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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

La via del conte Angeli

Uno dei percorsi più antichi di Rovigo, per quattro secoli caratterizzato dalla presenza della chiesa dedicata a San Rocco

di Sergio Garbato

Ventaglio Novanta n. 40 2010 pp. 24–27

Restauri recenti e ancora in corso hanno ridato un volto nuovo e più accettabile a una delle strade più antiche e più importanti del centro storico, via Angeli, ferita e umiliata in un passato non certo lontano da ristrutturazioni e interventi sciagurati. Di origine medievale, la strada – che un tempo era intitolata a San Rocco – collegava, la piazza maggiore con l’antica porta San Giovanni, usciti dalla quale si poteva proseguire per Lendinara e Badia, oppure per Padova.

Proprio lungo questo breve tratto di strada urbana, fra il XVI e il XVIII secolo, alcune nobili famiglie locali e limitrofe avevano voluto edificare i loro bei palazzi: i Manfredini e poi i Labia e gli Oroboni e da ultimo gli Angeli.

Intorno alla metà del Cinquecento, quasi contemporaneamente a Palazzo Roncale, con cui principia la strada partendo dalla piazza centrale, era sorta, poco più avanti e sul lato opposto, la chiesa di San Rocco, affidata alle cure della confraternita da cui aveva preso il nome. La chiesetta, con il campanile e l’abside che si prospettavano sull’Adigetto, era diventata presto ricettacolo confortevole anche di altre confraternite, che si richiamavano a S. Carlo Borromeo, S. Francesco da Paola e alla Madonna di Loreto.

Ad apertura del Settecento, la chiesa, a navata unica, era corredata da sette altari, poi ridotti a cinque e, sul finire del secolo, il veneziano Giovan Battista Canal, che a Rovigo ha lasciato ampia e non insignificante traccia di sé, aveva affrescato il soffitto con l’immagine di San Rocco portato in Paradiso dagli Angeli. Ancora a Canal, stando al Bartoli che fu suo contemporaneo ed estimatore, si deve la splendida Madonna di Loreto (attualmente custodita in Vescovado), piccolo e insospettato capolavoro nei riflessi rossi e gialli e azzurri, che un tempo stava sul primo altare di destra della chiesa, scolpito in legno da Antonio Tassina e dipinto ad imitazione del marmo da Luigi Marangoni.

Nell’Ottocento, dopo la soppressione delle confraternite, l’edificio, era passato al demanio e affidato alla custodia di un prelato, Don Antonio Sonda, che amministrava il viatico agli infermi del circondario e teneva corsi di dottrina. Dopo l’epidemia di colera del 1855, l’edificio era stato restaurato e la facciata arricchita da un affresco.

Ma sul finire degli anni Trenta del Novecento, quando la chiesa era ormai chiusa da tempo, si decise di abbattere tutto l’isolato, compromettendo l’intero assetto di una strada, che era uno dei nervi scoperti del centro storico. Perduta così anche la fiera di San Rocco che si svolgeva tra via Angeli e un lembo della riviera dell’Adigetto. Erano giorni di festa, con le osterie e le poche botteghe strapiene di gente e quelle stesse strade ingombre di bancarelle, mentre certi palloncini veneziani, detti “baloni”, la sera si accendevano di luci verdi e rosse sotto i tigli che profumavano lungo il “canale” e le finestre delle case si adornavano con teli pregiati e coperte da letto, come per le processioni.

Oltre ai palazzi patrizi, che si concentravano tutti nei pressi di porta San Giovanni, continuavano però a sussistere molte abitazioni modestissime e in cattivo stato, ben illustrate da un suggestivo disegno di Eugenio Piva, tanto che, nel 1845, il benemerito conte Domenico Angeli aveva deciso, in uno slancio di filantropia, di farne ricostruire alcune. Poi, nel 1886, l’ingegner Giuseppe Oliva, già direttore generale della Società delle Strade Ferrate Mediterranee e consigliere del Ministero dei Lavori Pubblici, acquistato uno dei due palazzi della famiglia Manfredini, aveva pensato di ricostruirlo e ingrandirlo “in modo ben diverso e ben più grandioso”: nasceva così Palazzo Oliva, quell’edificio a due piani con portico, un poco pesante e monotono nella facciata, che pure è percorsa da una affollata teoria di finestre, e che si ispira nelle linee a tanti fabbricati coevi delle città maggiori.

Un’idea non troppo vaga di come si presentasse via Angeli, tra il finire dell’Ottocento e i primi anni del secolo successivo, ci viene offerta da alcuni vecchi scorci fotografici e da un olio su tavola di grande luminosità e ingenua prospettiva architettonica di Gino Pinelli: un ordinato susseguirsi di colonne e portici, con edifici a due piani, ingentiliti da graziosi poggioli e terrazzini, ritmati da numerosi negozi e insegne, con la presenza di ben due alberghi: il Centrale e la Stella d’Italia (ma poco lontano, dove è ubicata sotto diverse spoglie anche oggi, c’era la più autorevole e leggiadra Corona Ferrea).

Nel 1938, come si è accennato, fu sconsideratamente demolito tutto l’isolato che comprendeva la chiesa di San Rocco, per far posto al mastodontico Palazzo dell’INA e che pareva ritagliato, pari pari, dall’Eur di Roma e che veniva reinserito in quell’angolo di una piccola città di provincia allora sconosciuta ai più. Erano gli ultimi respiri di quella megalomania, che, in nome di un fasullo richiamo all’impero romano e a un modello di moderna monumentalità, aveva fatto a Rovigo e altrove danni non più rimediabili. Ecco, allora, l’Adigetto esiliato in periferia e, nel miraggio del rinnovamento, via tutto un pezzo dell’isolato, con le sue case basse e regolari e la chiesa tanto amata dai rodigini. A cancellarne la memoria provvide il marmo candido del palazzone dell’INA, primo segnale di quel ridicolo gigantisimo che, vent’anni dopo, avrebbe cambiato i connotati al Corso del popolo.

Sul finire degli anni Cinquanta ci fu una deleteria ricostruzione di Palazzo Labia destinato a ospitare l’Upim, ma anche la trasformazione di Palazzo Oroboni nella sede dell’Erario. Nel 1966 il Palazzo Manfredini, l’unico rimasto dei due palazzi della nobile famiglia rodigina, fu rifatto per accogliere una banca.

Se un restauro recentissimo ha ridato alla facciata di palazzo Labia un minimo di dignità, il punto di riferimento storico e architettonico (ma anche artistico dati gli affreschi e le statue degli interni) resta lo splendido Palazzo Angeli, il cui lungo restauro sembra ormai in via di risoluzione.

Edificato nel 1780, su progetto del veronese Francesco Schiavi che sarebbe morto appena un anno dopo, il palazzo conclude di fatto quella stagione architettonica che aveva dato alla città i suoi monumenti di maggiore prestigio. I presagi neoclassici di palazzo Angeli, infatti, riescono a conciliare l’eredità del Sanmicheli e il mito palladiano con le sollecitazioni dell’illuminismo veneto, con quel bugnato intorno al portale che sembra riecheggiare il vicino palazzo Roncale.

L’andamento armonioso della facciata è delineato al piano nobile da un doppio e rilevato cornicione che, al centro, si esalta in una breve balaustra sulla quale si apre una finestra che si protende verso il timpano sovrastante, affollato di sculture in bassorilievo, che si dispongono intorno allo stemma con l’aquila bifronte.

All’interno, lo scalone, con statue dello scultore veronese Gaetano Muttoni che ha rappresentato l’allegoria della Concordia, il genio della Scultura e quello della Pittura (non c’è più traccia di quello dell’architettura). Il salone del piano terreno e alcune stanze del piano nobile hanno affreschi di Giovanni Battista Canal con episodi della Gerusalemme liberata e storie mitologiche. Per gli affreschi sulle pareti, Canal si era invece servito delle inquadrature architettoniche dello scenografo veneziano Antonio Mauri e degli stucchi di Basilio Serena.

Nel palazzo, che aveva conosciuto luminose stagioni, avevano trovato ospitalità personaggi illustri. Tra gli altri Carlo IV di Spagna e la zarina Alessandra Fjodorovna, gli imperatori Francesco I d’Austria e Francesco Giuseppe. Ma sulla strada, proprio all’ombra del palazzo, sostavano sovente schiere di poveri, che aspettavano il passaggio del conte Domenico per chiedere e ottenere elemosina.

Nel 1876 il conte Domenico, ultimo discendente della casata, apprestandosi ad abbandonare definitivamente il mondo dei vivi, lasciò il palazzo al Comune di Rovigo, sia pure secondo certe clausole, non sempre rispettate.

Scomparso il filantropo, il palazzo fu subito destinato al liceo-ginnasio e poco tempo dopo agli uffici dell’amministrazione provinciale. Vi risiedette in seguito il prefetto e vi trovò ospitalità un convitto femminile, poi ancora gli uffici del consorzio agrario e infine la questura.

Dopo il trasferimento della Questura nel 1982 l’edificio fu lasciato correre verso un indegno degrado, da cui lo sta sollevando faticosamente e finalmente il restauro.

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Come citare questo articolo

Sergio Garbato. “La via del conte Angeli”. Ventaglio Novanta, n. 40, 2010. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-via-del-conte-angeli/

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