“Nella piatta campagna, ormai ridotta a un deserto di vita dalla moderna agricoltura, la Valle della Buora di Salvaterra rappresenta un’oasi importante anche se di minima estensione. La sua ricchezza sta nella storia che ci sa raccontare, e nella biodiversità che ci sa offrire”. Con queste parole concludevo l’articolo “Nella Valle della Buora” pubblicato nel numero 21 (luglio 2000) del “Ventaglio”. Lo scritto presentava per la prima volta al pubblico questa zona, che già da una decina d’anni veniva studiata dai volontari della Sezione polesana del WWF.
La scoperta della Valle
La Valle è sita nel Comune di Badia, frazione Salvaterra, nella zona de “Le Giare”, lungo il corso del condotto Valdentro e nei pressi della strada che da Ramodipalo scende verso Canda. La “scoperta” avvenne agli inizi degli anni ‘90 nel corso delle nostre escursioni alla ricerca dei frammenti di natura ancora presenti qua e là nelle campagne. Per scoperta si intende il riscontro dell’importanza dal punto di vista naturalistico della Buora.
Un’area questa conosciuta localmente, ma dai più valutata null’altro che un terreno incolto. Viceversa agli occhi del naturalista la Valle appariva caratterizzata da una ricca vegetazione tipica delle zone umide, in particolare dalla Carice, ormai rara in Polesine, che qui trovava una delle poche aree residue¹. Canneto, carici, pioppi, salici e tife creavano un ambiente adatto ad una ricca fauna, dagli anfibi agli uccelli.
Spiccavano per abbondanza i passeriformi, le gallinelle d’acqua e gli aironi, mentre tra gli anfibi trovavamo la Testuggine di palude, il Tritone e la Rana di Lataste.
Ed altrettanto importante era la Buora per via della storia che ci raccontava: storia di antiche grandi paludi, che nei tempi antichi occupavano questa parte della nostra provincia; storia di fiumi scomparsi e di antichità romane.
In epoca romana l’area probabilmente era più favorevole all’insediamento, come dimostrano i ritrovamenti archeologici effettuati in zona e descritti dall’archeologo polesano Enrico Zerbinati², e conservati al Museo Civico “A. E. Baruffaldi” di Badia e al Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo. Si veda, a questo proposito, un altro articolo apparso su questa rivista e curato da S. Rossato³.
Recentemente poi, durante la costruzione dell’Autostrada Valdastico, sono stati portati alla luce resti di una fornace dell’epoca romana, alcune tombe alla “cappuccina”, lo scheletro di una volpe, cimeli funerari e reperti lignei risalenti al primo secolo dopo Cristo. Tali reperti sono per ora custoditi presso il Museo di Adria in attesa del loro restauro, finanziato dalla Società Autostrade Brescia – Padova. Il recupero dei reperti è stato possibile grazie a una campagna di scavo che la Società ha affidato all’Università di Padova, in stretta collaborazione con la Soprintendenza Archeologica.
Una zona di bassura
Va ribadito che la Valle – a differenza di quanto recentemente riportato – non ha avuto origine da un “probabile” asporto di terreno per le fornaci. Come già a suo tempo dimostrato, l’area era infatti presente, con caratteristiche simili alle attuali, già nelle mappe catastali di inizio Ottocento. Recenti studi geologici hanno chiarito ulteriormente questo aspetto, evidenziando che l’area appartiene a una “zona di bassura” che va da Badia fino a Lendinara ed è delimitata dai dossi fluviali dell’Adigetto⁴ a Nord e dal paleoalveo del Boalto a sud.
E così, mentre i terreni dei paleoalvei sono ricchi di sabbia portata dai fiumi, la zona intermedia, ove insiste la Buora, è caratterizzata da argille poco permeabili, ove l’acqua della falda freatica, molto superficiale, tende a ristagnare⁵.
Tale ristagno è facilitato dal fatto che proprio qui i terreni cambiano pendenza, essendo questa maggiore tra Badia e la zona della Buora, al ponte della Dozza, rispetto alla restante campagna fino a Fratta⁶.
Una riprova di questa estesa bassura si ha anche dall’osservazione della rappresentazione cartografica del Polesine: si nota infatti che tutta la zona compresa grossomodo tra Badia, Lendinara, Canda e Fratta è priva di insediamenti, mentre vi si trovano località dai toponimi che rimandano al passato palustre: Salvaterra, ai confini, (chiamata così perché essendo più alta era salva dalle acque) le Giare, Sabbioni, via Vallazza, la Madonna dei Cuori, da cuoro, luogo paludoso⁷.
Va ancora ricordato come questa sia l’area che per tanto tempo fu occupata da vaste paludi, le “Valli di San Biagio” e la “Valdentro”, regimentate grazie al secolare lavoro delle bonifiche. Dai nostri sopralluoghi e dallo studio del territorio, avevamo dunque compreso che la Buora rappresentava proprio l’ultimo residuo di queste valli.
La richiesta di tutela e l’incredibile sfregio
Un bene naturale ma anche di interesse storico ed archeologico dunque. Un biotopo importante meritevole di tutela. E per tale motivo era stato descritto sul Ventaglio e in altre pubblicazioni⁸. Inoltre era stata fatta richiesta dal WWF di apposizione di vincolo di bellezza d’insieme ai sensi della L. 1497/1939 già nel 1995, richiesta reiterata dal WWF e contemporaneamente dai Sig. Silvano Rossato e Claudio Vallarini nel 1992. Per di più la Valle era protetta dalla “Legge Galasso” riguardante la tutela delle zone di particolare interesse ambientale, trovandosi entro 150 metri dalle sponde dello Scolo Valdentro, corso d’acqua tutelato.
Tutto ciò ci rassicurava, e mai avremmo immaginato… che un brutto giorno (per la precisione sabato 9 novembre 2002), avremmo trovato… ruspe e trattori all’opera con l’obiettivo di eliminare il sito di pregio naturalistico.
Ci attivammo immediatamente, con telefonate, e-mail, raccomandate ed esposti. Tutte le possibili autorità competenti a livello locale, provinciale e regionale furono avvisate. Stilammo comunicati che furono ripresi più volte nei giorni successivi dalla stampa, ma non si mosse nessuno e dovemmo assistere impotenti allo sbancamento totale dell’area.
Solo quando ormai non c’era più nulla da fare o da salvare si ordinò la sospensione dei lavori. Negli anni successivi seguì il processo, al quale partecipammo come testimoni, ma che si concluse in un nulla di fatto per decorrenza dei termini. Una brutta storia all’italiana dunque!
La svolta
La rabbia e la frustrazione furono tante. Ma ecco verificarsi un fatto inatteso: il Consorzio di Bonifica Polesine Adige – Canalbianco individua in quella zona una possibile area per la creazione di un bacino di espansione per le acque. Provvede quindi all’acquisto di quella che un tempo era stata la Valle, e decide di rivolgersi al WWF per un progetto comune di restauro ambientale.
Ripartono dunque i lavori, questa volta non interessati a distruggere, ma a ricreare.
L’obiettivo del Consorzio è quello di realizzare un bacino che funga sia da cassa di espansione che da accumulo dell’acqua, in modo da regolare le piene e da ridistribuire le acque ai terreni agricoli in caso di bisogno. L’acqua rappresenta infatti un bene prezioso, una risorsa che deve essere curata (“l’oro blu”, nella definizione del Direttore del Consorzio, Carlo Piombo). Una necessità idraulica diviene anche un’occasione unica per ricreare, per quanto possibile, un’area naturalistica.
Si creano quindi i presupposti per attuare quanto già previsto da un protocollo d’intesa firmato nel 2007 fra l’Associazione Nazionale Bonifiche, Irrigazioni e Miglioramenti Fondiari (ANBI) e il WWF nazionale, che prevede di realizzare azioni sinergiche tra i due enti che, ognuno con il suo punto di vista, si occupano entrambi del territorio.
La creazione dell’oasi della Buora rappresenta il primo esempio in Italia di tale collaborazione. Il progetto attuato dal Consorzio di Bonifica, oltre all’aspetto idraulico ha tenuto conto delle indicazioni del WWF locale⁹, e i risultati già si vedono.
A soli pochi mesi dall’importante intervento di rinaturalizzazione, l’assiduo e attento monitoraggio permette di testimoniare il ritorno progressivo di animali e piante, tanto che finora sono già circa un’ottantina solo le specie di uccelli avvistate dagli ornitologi del WWF.
Il risultato di questa fase iniziale di studio è stato presentato al Convegno dei Faunisti Veneti nel 2008¹⁰. Oltre a Germani reali, Aironi, Folaghe, si sono rivisti animali rari come il Piro-piro boschereccio, il Cavaliere d’Italia, la Pantana, la Pettegola, il Corriere piccolo. Di notevole interesse la segnalazione del ritorno della Testuggine palustre, proveniente probabilmente dal canale Valdentro.
La cerimonia inaugurale
Il 2 ottobre scorso una cerimonia, tenutasi all’ex oratorio Sant’Antonio di Badia, ha sancito la nascita dell’Oasi. Sono intervenuti il Presidente del Consorzio di Bonifica Marino Bianchi e il Direttore Carlo Piombo, i Sindaci di Badia e Lendinara Fantato e Ferlin, il Presidente della Coldiretti Valentino Bosco e l’Assessore provinciale all’ambiente Giuliana Gulminelli.
Il Dir. Piombo ha ricordato che, per realizzare il progetto, la spesa complessiva è stata di circa 1.320.000 euro, compresi i costi di acquisizione, le opere idrauliche, i movimenti di terra e le piantumazioni.
Attualmente i bacini occupano circa sette ettari sul totale dei dieci dell’area, con un invaso complessivo di 105.000 metri cubi che fungono da valvola di sfogo atta a contenere i fenomeni alluvionali.
Eddi Boschetti, responsabile del WWF polesano, si è detto convinto che sia “importante che si arrivi a una sintesi fra il pensiero ambientalista e di chi ha l’obbligo di gestire e pianificare il territorio”. Inoltre la Buora non resterà un’oasi in mezzo al deserto. E’ stato infatti varato un progetto di “corridoio ecologico” che unisce la Valle alle zone circostanti e, attraverso una pista ciclabile, arrivi fino a Badia.
Il ripristino è già iniziato¹¹, e comprende la nuova area bosco-prativa dell’estensione di un ettaro (fondo Cave Bozzolan), e un frutteto biologico di oltre 10 ettari (Azienda Agricola Farinazzo. “La Buora rappresenta così un punto di partenza per sviluppare una rete di sinergie che vada a valorizzare l’oasi e le zone limitrofe” ha concluso Boschetti.
Al termine della presentazione tutti i convenuti, comprese due classi della scuola media di Badia, si sono portati all’Oasi, dove si è potuto vedere quanto realizzato, comprese le piantumazioni di arbusti e querce, le postazioni e la torretta da bird-watching per osservare in tutta tranquillità gli animali.
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Come citare questo articolo
Francesco Crestani. “Ritorno alla Buora”. Ventaglio Novanta, n. 40, 2010. https://ventaglionovanta.it/archivio/ritorno-alla-buora/