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STORIA - TRADIZIONI

I “Misteri” di G. A. Ghedini

Auspicabile un ritorno a Melara dei piccoli capolavori dipinti dall’artista del ‘700 per la chiesa di San Materno

di Raffaele Ridolfi

Ventaglio Novanta n. 40 2010 pp. 60–62

L’artista di origine ficarolese Giuseppe Antonio Ghedini (1707-1791), di indubbia e consolidata valenza pittorica nell’ambito del Settecento ferrarese, “pittore pieno di foco”, come ebbe a ricordarlo nel 1783 Cesare Cittadella nel suo “Catalogo istorico de’ pittori e scultori ferraresi”, ha lasciato diverse importanti tracce della sua attività pittorica nel territorio polesano e ferrarese. Il suo catalogo è lungi dall’essere completato, e si è implementato solo grazie alla perizia di alcuni esperti, veri estimatori della sua abilità artistica. Tra gli altri, il fiorentino Antonio Placido Torresi, che recentemente è giunto ad attribuire con certezza a Ghedini alcune opere importanti.

Il nostro intervento vuole tuttavia soffermarsi su un ciclo particolare costituito dai quadretti dei Misteri del Rosario, che un tempo contornavano l’altare dedicato alla Madonna del Rosario nell’arcipretale di san Materno vescovo in Melara. Quadri che da tempo non si trovano più al loro posto, e che hanno anche lasciato Melara per approdare a Rovigo presso la Curia di via Sichirollo, assieme ad altre opere che impreziosivano la chiesa di San Materno.

Il Ghedini a Melara dipinse pure la pala d’altare maggiore che raffigurava i protettori, cioè San Materno e Sant’Antonio di Padova. Neppure questa oggi visibile nell’arcipretale melarese perché purtroppo distrutta nell’incendio che nel 1851 coinvolse la chiesa, assieme a sacre suppellettili, all’organo settecentesco, al tetto, alle coperture di stoffa e molto altro ancora (vedi Ventaglio n. 24, gennaio 2002).

Va innanzitutto detto che l’attività pittorica di Giuseppe Antonio Ghedini a Melara fu certamente agevolata (o forse limitata?) dall’essere il fratello del sacerdote del tempo, quel Felice Ghedini (1702-1777) che portò a compimento la grandiosa “fabbrica” dell’edificio sacro, tuttora uno dei più maestosi della nostra Diocesi. Forse limitata perché, come spesso accadeva, gli artisti venivano malpagati oppure addirittura non pagati, altre volte compensati in natura ed a distanza di molto tempo (Ghedini stesso dovette seguire le vie legali per venire risarcito da parte di religiosi ferraresi committenti). Comunque sia stato, il pittore Ghedini accetta la commissione del fratello arciprete e la porta a pieno compimento.

I “Misteri” ebbero nel tempo una vita tranquilla sino al secolo scorso, quando furono rimossi fra il 1947 ed il 1957 per lasciare spazio al quadro della Madonna del Lume il cui altare era invece il primo a destra di chi entra (contravvenendo fra l’altro ad una disposizione che prevedeva non dovesse più muoversi dal suo posto originario).

Una volta levati dalla loro sede, i quadretti ottagonali del Ghedini furono scorniciati e conservati in canonica sino alla fine degli anni ‘80, indi spostati a Rovigo. Tolta pure la Madonna lignea al centro dell’altare, oggi ospitata nella chiesetta della Santa Croce. In pratica vi fu uno spostamento di altari a danno dei più antichi (qualcuno azzardò, in passato, che le Madonne in chiesa fossero “troppe”).

I misteri del Rosario (1736-1758).

I dipinti sono ad olio su tela. Gli ottagoni misurano appena 30 cm per 38. Sono stati testimoniati dalla lettera autografa del Ghedini del 1758, conservata anche in Biblioteca Ariostea, e già riportata nel passato da Eugenio Riccomini, Paolo Bononi e Savino Chiavegatti.

L’anno esatto di esecuzione non è certificato: potrebbe essere 1736-38 oppure il 1758, come la perspicace studiosa Giovanna Rossi di Milano afferma.

La prima datazione è una mia ipotesi, suffragata dal fatto che proprio in quegli anni veniva terminato da Giuseppe Antonio Ghedini l’altare della Beata Vergine del Rosario, così come si deduce dalle visite pastorali. Questi fu il terzo altare finito dopo il Maggiore e quello di sant’Antonio di Padova, dopo poco tempo che don Felice Ghedini prese possesso della parrocchia nel 1733. La seconda datazione invece deriva dal fatto che con tutta probabilità Don Felice Ghedini ebbe la collaborazione del teologo domenicano Casto Innocente Ansaldi (Piacenza 1710 – Torino 1780) che è rappresentato in un ottagono, quello della Pentecoste, che, a torto, si ritenne in passato potesse essere un autoritratto del pittore.

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Come citare questo articolo

Raffaele Ridolfi. “I “Misteri” di G. A. Ghedini”. Ventaglio Novanta, n. 40, 2010. https://ventaglionovanta.it/archivio/i-misteri-di-g-a-ghedini/

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