“Romea”: il suo nome risale al Medio Evo proprio per quei pellegrini che da Venezia e dall’arco alpino orientale scendevano a Roma. Si chiamavano Romei, e Romea era la loro strada, toccava monasteri e basiliche per il pane spirituale e materiale, rifugio in tempi tanto aleatori; con l’andar dei secoli la Romea decadde diventando un sentiero tra malariche valli e pinete rivierasche. Nel dopoguerra per collegare direttamente Venezia con Ravenna fu costruita una nuova Romea che seguiva l’antico tracciato, il quale, in alcuni tratti sommerso dagli arbusti, si nota ancora per ricordare che di lì sono passati tanti pellegrini confidando nel loro bastone e nella loro bisaccia.
Questa strada “Romea”, che passava per Rivà nell’isola di Ariano, per noi bambini, non aveva l’importanza dei secoli passati; era semplicemente una strada che arrivava da Taglio di Po e andava, attraverso il ponte di barche di “Manin”, sul Po di Goro, ad interrompersi presso le mura del castello della Mesola. Qui si fermava e, alla nostra fantasia, dava l’impressione dell’ultima stazione e sembrava quasi impossibile che potesse proseguire oltre.
Ce ne accorgemmo tempo dopo che la strada aveva il suo seguito, quando in gruppo, con le nostre inseparabili biciclette, raggiungevamo le spiagge di Volano dopo Pomposa. La strada bianca e stretta seguiva tracciati tortuosi costruiti sugli argini delle valli; noi abbiamo imparato a percorrere questa strada che, circa mille anni fa, i commercianti e i pellegrini tedeschi, scendendo dalle Alpi, percorrevano per raggiungere il porto di Ravenna. Ancora oggi, dopo la costruzione della nuova strada Romea, alcuni tratti della vecchia resistono all’assalto dell’uomo; seguendo il grande bosco della Mesola sfiora la famosa abbazia di Pomposa, fortunatamente restaurata, ma invasa da turisti e da bancarelle che, oltre ad offrire ricordini dell’abbazia, ammorbano l’aria con cibi fritti e rifritti.
La prima volta che in bicicletta arrivammo a Pomposa, c’erano un silenzio e una quiete che infondevano nell’anima pace e serenità. Circondata da alti pioppi e da vigneti coltivati con cura nel retro, questa abbazia parlava al cuore da epoche lontane e nonostante il tempo, le alluvioni e l’incuria dell’uomo, ancora resisteva ed emanava il suo fascino. Adesso, se pur restaurata e circondata da tanto verde, presenta enormi parcheggi e strade moderne che portano masse di turisti che molte volte non hanno nessun rispetto per questo luogo sacro.
La strada Romea passava davanti alla mia casa costruita su una piccola altura sabbiosa come, d’altra parte, anche tutte le altre case. Allora non era asfaltata ed era lasciata al degrado: buche di varia grandezza stazionavano per tutta la sua lunghezza, tanto da sembrare una groviera; quando pioveva si riempivano d’acqua che veniva schizzata via dalle poche automobili che la percorrevano, ma la gente aveva trovato una soluzione giusta: passando con le biciclette lungo i bordi della strada stessa aveva disegnato due sentieri in terra battuta e lì si poteva procedere abbastanza agevolmente.
Ed era quel sentiero che noi bambini percorrevamo in bicicletta! Biciclette da uomo enormi, massicce, che i più piccoli adoperavano con un equilibrio incredibile perché incapaci a salirne a cavalcioni. Si davano la rincorsa pigiando con un piede su un pedale, mentre l’altro lo raggiungevano passando sotto il “canon”, e così di sbieco percorrevano i sentieri della strada Romea, facendo uno sforzo notevole e planando molte volte nei fossi laterali con o senza acqua. La bicicletta ci serviva soprattutto per andare alla chiesa; alla scuola ci andavamo a piedi, al fioretto nel mese di maggio e a spendere la piccola mancia settimanale nel piccolo botteghino, posto proprio prima del ponte di barche di “Manin” in golena del Po.
Non si andava mai piano in bicicletta; si lasciava sulla sinistra il piccolo cimitero del paese che durante il mese di maggio diventava lo spauracchio per noi bambini: si tornava dal fioretto a sera inoltrata, quando il sole rosso aveva lasciato il posto all’azzurro del cielo; proprio presso il cimitero ci davamo da fare pigiando sui pedali, perché qualcuno ci aveva detto che di notte i fantasmi dei morti si facevano vivi attraverso delle fiammelle e queste avrebbero seguìto tutti coloro che sarebbero passati nei loro paraggi.
Quando il cimitero spariva dalla nostra visuale, rallentavamo, ma non abbiamo mai visto fiammelle seguirci!
Più avanti c’era l’edificio dell’asilo infantile con la sua torre, circondato da tanti bei pini marittimi e, nel retro, da pioppi canadesi che noi bambini ogni tanto scalavamo per gustare il panorama delle terre arate che andavano ad infrangersi presso gli argini del Po di Goro. Poi la strada saliva per arrivare fin sopra l’argine; a metà salita faceva la guardia un massiccio fortino di cemento armato abbandonato, costruito dai tedeschi durante l’ultima guerra mondiale, per controllare la strada Romea. L’abbiamo perlustrato diverse volte e ci sembrava di essere in una prigione con quei muri spessi un metro e le finestre ridotte a feritoie; poi non ci siamo più entrati, anche perché l’acqua filtrava da sotto il pavimento di terra battuta e il gocciolare di altra acqua dal soffitto dava l’impressione di essere in una profonda e oscura miniera.
Quando si arrivava sull’argine, improvvisamente appariva, con le sue quattro torri quadrate, il castello estense della Mesola. Se avevamo “diese franchi” si passava attraverso il ponte di barche di “Manin” e si andava a fare qualche giro attorno al castello, rasentando i portici di quelle che una volta erano le scuderie dei duchi estensi. Altre volte partendo dal castello e percorrendo una lunghissima e larga strada accompagnata da file di pioppi e di pini marittimi, attraversavamo un’ultima propaggine del grande bosco dove i signori andavano a cacciare, raggiungevamo il piccolo paese di Santa Giustina costruito ex novo dall’Ente Delta Padano e andavamo a far merenda nei pressi dell’antica torre dell’Abate, circondata da prati, canneti e canali colmi d’acqua. A sinistra si poteva imboccare, dall’argine, la lunga discesa che portava al borgo dove c’era anche la chiesa; ci buttavamo a capofitto lungo questa discesa, mettendo a dura prova copertoni e freni, quando c’erano! Ma era bello provare l’ebbrezza della velocità e sentire il vento battere sui nostri visi.
Davanti alla chiesa, la piccola piazza era delimitata da due grandi paracarri, che a noi servivano per giocare ai quattro cantoni. Sull’argine si saliva attraverso una scala abbastanza ripida che affrontavamo facendo tre scalini alla volta, invece la discesa era sempre sull’erba d’estate e sulla neve d’inverno.
Proprio percorrendo un viottolo della strada Romea, il babbo una sera tornò a casa con la “vespa”. Ci aveva avvisati che avrebbe acquistato una moto! Tornato dal grande mulino dove lavorava, si era messo il vestito della festa ed era partito.
Eravamo in ansia e curiosi di vedere questo nuovo acquisto! A Rivà solamente qualche grosso proprietario aveva l’auto, sempre tirata a lucido; qualche appassionato aveva la moto: di solito un “Guzzin” con le tre marce vicino al serbatoio come fosse un trattore. Quando passavano per la strada si facevano annunciare da lontano con il loro motore su di giri e percorrendo i viottoli della Romea facevano schizzare i sassi, pericolosi anche per la gente.
Verso l’imbrunire il papà era arrivato con la moto; lo avevamo intuito dal rumore quando era ancora molto lontano. Siamo corsi tutti in strada per accoglierlo e contemplare questo nuovo mezzo di locomozione. Era una “vespa sportiva” usata! Il padrone con questa moto aveva partecipato a diverse gare, vincendone alcune; ora l’aveva ceduta per comprarsene un’altra più potente. Il colore della vespa era di un cenere molto tenue. Le marce, innestate nella manopola della guida, correvano con delle asticelle di ferro lungo tutto lo scheletro della moto e andavano ad innestarsi nel motore; il fanale, piantato sulla sommità del parafango della ruota anteriore, dava una luce rossastra e illuminava un piccolo tratto di strada. La vespa è stata trattata come una persona: anche lei in cucina, su un tappeto rifatto da un lenzuolo di canapa, perché qualche goccia di olio o di benzina non sporcasse il pavimento.
Quanta strada ha fatto questa vespa! Noi andavamo alla chiesa in bicicletta, il papà arrivava con la vespa suscitando l’ammirazione di tutti.
Ma soprattutto era bello il lunedì sera, quando, nella sala cinematografica posta nella golena del Po di Goro, poco prima del ponte di barche di “Manin”, si proiettavano sempre due film al prezzo di uno solo. Si andava in vespa; io seduto dietro il babbo, mi appoggiavo alla sua schiena per proteggermi dal vento e dal freddo, ma il vento e il freddo passavano in seconda linea perché c’erano i film da vedere!
Quante pedalate sulla pedivella dell’accensione e il dito sul cicchetto della benzina per incoraggiarla a partire!
Un viaggio abbastanza lungo l’abbiamo fatto fino a Canda.
La mia famiglia era molto legata al parroco di Rivà don Alfredo Pavan, il “prete da corsa”, che venne trasferito nel paese di Canda. Questo per noi era un paese ai confini del mondo e non ci accorgevamo che invece eravamo noi ai margini del Polesine e quasi dimenticati da tutti. Siamo partiti sapendo solo che Canda si trovava dopo Rovigo e Lendinara. Un viaggio abbastanza lungo su strade sconosciute e attraverso paesi che appena riprendevano la vita dopo la grande alluvione del ‘51.
Ricordo molto bene un particolare: subito dopo Lendinara la strada diritta, non ancora asfaltata, sembrava fermarsi addosso ad una chiesetta di campagna che con il suo piccolo campanile parlava della devozione popolare di quelle genti. Era la chiesetta dei “Cuori” che, nella campagna piatta del Polesine priva di alberi, sembrava una barca che offriva al viandante un po’ di ristoro e sollievo. Ci siamo fermati un attimo per una preghiera. C’è ancora questa chiesetta, ma ora è soffocata dalla sovrastante superstrada. Chi passa nelle vicinanze d’improvviso scopre il campanile con la sua piccola campana di bronzo ad indicare che accanto a lui c’è ancora la chiesa che racchiude e conserva una sacra immagine della Madonna e il viandante non frettoloso eleva una preghiera e chiede una grazia.
Nel ritorno, verso sera, non conoscendo la strada, ci siamo perduti nel bel mezzo di una sagra paesana: un vigile ci ha fermato, ma vedendo nelle nostre facce dipinta la perplessità ci ha lasciato andare indicandoci anche la strada che dovevamo percorrere.
Qualche anno più tardi, dopo l’alluvione e l’incendio del mulino di Rivà, il babbo aveva cambiato lavoro e paese, e stava via tutta la settimana, così lentamente la vespa è stata messa a riposo. A Bellombra, dove con la famiglia avevamo seguito il babbo è stata parcheggiata nell’angolo più buio di una vecchia stalla, ricoperta di stracci e di tante altre cose.
Ma non per sempre è stata lì!
Ogni tanto nasceva dentro di me la voglia di provarla e poterla lanciare per le strade polverose del paese. Finalmente un giorno l’ho liberata da tutte le cianfrusaglie che la ricoprivano, l’ho pulita e lustrata con cura, ci ho messo un po’ di benzina, il tutto all’insaputa dei miei genitori. In un pomeriggio d’estate col sole alto nel cielo che dardeggiava e in quel silenzio che si crea dopo il pranzo di mezzogiorno e tutto sembra assopito in un dormiveglia strano, pian piano l’ho spinta fuori dalla stalla cercando di non fare rumore e mi sono portato di fianco alla chiesa, in un vicolo stretto dove non potevano passare le automobili.
Sapevo che lì c’era la possibilità di partire agevolmente e poi girare a destra per un ponticello che superava un canale d’acqua stagnante per immettermi nella strada principale. Soprattutto non c’era nessun testimone!
Al primo colpo di pedivella, il motore si è messo a cantare che era un piacere sentirlo. Mi sono ben aggrappato al manubrio, ho tirato la frizione e innestato la marcia, ma non sapevo che bisognava lasciare la frizione dolcemente: la vespa è partita con un salto, come se una frustata l’avesse colpita improvvisamente e nel tenermi aggrappato al manubrio istintivamente ho accelerato; la vespa sembrava avere una volontà sua e una forza incredibile! Non sapevo più cosa fare!
Mentre cercavo di capire in quale maniera fermarla, ero arrivato in fondo alla stradina: girare a destra per il ponticello era troppo pericoloso perché andavo troppo forte, proseguii diritto. Proprio sulla curva, davanti a me, c’era un portone sgangherato aperto che immetteva in una carrareccia di campagna, l’ho imboccato a tutta velocità alzando nuvole di polvere; passato il primo momento di timore e ragionando con calma, decelerai completamente, lasciando la marcia innestata e la vespa si fermò sussultando.
Per fortuna tutto si era risolto nel migliore dei modi! Mi guardai attorno per capire se qualcuno fosse stato testimone della mia scorribanda in campagna. Non c’era nessuno!
Trascinandomi la vespa a fianco, la riportai nel suo ripostiglio e la ricoprii con i suoi stracci. E lì venne dimenticata!
Un giorno non la vidi più. Il babbo l’aveva regalata, senza alcun rimpianto ad un amatore di vecchie moto. Chissà dove sarà andata a finire, forse lucidata in un salone per far bella mostra di sé con altre vecchie moto o forse dimenticata su un mucchio di ferrivecchi. La ricordo perché era bello viaggiare per le strade dell’isola di Ariano, polverose d’estate e fangose d’inverno, seduto sul suo sellino posteriore, appoggiato con la testa alla schiena del babbo!
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Come citare questo articolo
Luciano Schiavo. “La vespa”. Ventaglio Novanta, n. 36, 2008. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-vespa/