorazione dell’oro, dell’argento, del bronzo e del ferro, come pure dell’ambra balcanica e della ceramica.

Sono oggetti d’ornamento personale o della mensa, oppure armi e marmi scolpiti, capolavori acquistati dai principi locali spesso tramite i mercanti greci, opere di grande bellezza tanto da diventare modelli imitati dagli artisti locali, che poi elaborano nuove forme, prodotti di una nuova cultura figurativa.

Valga per tutti la “Maschera di Trebeniste”, destinata – come la celebre “Maschera di Agamennone”, di età micenea – a modellare in oro le fattezze del principe e ad immortalarle per l’eternità. Una maschera funeraria tutta d’oro (34,8 grammi), ritrovata nel 1932 all’interno della tomba IX di Trebeniste, realizzata nel VI secolo avanti Cristo con martellature di una sottile lamina del prezioso metallo, probabile produzione di una officina locale ispirata a canoni desunti dalla civiltà greca. Sul volto spiccano i grandi occhi, la barba appena accennata, le labbra dischiuse ed il naso piuttosto imponente, realizzato a parte e successivamente applicato.

Eccezionali anche i grandi Satiri in bronzo di fattura ellenistica del secondo secolo avanti Cristo. Eccellente opera di fattura arcaica è poi il cosiddetto “Magnifico Cratere”, uno dei quattro ritrovati al di fuori dell’ambiente propriamente greco, un manufatto in bronzo di grandi dimensioni e capolavoro della toreutica greca.

Di epoca romana sono il potente Ritratto bronzeo del padre di Traiano, proveniente dalla decorazione della porta di accesso sul celebre ponte fatto erigere dall’imperatore sul Danubio ad opera di Apollodoro di Damasco, e due maschere di elmo da parata, perfettamente conservate, destinate a coprire il volto di qualche generale durante parate militari celebrative di vittorie e trionfi.

Particolarissima la statuina di fabbro, intento a lavorare all’incudine un utensile o un’arma. Antichissimo eppure contemporaneo per sintesi di movimento e forza.

Tra questo piccolo, stupefacente bronzetto e il grande bronzo del ritratto del padre di Traiano è compreso un millennio di storia, raccontata da una mirabile sequenza di opere d’arte, testimonianze superbe di civiltà e popoli talvolta “ignoti”, anche perché privi dell’uso della scrittura.

Il Magnifico Cratere

Il “Magnifico Cratere di Trebeniste” è un capolavoro assoluto del Museo Nazionale di Belgrado, tanto prezioso da essere stato assicurato per l’importante cifra di 5 milioni di euro.

Elegantissimo, alto 72 centimetri, questo stupendo bronzo venne rinvenuto nel 1930 a Trebeniste, nei pressi del lago di Ocrida, in quella che è nota agli esperti come la “Tomba VIII”. Come vi sia arrivato non è dato sapere. Certo è che non venne realizzato in questo territorio ma prodotto – intorno al VI secolo avanti Cristo – probabilmente in una officina corinzia o di tradizione peloponnesiaca, situata nel nord-est della Grecia.

Gli esperti considerano questo splendido cratere, insieme a quello rinvenuto a Viks, in Francia, tra i massimi capolavori della tradizione “toreutica” (ovvero dei manufatti in bronzo) greco-arcaica. Il cratere ha forma ovale, basamento anulare, ed è munito di due spettacolari anse. Queste (realizzate a fusione mentre il corpo del cratere è martellato) sono decorate con un due Gorgoni alate raffigurate a mezzo busto, affiancate da due serpi. Il collo del cratere è decorato da un fregio di cavalieri che si inseguono al galoppo.

La qualità dell’opera, e in particolare le anse e il fregio con i cavalieri, denota una fattura di altissimo livello. Un’opera che a conclusione della mostra di Adria, sarà sottoposta ad un importante intervento di restauro, il cui onere sarà sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo.

Una volta restaurato, il “magnifico cratere” sarà oggetto di una mostra monografica in Italia e in altre sedi.

Il Ponte di Traiano sul Danubio

La mirabile Testa-ritratto del padre di Traiano, ritrovata a Pontes, capolavoro bronzeo della ritrattistica romana, si presume facesse parte della ricca ornamentazione che decorava la parte superiore del Ponte di Traiano sul Danubio (103 – 107 d.C.), una delle costruzioni romane più celebri e grandiose, che si deve all’ingegno di Apollodoro di Damasco, forse il più grande architetto dell’antichità romana.

Sconfitti i turbolenti Daci nel 102 d.C. (poi definitivamente sottomessi a Roma cinque anni più tardi dal medesimo imperatore), Traiano decideva la costruzione di un grandioso ponte sul Danubio.

Difeso da due postazioni militari, l’una situata a Pontes nella Mesia, ora territorio serbo, e l’altra a Drobeta, l’attuale Turnu Severin in Romania, il ponte venne eretto durante la prima e la seconda campagna militare intrapresa da Traiano contri i Daci, mirabilmente narrata nella Colonna Traiana. Per la sua realizzazione venne impiegato per quasi un anno l’intero esercito imperiale schierato sul limes danubiano.

I due Satiri

Il “Satiro suonatore” è un bronzo alto più di un metro (per l’esattezza 122 centimetri) che proviene dagli scavi di Stobi. E’ una figura maschile, nuda, dalla intensa resa espressiva: la testa rovesciata all’indietro, le mani dinamicamente tese e la tensione interiore del corpo esprimono tutta la passione, la forza in movimento e il ritmo del suono, fissati nelle fusione del bronzo.

E’ opera di altissima qualità, molto vicina ai capolavori della toreutica bronzea rinvenuti a Pompei e a Ercolano.

Il “Satiro danzante” è un bronzo di poco più piccolo del primo (79 centimetri). La figura maschile è rappresentata con le ginocchia leggermente flesse in atto avanzare, il torso inclinato all’indietro e la testa rovesciata. Il braccio sinistro teso, leggermente distaccato dal corpo, il braccio destro sollevato, la mano con le dita aperte a ricoprire parzialmente il volto del satiro, esprimono la forza e la grazia della danza.

La cura dei particolari e la resa perfetta del movimento documentano la qualità estremamente alta di quest’opera.

I guanti e le scarpine d’oro della Principessa

Il guanto e le scarpine d’oro della Principessa sepolta, con enorme sfarzo all’interno della cosiddetta Tomba VIII di Trebeniste, sono tra i manufatti aurei più emozionanti patrimonio delle collezioni archeologiche belgradesi.

La copertura rituale del volto, delle mani e dei piedi del defunto con lamine metalliche di argento o di oro è legata alla tradizione della divinizzazione del defunto, originatasi a Creta e in Egitto, ma che si è poi diffusa nell’area compresa tra il golfo di Salonicco e la Tracia meridionale.

Il guanto, unico ad essere ritrovato, presenta l’anima aurea danneggiata, ma restano evidenti le incisioni raffigurante la Gorgone, due sfingi e una coppia di uccelli dal lungo becco.

Le due scarpine sono, in realtà, dei sandali d’oro. Ripropongono i medesimi elementi decorativi del guanto, ovvero – su ciascuna delle due lamine auree corrispondenti alla forma dei piedi sinistro e destro – una Medusa con la lingua sporgente, due sfingi ritratte araldicamente insieme a due uccelli dal lungo becco. Il tutto incorniciato da un prezioso meandro.

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “Balkani”. Ventaglio Novanta, n. 36, 2008. https://ventaglionovanta.it/archivio/balkani/

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