Pubblicità

STORIA - TRADIZIONI

La pesca non era uno sport

Quando la ricchezza di pesce nei fossati costituiva una basilare fonte per il sostentamento familiare

di Ildo Testoni

Ventaglio Novanta n. 36 2008 pp. 62–63

Il pesce, in tempi poveri e grami, è sempre stato per la nostra gente una grande fonte di ricchezza e sostentamento, poiché nelle acque del nostro Polesine si pescava in grande abbondanza.

Oggi il pesce è considerato dalla scienza medica un alimento insostituibile e consigliato a tutti, in particolare alle persone anziane. Un tempo non si pensava alle caratteristiche organolettiche o dietetiche dei cibi, l’importante era trovare il modo di procacciarseli.

Il ricordo va ai tempi della mia infanzia, quando eravamo quasi in una ventina di persone in famiglia ed allora, dietro consiglio del nonno, mettevo due nasse (in dialetto chiamate bartaelli) in un fosso che attraversava una nostra proprietà. Andavo a levarle due giorni alla settimana, il lunedì ed il venerdì, ed erano sempre piene di ogni ben di Dio, che a volte non ci stava tutto nel secchio e il pesce piccolo lo ributtavo nell’acqua.

Grazie a questa mia attività il companatico era assicurato per più pasti; il pesce si friggeva con lo strutto del suino. Le specie più pregiate erano: il pesce gatto, le tinche, i lucci, le carpe e persino qualche anguilla.

Va ricordato che si andava a levare le nasse dal fosso il venerdì, poiché con la religiosità del tempo, guai mangiare carne quel giorno, così come pure alla vigilia delle grandi ricorrenze: Natale, Pasqua ed il primo giorno di quaresima. In quei giorni il menù doveva essere assolutamente a base di pesce.

Anche nel Vangelo il pesce spesso è citato, basta ricordare la pesca miracolosa nel lago di Tiberiade, oppure le nozze di Cana, quando Gesù non solo aveva trasformato miracolosamente l’acqua in vino, ma raddoppiato anche il pane ed il pesce. Gli apostoli stessi erano pescatori e Gesù aveva detto a Pietro: “D’ora in avanti ti farò pescatore di anime”. Anche nell’arte il pesce è stato spesso immortalato da tanti pittori nelle loro tele denominate “Natura morta”.

Un discorso particolare va poi alle rane, visto che nei nostri canali, di notte, era tutto un gracidio e i pescatori andavano a pescarle vive, in barca lungo i canali, ipnotizzandole con il lume di una centilena a carburo (questa pesca era detta in dialetto “a fascela”).

Oggi la pescosità si è molto ridotta a causa del degrado dell’ambiente, inoltre a distruggere tante specie prelibate di pesce nei nostri canali e nel nostro Po, da alcuni lustri, è arrivato dal Danubio il pesce siluro che, oltre ad essere molto prolifico, è resistente anche agli inquinamenti, è molto vorace e mangia persino topi e nutrie. Può raggiungere anche due quintali di peso. Dice un vecchio proverbio contadino “Le erbe cattive sono sempre più forti di quelle necessarie e non muoiono mai!”.

Ora gli appassionati di pesca altopolesani si dilettano a pescare a pagamento nelle cave della ex-fornace di Bergantino o in quelle dell’Arella.

Mi sovviene in questo momento un monito indiano: “Quando l’ultimo albero sarà abbattuto, quando l’ultimo fiume sarà avvelenato, quando l’ultimo pesce sarà catturato, allora vi accorgerete che i soldi non si possono mangiare”. E’ da ricordare anche il detto popolare “Chi dorme non piglia pesci” a significare che nella vita se si vuole raggiungere qualche obiettivo, bisogna esser sempre all’erta, pronti e attenti.

Per l’accertato squilibrio della natura quanti insetti, rettili, anfibi sono scomparsi dalle nostre campagne! Questi, oltre che necessari, erano una meraviglia della natura stessa. Basta ricordare le lucciole, i grilli, le rane, le raganelle, i ramarri, le libellule, i maggiolini, i rospi, le tartarughe e tante altre specie. Anche se questi piccoli animali non sono del tutto scomparsi, anno dopo anno se ne vedono sempre meno e, proseguendo di questo passo, sono destinati all’estinzione. Purtroppo persino le api non sono state risparmiate, ed in varie occasioni si sono registrate grandi morie, e il sospetto ricade sui trattamenti antiparassitari degli agricoltori.

Per la produzione del miele il mio paese Melara è sempre stato famoso fin dai tempi dei Romani, tanto che ne scrive persino Plinio Senior. Il nome stesso Melara deriva dal latino “Mellis Ara”: altare del miele.

Anche le lucciole, che emettevano una viva luce all’addome ad intervalli, sono quasi estinte. Nelle sere di giugno erano così numerose e quel bel luccicare si confondeva con le stelle. Contemporaneamente si sentiva il gracidare delle rane nei fossi, il “cri cri” dei grilli nei campi, l’odore del fieno e della paglia del frumento e quei profumi e quelle visioni erano così incantevoli e portavano l’uomo alla riflessione e verso il Creatore.

Alle lucciole è legato il detto “Non prender lucciole per lanterne” a significare che la luce delle lucciole è flebile ed illusoria, contrariamente alla luce vera e duratura delle lanterne. Ormai questi scenari e profumi sono cose di altri tempi e le nuove generazioni, non avendoli mai visti né sentiti, non potranno mai farsi un concetto adeguato di tanta amenità. Nel ricordare tutto ciò, provo ancora quel fascino unico.

L’unica cosa che nel mio lavoro nei campi mi rattristava era vedere la lotta per la sopravvivenza. Una volta, mentre stavo sfalciando del fieno vicino ad un fosso, sentii improvvisamente il grido disperato di una rana. Pian piano mi avvicinai e la vidi in bocca ad una biscia che lentamente la stava inghiottendo. Una scena terrorizzante e pietosa: le due zampe posteriori del povero anfibio diritte come se chiedessero aiuto, la bocca spalancata, ormai s’intuiva che era finito, infatti gli occhi erano quasi fuori dal loro posto naturale. Presi una zolla e la lanciai contro il piccolo rettile che, impaurito, fu costretto a lasciar libera la rana che, seppur stremata, riuscì ad eclissarsi sott’acqua.

Oggi non c’è più spazio per il ritorno a idilli agresti. Eppure un tempo il rapporto con la natura era toccante, ed esaltante ad ogni evolversi di stagione. E non a caso il grande poeta latino Virgilio nelle “Georgiche” scrisse: “Ogni lavoro è umano, quello dei campi è divino”. Il grosso problema odierno è che questa terra, tanto bella e amabile, è sfruttata ed oltraggiata dalla stessa umanità che l’ha avuta in dono. Ormai l’inquinamento ha procurato persino il buco nell’ozono e la terra si è surriscaldata e tanti ghiacciai, anno dopo anno, si stanno sciogliendo facendo aumentare il livello degli oceani e dei mari.

E’ tempo di riflettere, ed è necessario che ciascuno si assuma le proprie responsabilità

Utilizzo dei contenuti

Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.

La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.

Come citare questo articolo

Ildo Testoni. “La pesca non era uno sport”. Ventaglio Novanta, n. 36, 2008. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-pesca-non-era-uno-sport/

Pubblicità