Non è passato inosservato l’articolo dedicato a Benvenuto Tisi detto Garofalo (Benvenuto… e non il Benedetto come per una svista è erroneamente apparso nel titolo. Ventaglio n. 38 pag. 82 e successive).
L’autore Claudio Garbellini – di cui piangiamo la recente scomparsa – ha innanzitutto chiaramente evidenziato l’origine polesana dell’artista. Si sono infatti decisamente irrobustite, dopo l’importante mostra allestita due anni fa al Castello di Ferrara le motivazioni della sua nascita a Garofolo, attuale frazione di Canaro, da cui è poi derivato il soprannome. Un appellativo usato con estremo piacere dal pittore, tanto che, in qualche occasione, l’artista ha firmato i suoi quadri apponendovi, sulla fascia più bassa, un minuscolo disegno di un garofano. Non trova pertanto sufficiente giustificazione l’ipotesi di una sua nascita a Ferrara, città nella quale poi visse ed ebbe la sua consacrazione artistica.
Il compiacimento per la ribadita origine polesana del pittore non è però accompagnato da altrettanto eloquenti testimonianze dell’artista nella terra tra il Po e l’Adige. “Varie le opere tuttora ammirabili a Ferrara, una sola in Polesine” si avvertiva in una scheda allegata al citato articolo, con l’indicazione di raggiungere la chiesa di Crespino per apprezzare l’unica pala d’altare realizzata dal Garofalo oggi conservata in Polesine.
Se è vero che l’opera in questione è l’unica pala d’altare del Garofalo oggi ammirabile in Polesine, esiste però – come ci ha fatto notare un attento lettore del Ventaglio – un’altra importante opera all’interno del territorio provinciale, attribuibile all’insigne pittore.
Per scoprirla occorre recarsi nella chiesa di S. Francesco e Santa Giustina di Rovigo. L’opera raffigura S. Francesco che riceve le stimmate ed è posizionata nell’altare destro della crociera, ai piedi di una pala d’altare dedicata alla Discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli (Pentecoste). Opera quest’ultima realizzata da Girolamo da Carpi. Motivo per cui tradizionalmente anche il piccolo quadro dedicato a S. Francesco, posizionato sullo stesso altare, è sempre stato attribuito al pittore emiliano.
Va però detto che solo in tempi recenti si è ritenuto di vedere nel dipinto la mano del Garofalo¹, accreditando pertanto al “Raffaello ferrarese” due opere presenti in territorio polesano.
La visita alla chiesa rodigina di S. Francesco e S. Giustina alla ricerca del quadro del Garofalo, ci porta ovviamente ad ammirare anche il sovrastante dipinto di Girolamo da Carpi² dedicato alla Discesa dello Spirito Santo, nonché altre opere realizzate – e questa è una connotazione davvero significativa – da pittori coevi di ambito ferrarese.
Appena entrati nel tempio, nel primo altare della navata destra, non possiamo che manifestare ammirazione per la pala rappresentante Il Battesimo di Gesù da parte di San Giovanni Battista, opera datata 1542, attribuita al Maestro dei 12 Apostoli³, all’epoca attivo in Ferrara. Il dipinto su tavola è inserito in una elaborata cornice dorata, sovrastata dall’immagine del Padre Eterno e corredata da altri piccoli inserti dipinti, dedicati ai Santi Rocco, Usualdo, Francesco e Antonio, nonché a Cristo deposto dalla croce.
Anche il secondo altare presenta una pregevole opera di scuola ferrarese: una pala raffigurante La Madonna in trono tra i Santi Pietro ed Andrea, dipinto ragguardevole del ferrarese Domenico Panetti⁴, incaricato dell’esecuzione nel 1505 dalla ferrarese Ginevra Scovassetti, moglie del medico rodigino Andrea Casalini, morto lo stesso anno.
Per restare nell’ambito dei pittori della scuola ferrarese chiamati in questo periodo a prestare la loro opera nella chiesa di Rovigo, pregevole è poi la pala che si trova nell’abside, dietro l’altare maggiore. Raffigura La Madonna col Bimbo in gloria, con Santi e Donatori, realizzata dal Bastianino⁵.
La grande tela fu commissionata da un altro notabile rodigino, Aurelio Silvestri, ritratto nella parte bassa del dipinto con la moglie, entrambi in atteggiamento di preghiera.
Dalle opere esaminate si deduce chiaramente l’interesse, da parte delle principali famiglie rodigine del ‘500, a concorrere all’abbellimento della chiesa dedicata a S. Francesco. Un tempio all’epoca molto importante e parte eminente di un complesso monacale destinato ai Conventuali francescani: poliedrica struttura arricchita da due chiostri, sorta a partire dagli ultimi anni del XIII secolo, a seguito delle volontà testamentarie espresse nel 1293 da Obizzo II d’Este, che morendo destinò le risorse necessarie all’edificazione.
Una storia quella del complesso francescano che, dunque, affonda le sue radici nel medioevo, raggiungendo il suo splendore specie in epoca rinascimentale con un importante ampliamento della chiesa, seguito dalla dotazione di importanti opere. Poi la parabola discendente fino alla soppressione del convento in epoca napoleonica e un cambiamento totale della fisionomia, in particolare dopo i radicali interventi ottocenteschi che cancellarono quasi del tutto l’impianto originario di stile gotico. I lavori, che conferirono alla chiesa un nuovo aspetto di stampo neoclassico, si protrassero per buona parte del XIX secolo e culminarono con il rifacimento della facciata, progettato nel 1842 da Lorenzo Rossini, ma portato a termine soltanto nel 1896 con il posizionamento di cinque statue (oggi scomparse) sulla sommità del tempio.
A testimonianza dell’antica architettura è stata recentemente recuperata la gotica “Cappella Roverella”, a sinistra dell’altare maggiore. All’esterno resta soprattutto la facciata di quella che fu la Sala Capitolare, attualmente sacrestia: fanno bella mostra di sé cinque arcate a sesto acuto, con la presenza di due stemmi rappresentanti l’aquila estense. E’ tutto quanto rimane del grande complesso caratterizzato dai due chiostri in stile gotico, destinati ad un progressivo degrado dopo l’allontanamento dei frati conventuali. Gli ambienti furono infatti dapprima adattati a caserma, poi destinati ad ufficio postale ed infine lasciati nell’abbandono fino alla demolizione.
Si salvò la chiesa che, dopo la soppressione del convento, fu affidata al parroco di S. Giustina, il cui tempio fu contemporaneamente abbattuto per far spazio ad una nuova piazza, successivamente intitolata a Garibaldi alla morte dell’”eroe dei due mondi”. Fu così che la secolare chiesa francescana assunse la doppia dedica a S. Francesco e S. Giustina.
Le vicissitudini non sempre positive hanno però fortunatamente risparmiato il ciclo pittorico del periodo rinascimentale. Opere di sicuro pregio legate – come sottolineato – alla cultura ferrarese.
Ma sempre del XVI secolo, all’interno del tempio furono posizionate anche due importanti esecuzioni scultoree, quest’ultime di matrice culturale veneta. Si tratta innanzitutto della Pietà portata a compimento da Tullio Lombardo (Padova 1455 – Venezia 1532)⁶ per la cappella votiva, che si apre al centro della navata sinistra, voluta da Flora Baroni a memoria del defunto marito Ludovico Della Bianca, notaio ferrarese trasferitosi a Rovigo a fine ‘400. L’opera monumentale fu commissionata allo scultore veneto nel 1526 da Marco Casalini che nel frattempo aveva sposato la vedova del Della Bianca.
L’altra realizzazione scultorea si trova nella sagrestia: si tratta di un pregevole bassorilievo di anonimo di scuola veneta raffigurante La Madonna tra i Santi Lorenzo e Giovanni Battista⁷.
Una visita alla chiesa rodigina di San Francesco e Santa Giustina ci permette dunque di apprezzare opere di grande valore, pregevoli testimonianze di un consistente interesse, sotto il profilo artistico, manifestato dalle principali famiglie di Rovigo, che, per quanto riguarda la scultura, rivolsero la loro attenzione verso l’ambito veneto, mentre per la pittura verso quello ferrarese. Una osservazione quest’ultima che per certi aspetti può stupire dato che – dopo la guerra del Sale (1482-84) – Rovigo era entrata a tutti gli effetti a far parte del territorio della Serenissima. Ma evidentemente non erano stati recisi i collegamenti con la città estense con la quale, anche a seguito di legami parentali, perdurarono intensi i rapporti per vari decenni del Cinquecento.
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “Nella Chiesa di S. Francesco”. Ventaglio Novanta, n. 42, 2011. https://ventaglionovanta.it/archivio/nella-chiesa-di-s-francesco/