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STORIA - TRADIZIONI

I Fioi d’la Vecia

Nel Delta rivivono le ‘cante’ di una tradizione che ancora sa trasmettere emozioni

di Francesca Forza

Ventaglio Novanta n. 40 2010 pp. 80–81

C’era una volta… una stalla, nel Delta del Po, dispersa nel buio, sospesa tra acqua e terra, per una festa a sua volta sospesa tra dimensioni: un mondo fatto di materia, riso e anguille, e un mondo popolato dagli spiriti, dai morti e dai sogni. E in mezzo essi, un viluppo di energie.

Tra queste, c’era un gruppo di uomini che si ritrovava alle tre della notte dell’Epifania, e che non dormiva per tutto il tempo, fino alle sei, per provare le filastrocche e le maschere d’la Vecia e del Vción. Una volta che il mattino biancastro fosse arrivato, i dodici, tredici uomini avrebbero iniziato la loro questua per le case, regalando paura e al contempo dolci, ricevendone in cambio salami, vino e qualche soldo. Queste offerte rituali, offerte al beneaugurante consesso, sarebbero state ridistribuite nella comunità alla sera, in un momento catartico e ridistributivo come il Brusavecia, in piazza, a Ca’ Mello, dalla Compagnia d’la Vecia. I Fioi d’la Vecia, come li conosciamo oggi, iniziano a girare negli anni ‘60 e ‘70 cantando canzoni per la Befana e l’Anno Nuovo, ma questa attività è tramandata (e, viste le giovani leve entusiaste alle riunioni, verrà trasmessa) da molte generazioni. Infatti, Fabrizio Bellan, l’attuale presidente del gruppo, Tonino

Caprissio Donà, il padre spirituale, ed Enzo Ciaci Marangon, il direttore d’orchestra, fanno risalire l’origine del repertorio al padre, un val’san che tornava in paese una volta ogni venti giorni e andava a bottega (che, singolarmente, significa che andava all’osteria) a bere e cantare.

Alcune di queste canzoni da osteria sono pepate al punto giusto da poter essere considerate, dal punto di vista antropologico, talismani di fecondità: La Cameriera, O Mia Teresa, O mia Rosina, L’Oselin de la Comare, la Porçea, nel Bosco dla marina, Un giorno andando in Francia, La bionda de Bonei, Donna Lombarda. In particolare, le ultime due appartengono ad un canzoniere italiano già riconosciuto nel diciannovesimo secolo, giacché compaiono nella raccolta di Costantino Nigra. Donna Lombarda, una storia di tradimenti e avvelenamenti, viene da questi considerata la versione a tinte fosche della vicenda longobarda di Rosmunda e Alboino, mentre la Bionda d’i Bonei (nel Nigra di Canelli) racconta di una giovane che prende la “malattia del far l’amor coi melitar”.

Nelle osterie del Delta i bambini non sarebbero potuti entrare, mentre i padri cantavano queste canzoni in coro, o anche a catena. A dire il vero, le canzoni, la Compagnia le ha prese anche dalle risaie, e nelle occasioni delle ganzèghe.

I Fioi d’La Vecia, per anni, sono andati di casa in casa per la Vecia, e, se negli anni hanno saltato qualche casa, sono stati pure rimproverati: il loro passaggio, in effetti, è un portafortuna. Per anni hanno raccolto oboli per le loro visite, anche in denaro, prontamente usati per offrire cene ai giovani o, ancor più nobilmente, per la beneficienza. A dire il vero, la voglia di fare del bene, i Fioi, ce l’hanno sempre avuta: che dire dei momenti di tenerezza nelle case di riposo di Corbola o a Villa Tamerici, dove gli anziani si commuovevano per quelle vecchie cante che li riportavano indietro, indietro, quando la notte era oscura e si aspettava di sentire, nella lontananza, il suono dei campanelli e il calpestare cupo e ritmato della Vecia e del Vción?

Era nella stalla, menzionata all’inizio, che il Vción e la Vecia arrivavano dal mondo dell’immaginazione e, ospitati da due uomini che indossavano molti stracci, una gobba finta fatta con la paglia, un cappello da donna per lei e un alto cappello guarnito di nastri colorati per lui, andavano per le case, al ritmo delle voci maschili, delle fisarmoniche, del tamburo, e di qualche occasionale piléta e pilón per il riso.

La Compagnia, con i suoi incontri fissi (ogni settimana dal 2007, annus mirabilis per l’esplosione del fenomeno a Villa Badoer in occasione del Festival delle Tradizioni Popolari), con le sue note, con i brusavècia e il brusavción (il 7 gennaio), è un modo che ha questa nostra terra irrequieta di cercare di appropriarsi di un’identità stabile, di ancorarsi a un ricordo comune, o almeno comunitario, come tanti miti di fondazione.

Perché il Polesine è una terra dai confini sfilacciati e insicuri. Il Delta, per di più, è una terra che non è quasi terra, una filigrana di strade e valli che si perde, immersa nell’oscillare delle acque, con la presenza intrigante, e al contempo inquietante, di un mare vicino che promette di frastagliarla, di insidiarla e, ogni tanto, di coprirla.

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Come citare questo articolo

Francesca Forza. “I Fioi d’la Vecia”. Ventaglio Novanta, n. 40, 2010. https://ventaglionovanta.it/archivio/i-fioi-dla-vecia/

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