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STORIA - TRADIZIONI

La disfida di Tessarolo (1781-1784)

Il Poazzo e la questione delle acque sul confine veneto-emiliano durante l’età moderna

di Marco Chinaglia

Ventaglio Novanta n. 36 2008 pp. 52–57

La storia del Polesine, come ci ricordano gli attuali problemi legati alla stabilità idrogeologica degli innumerevoli corsi che lo attraversano (in particolare Po e Adige), è indissolubilmente legata all’acqua, fonte di vita per le comunità della zona, ma anche pericolo in caso di calamità naturali.

Scoli e fiumi, oltre a segnare il nostro territorio, hanno anche costituito per secoli il confine tra i differenti domini che si sono alternati nella zona. In particolare, fino all’istituzione della Provincia di Rovigo – avvenuta con il riordino amministrativo stabilito con il Congresso di Vienna, che sancì per la prima volta l’attuale divisione tra Veneto ed Emilia – Romagna (1815) – il confine di Stato era posto sullo scolo Poazzo, uno degli antichi rami del Po originato in seguito alla medievale Rotta di Ficarolo.

Il Poazzo

Confine volubile e facilmente eludibile, lo scolo, fin dai Capitolati di Pace che avevano concluso la Guerra di Ferrara (1482-1484), si era rivelato non solo un elemento di divisione politica, ma anche etnica e sociale: per entrambi i governi (ferrarese e veneto) era difficile gestire il controllo delle attività e l’imposizione fiscale, perché le contese e i contrasti tra le popolazioni confinanti, dislocate lungo le due rive del corso d’acqua, erano frequenti¹.

Ma il motivo principale del contendere era determinato, in zona, dal problema dello scolo delle acque che si trascinava dal tempo della Rotta di Castagnaro del 1438, avvenuta in seguito al taglio dell’Adige effettuato da Gian Francesco Gonzaga, alleato ai Visconti contro Venezia. L’azione dolosa (non inconsueta in tempo di guerra) aveva portato alla distruzione degli adduttori Tartaro e Filistina, impedendo lo smaltimento delle acque dal territorio di Castelguglielmo, attraverso le Chiaviche di S. Donato al Paolino nel corso intermedio tra Adige e Po, solo successivamente denominato Canalbianco.

Di qui la necessità di riversare le acque alluvionali nel Poazzo, motivo questo di continue contese tra lo stato Veneto e quello Pontificio; dissidi che, alla fine del XVIII secolo, raggiunsero una fase acuta, tanto da far temere lo scoppio di un vero e proprio conflitto armato.

La contesa

Questi i fatti. Gli abitanti dei principali centri della destra Canalbianco (Fiesso, Tessarolo e Val Precona), non potendo utilizzare il fiume per lo scolo, al fine di evitare l’impaludamento dell’area, incominciarono a deviare le loro acque nel Poazzo. Nel 1777, in particolare, furono operati cinque tagli da parte veneziana nell’argine sinistro del Poazzo, in modo che questo potesse accogliere le acque copiosamente ristagnanti nei campi. Ciò provocò l’immediato intervento del Legato Pontificio che subito fece otturare le falle. Per tutta risposta, suonate a stormo le campane della chiesa di Fiesso e adunato il popolo, i veneziani le fecero riaprire.

L’accaduto fu oggetto di un severo reclamo da parte del Legato dello Stato Pontificio che, in un memoriale indirizzato al doge, accampava l’esclusiva titolarità ferrarese sullo scolo, riconosciuta fin dal 1609. Da parte sua la Serenissima replicò con una documentazione che riconosceva a sé analogo diritto e la disputa si accese nella primavera 1781, con il rischio imminente di un conflitto armato.

Oggetto dell’interesse era in particolare la “Presa Veneta di Tessarolo”, 2000 campi corrispondenti all’attuale fascia meridionale del territorio di Fiesso, tra il centro del paese e la località Piacentina. Il cronista Masatto, nel suo “Diario Polesano”, riporta ampiamente il problema:

Per iscolare le proprie acque questa presa non conosce altro scolo che il Poazzo antico recipiente, che tiensi tutto di ragion Ferrarese, ove ab immemorabili dicesi che suole tal Presa scolarsi. (…) I nostri fecero ne’ tempi andati di tratto in tratto de’ tagli per iscolare le loro acque; ma i Ferraresi, che professano, che non debbon fluir colà, gli hanno talor fatti chiudere (…). Ultimamente, fatto da’ nostri il taglio, S.e. Card.e Caraffa Legato di Ferrara impegnò l’armi pubbliche, e vi mandò da circa 200 tra soldati, e birri per chiuderlo, siccome facesi indantemente; scaricando (se pur fu vero) un archibugio contro de’ nostri, ch’erano in custodia del taglio, senza però offesa di alcuno. Chiuso il taglio si fermarono alquanto soldati, e birri a guardare il posto².

All’iniziativa del Cardinal Caraffa reagisce Venezia inviando a Rovigo un contingente militare³, guidato, con la qualifica di “Commissario straordinario delle truppe di terra e di fiume”, dal Marchese Giuseppe Benedetto Manfredini, coadiuvato dal Colonnello Bubik e da Girolamo Silvestri, incaricato dal Senato “perché versasse sulla materia e somministrasse al suddetto sig. Marchese delle notizie, e de’ lumi, come ben tosto fece; avendo raccolto de’ copiosi monumenti sì da libri a stampa, come da manoscritti affatto decisivi della controversia in favor nostro (…)”⁴.

Il contrasto proseguì per diversi giorni, senza che si individuasse un punto di accordo, nonostante le due delegazioni avessero deciso di incontrarsi a Fiesso.

Arrivato a Fiesso il 9 maggio, Manfredini andò a soggiornare nella villa Morosini, Vendramin Calergi (attuale sede municipale), dove due delegazioni composte da esperti di questioni idrauliche, guidate per parte veneta dal Marchese e per parte pontificia dall’avvocato fiorentino Settimio Cedri, Commissario della Camera Apostolica di Ferrara, ebbero diversi colloqui, risoltisi, dopo un mese, in un nulla di fatto, soprattutto per “cattiva volontà” della Santa Sede⁵. Ciononostante, il 27 febbraio 1782 il Marchese presentò a Venezia una relazione di 36 fogli, redatta a Rovigo l’ottobre precedente, dove proponeva un accomodamento.

Ma la situazione di stallo si interruppe la notte del 14 maggio 1782 allorché il Comune di Fiesso, in maniera del tutto arbitraria, probabilmente su ordine di Venezia, suonate le campane della chiesa a martello, operò quattro tagli sull’argine del Poazzo, facendo scappare le guardie pontificie; il giorno dopo fu riaperto anche il quinto.

Il 5 giugno successivo 16 ferraresi tentarono nuovamente di richiudere le falle ma, scoperti dai veneziani che fecero suonare le campane a martello per l’ennesima volta, furono scacciati “coll’armi”; i veneti lasciarono delle guardie per qualche giorno a vigilare l’area⁶.

In tutta la vicenda va evidenziata una strana coincidenza: mentre si verificavano i fatti di Tessarolo, il Pontefice si trovava in visita ufficiale a Venezia, il che avrebbe dovuto comportare quanto meno una sospensione delle azioni di forza. Ma evidentemente non fu così, anzi le tensioni il loco si acuirono per il riaprirsi di un’altra annosa diatriba sempre di carattere idraulico: quella relativa alle acque di Val Precona nello Stato Veneto, che scolavano nel ferrarese Canale Bentivoglio della Bonificazione di Stienta attraverso il Cavo Arienti.

Il concordato

L’aggravarsi della situazione conflittuale non poteva a lungo essere ignorata durante le giornate della visita del Pontefice a Venezia. Fu così che, alfine, si decise di trovare un accordo, per il quale si impegnarono in prima persona Papa Pio VI e il doge decidendo di inviare “sulla faccia dei luoghi” due deputati, il cardinale Lazzaro Opizio Pallavicini, Segretario di Stato, per la Santa Sede, e il nobile Andrea Memmo per la Serenissima, con due ingegneri, il veneto capitano Ignazio Avesani e il pontificio Giuseppe Zaffarini, per rilevare le reali necessità delle due parti in causa⁷.

Dopo la ricognizione, sulla base delle proposte del Manfredini, le delegazioni si trasferirono a Roma, dove, dopo diversi incontri a palazzo Venezia, residenza dell’ambasciatore Zulian, cui succedette Memmo, al quale il doge Moro aveva affidato la risoluzione della questione, lo stesso Memmo e Pallavicini firmarono solennemente, il 24 aprile 1784, il “Concordato circa gli scoli di Tessarolo e Val Precona”⁸.

L’accordo prevedeva di far defluire le acque dalla Presa Tessarolo in Poazzo a patto di rispettare numerose clausole, tra cui la costruzione di una chiavica regolatrice da farsi secondo i disegni dei due ingegneri all’altezza del terzo taglio veneto detto “la Piacentina”, a due pertiche rodigine di distanza dall’argine sinistro, con due chiavi, una per ogni parte. La porta della chiavica doveva rimanere chiusa quando fosse stata chiusa la chiavica di Raccano che scaricava le acque del Poazzo nel Po, ed aprirsi soltanto quando questa chiavica si sarebbe aperta.

Per le acque di Val Precona la questione fu così risolta: “s’introduchino in avvenire nei Canali della Bonificazione di Stienta (…) solo fino a che il Canal Bianco, in cui quelle andar dovrebbero, come già una volta andavano, venga restituito alla sua antica attività per riceverle”. Per questa operazione si sarebbe dovuta costruire a spese degli interessati di Val Precona una chiavica regolatrice dello scolo sul Cavo Arienti, da collocarsi nel punto di unione dei due arginelli ferraresi, con due serrature, una per parte, da demolirsi quando le acque della valle fossero tornate a scorrere in Canalbianco; in caso di pericolo di inondazione, con apertura della Chiavica di Occhiobello, le chiaviche sarebbero state chiuse, con diritto da parte dei proprietari e dei fittavoli dell’una e dell’altra parte, di eseguire sui propri argini le operazioni necessarie per salvare i terreni dalle acque, clausola dichiarata valida, sempre all’interno dei rispettivi confini, anche per Tessarolo⁹.

Risolto il problema delle acque, rimaneva sospesa la questione della delimitazione precisa dei confini, tema delicato in una fase che si rivelerà essere fatale per la Serenissima: il Concordato afferma sbrigativamente che “piacque ad ambedue li Principi di prescindere affatto dal merito principale della Disputa (…)”.

I lavori previsti nel Concordato, a spese dei possidenti locali, alla fine del 1784 erano già compiuti, come risulta dalla visita di Zaffarini e Avesani a Fiesso il 20 ottobre: al termine del proprio mandato, nella relazione conclusiva al doge, scrive il podestà di Rovigo Giovan Battista Poli

Alla unificazione del consorzio assentito da vostra Serenità di tutti li componenti di Tessarolo mi applicai coll’assistenza del nob. Proveditor ai Confini marchese Giuseppe Manfredini, che tanto lungamente e con merito versò negli affari stessi alla configurazioni di alcune regole che furono dalle Ecc. VV. avvalorate¹⁰.

Le disposizioni concordatarie, insieme ad altre sulla gestione delle acque della zona (l’aggravio del terratico anche per i terreni prativi e pascolari e l’impiego di truppe per la sorveglianza sugli argini), furono quindi confermate nella “Costituzione Idraulica” emanata l’anno successivo (1785) dal cardinale Francesco Carafa, Legato Pontificio.

Undici anni dopo, l’invasione napoleonica avrebbe posto fine al dominio veneziano, chiudendo la lunga fase dell’Antico Regime e avviando una nuova epoca storica, segnata dall’avanzare della classe borghese a scapito della nobiltà protagonista indiscussa, fino a quel momento, nelle operazioni di risanamento del territorio polesano.

L’assetto idraulico concordato tra veneziani e pontifici verrà quindi rivisto con le successive dominazioni austriaca e francese, con la nascita dei primi grandi Consorzi Idraulici di Bonifica.

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Come citare questo articolo

Marco Chinaglia. “La disfida di Tessarolo (1781-1784)”. Ventaglio Novanta, n. 36, 2008. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-disfida-di-tessarolo-1781-1784/

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