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STORIA - TRADIZIONI

La Fiera di Rovigo

Un avvenimento sempre atteso, che annualmente si ripete senza interruzione dal 1482 - I parte

di Francesca Magon

Ventaglio Novanta n. 42 2011 pp. 70–73

Come ad ogni parola corrisponde un significato, così alla parola “fiera” la mente subito si popola di molte immagini: rivivono colori, luci, suoni e andirivieni di tanta gente, chi si ferma alle bancherelle e guarda incuriosita la varia mercanzia; chi cerca il buon affare, chi va perché… un giro alla Fiera bisogna farlo, è tradizione, magari solo per un simbolico sacchettino di mandorle croccanti.

Già, la Fiera di Ottobre a Rovigo, che – tra storia e tradizione – quest’anno ha visto lo svolgimento della sua 528^ edizione: una festa attesa e vissuta da grandi e piccini.

Non a caso il termine “fiera” significa propriamente giorno festivo, vacanza, dal tardo latino “feria”. Praticamente abituale convegno di venditori e compratori, da distinguersi dal “mercato” per la sua maggior durata e per lo sviluppo che ha il commercio all’ingrosso.

Tuttavia, parlare della Fiera di Rovigo equivale identificare questo evento con gran parte della storia della città nelle sue più elementari e immediate manifestazioni di vita economica locale, espressa in forme di costume e di tradizione della sua popolazione. E non si può cancellare l’immagine, prima e antica, di una Fiera contadina, in cui Rovigo e il Polesine ritrovano le loro più autentiche radici.

La genesi della Fiera

La storia della Fiera d’Ottobre a Rovigo trova notevole e preziosa documentazione nell’Archivio Storico Comunale conservato presso l’Archivio di Stato e all’Accademia dei Concordi, grazie agli scritti di cronache di vari autori e poeti, quali il Biscaccia¹, Lettere e manoscritti conservati presso l’Accademia dei Concordi², Eugenio Piva³.

Va innanzitutto sottolineato come l’istituzione della Fiera di Rovigo sia legata ad una data ben precisa: il 12 agosto 1482, giorno in cui Rovigo passò sotto il dominio della Serenissima Repubblica di Venezia. In quell’anno, infatti, mentre si combatteva la guerra di Ferrara (detta anche del Sale per il motivo ritenuto scatenante), i rodigini, stanchi di mutare dominatore, ma anche esasperati dai danneggiamenti collaterali al conflitto (requisizioni di grano, furti, distruzione del bestiame, stupri, violenze alle mogli, torture, incendi, alluvioni provocate, febbri mortali, pestilenze causate dalla fame e dalle ferme) inviarono ambasciatori al doge Giovanni Mocenigo, con atto di dedizione volontaria, in data 9 ottobre. Lo stesso 9 ottobre, il XVIII dei “Capitoli di dedizione” istituiva la fiera di Rovigo: “che ad perpetuam rei memoriam della gloriosa felice entrata della vostra Ducal Signoria, che ha fatto in quella vostra Terra di Rovigo, quelle si degni, che ogni quattro dì avanti la vigilia dell’Assentione della gloriosa Madre di Dio, e quattro dì dappoi essa vostra Terra si abbia a far una Fiera libera, et esente da ogni Dazio, et Gabella si per lo vendere, et compar, come etiam per lo entrare, et uscire, et compar d’ogni, e qualunque robba, Bestiame, et mercanzia si conducesse, et cavasse di detta Terra, non ostante ordene che fosse in contrario”.

In seguito, la fiera subì vari cambiamenti di data, che ritengo interessante riportare per comprendere come il Governo della Serenissima fosse attento alla gestione dell’evento fieristico di Rovigo, i cui proventi venivano destinati ad opere di pubblica utilità, ma anche al territorio e agli stessi mercanti veneziani.

Nel 1487 il Doge Agostino Barbadico (Barbarigo) concesse, su richiesta della comunità di Rovigo (Giovanni Marcello podestà), l’autorizzazione a spostar la data della Fiera dagli otto giorni a cavallo dell’Assunzione agli otto a cavallo di S. Francesco, per permettere ai contadini e ai mercanti di produrre in tempo le loro merci: “la Fiera di Rovigo (…) sia trasportata quattro giorni avanti e quattro giorni dopo il giorno di S. Francesco del mese di Ottobre, con tutte le immunità, esenzioni, e condizioni con le quali è stata conceduta la prima volta” (Decreto del Senato del 10 dicembre 1487).

Seguono altri decreti: “Che non essendosi fatta la Fiera al tempo solito sia trasportata a 3 di Novembre dovendosi in avvenite far fuori delle Porte” (Decreto del Senato del 22 ottobre 1491); “dicta Fiera di Rovigo principiar debba alli otto del mese di Ottobre, e durar giorni nove successive, come alias è stato deliberato, oltra qual giorni non si possa far prorogazione alcuna, né per li Rettori del Luogo, né per la Signoria Nostra, né oltramente, che per deliberazione di questo Consiglio” (Decreto del senato del 5 dicembre 1523); “Supplica dei Mercanti di Venezia per far prorogar la Fiera di Rovigo ai 20 Ottobre offerendosi di far essi la spesa sia Rovigo, come a Venezia, ottengono con questa condizione” (29 ottobre 1594).

Finalmente, nel 1594, con Ducale 27 agosto, la data della Fiera fu fissata al 20 ottobre con inizio alle ore 14 e durata di otto giorni. L’ultimo tentativo di spostarla è stato effettuato dal podestà avv. Urbano Ubertone, il quale aveva chiesto alle autorità competenti di anticiparla al 3 ottobre, ma la sua richiesta cadde nel nulla.

L’organizzazione

Due cittadini, eletti ogni anno (Decreto del senato del 9 novembre 1501) dal Consiglio della città di Rovigo, dovevano affittare la piazza e i luoghi pubblici stabiliti, e riscuotere il denaro dagli espositori. Nel 1504 si stabilisce che “siano eletti due Cittadini alla Fiera per due anni, li quali abbiano a distribuire le Botteghe alli Mercanti secondo il consueto, scuoder li danari degli affitti di quelle in nome della Comunità”, Parte del Consiglio -28 settembre”.

L’affitto degli spazi occupati dava forti introiti, impiegati, come detto, in opere pubbliche, tra cui la pavimentazione della piazza e delle vie principali, la riparazione delle mura danneggiate dagli eventi bellici, la sistemazione dello scalone della loggia comunale, il sostegno al Monte di Pietà ed altro, come si ricava da vari decreti. Il Decreto del Senato del 9 novembre 1501 prescriveva infatti “Che la solita Fiera, solita farsi fuori della Città, per l’avvenire si faccia dentro di essa con l’obbligo che il danaro, che si ricaverà dall’affitto della Piazza, ed altri Luoghi Pubblici, non che la quarta parte delle utilità, che si ricaverà dalle Botteghe dei Cittadini, abbia tutto esso danaro abbia ad essere impiegato in seliciare, e conservare la Piazza, e pubbliche strade”. E ancora: “Che il tratto della Fiera sia speso in far selegar le Strade” (14 luglio 1522); “La mura della città rovinata, sia risarcita con li danari della Fiera”. (Ducale 15 novembre 1541); “che li danari della Fiera siano spesi nell’accomodar la scala della Lozza con Palazzo, ed il Pozolo del Vicario” (Decreto del Rettore 7 marzo 1544). Il 22 dicembre 1546 “si concede facoltà alla Città (…) di far cavar la fossa esteriore e d’atterrar l’interiore col terraglio di mezo valendosi per la spesa dei danari della Fiera”. Il decreto del rettore 31 agosto 1548 ordina “Che sia offerto a Sua Serenità il tratto della Fiera per spenderlo nella Fabrica del Palazzo per la somma di duc. 200”; quello del 6 marzo 1549 stabilisce: “Per accrescer il Monte di Pietà, e scacciar gli Ebrei, sia messa delli danari della Fiera la metà ogni anno, fino che giunga alla somma di Ducati 4000”. Il 27 luglio 1550 è data “Autorità ai regolatori di prender in credenza roba, e legname per coprir la Fabrica della Loza con obbligar il danaro della Fiera”. I provvedimenti attuati col denaro della Fiera si susseguono: “Che sia supplicato il Principe per poter prendere del danaro della Fiera per far una Scala durevole per il Consiglio”, “et occorrendo far Porti e Porte le facia il pubblico per esser risarcito della prossima Fiera” (26 novembre 1560); “Che sia supplicato di poter col danaro della Fiera dar l’acqua viva alle Fosse, ed attuar l’altra per far buona aria” (3 novembre 1566), “Che sia dato un Luoco pubblico al Rettor per fabbricar una Prigion dei danari della Fiera senza interesse del pubblico” (22 novembre 1583).

Nel seicento i proventi della Fiera sono impiegati in opere fognarie e restauri: “Autorità al Nonzio che supplichi il Principe per poter spender del danaro della Fiera per far Dozze da scolar la Città impedite dalla escavazione delle Fosse” (8 maggio 1607); “Che la Loggia pubblica sia ristaurata col danaro della Fiera” (21 giugno 1641); “decreto che il danaro dell’anno presente sia impiegato a perfezionare la Fabrica del Duomo di Rovigo” (14 aprile 1677)⁴.

Cavalli e varie mercanzie

Per molti secoli la Fiera di Rovigo fu una delle più importanti del Veneto: Il terreno del Polesine, paludoso e basso, ricco quindi di pascoli, era ideale per l’allevamento soprattutto di bovini e cavalli che s’imponevano sul mercato con razze selezionate di proprietà dei nobili uomini veneti. Naturalmente ciò costituiva la parte maggiore dei traffici, che però si estendevano anche alla vendita di panni, telerie e oggetti di lusso, mercato questo situato nell’allora denominata Piazza Grande.

Le botteghe venivano erette in mezzo alla piazza e sotto i portici. Il mercato dei bovini e dei cavalli polesani avveniva nel prato della Fiera fuori Porta S. Francesco, dove si piantavano capannoni e baracche, mentre nelle barche ferme in Adigetto si esponevano i vitelli. Tutti gli espositori pagavano una gabella per gli spazi occupati e gli introiti venivano impiegati, come si è visto, per opere pubbliche.

Nella ricorrenza, giungevano ogni anno in città allevatori dalle province per portare le proprie razze equine. Si è a lungo decantata la superiorità indiscussa dell’antica razza polesana su quelle delle regioni limitrofe, per la robustezza adatta a traino su strade disagiate, ed è proprio questo probabilmente uno dei motivi principali a cui si deve la nascita e lo sviluppo della Fiera, che si è poi estesa al commercio di prodotti di varia natura.

L’allevamento equino fu infatti una delle poche grosse risorse del territorio e la relativa prosperità economica che ne derivò, durò fino a quando le intensificate bonifiche dall’inizio del XIX sec. non eliminarono le terre basse e umide e quindi i pascoli necessari all’allevamento dei cavalli e del bestiame⁵. All’allevamento fu data una tale importanza che nel 1669, per favorire il commercio del bestiame, fu istituito il “mercato franco”, che per molti anni si svolse l’ultimo martedì di ogni mese. Un martedì senza dazi né gabelle.

Dal 1822 ha luogo il primo martedì della Fiera, appunto il “marti franco”. La Regola dice che il “marti franco” sia fissato con il primo martedì dopo il 20 ottobre.

Grande spazio venne dato anche al mercato dei bozzoli a testimonianza dell’importanza di Rovigo e della provincia nell’ambito della bachicoltura, attività che continuerà florida fino alla prima metà del 1900, quando per motivi economici, entrò in crisi e finì con l’estinguersi.

I bachi da seta amano nutrirsi di faglie delle piante di gelso, e a questo proposito è interessante sapere che nella seconda metà dell”800 si ha l’incremento del “metodo Bottari”, basato sull’associazione della vite con il gelso, prescelto quale albero di sostegno. Quest’uso si afferma nelle zone dove più pregiato è il prodotto della vite.

I principali bachicoltori erigono bigattiere (allevamenti di larve). Famosi i fratelli Ballarini di Lendinara che affiancavano alla bigattiera una filanda fornita di macchine moderne. Restando in quest’ambito va ricordato come, durante il periodo austriaco e in seguito con il Regno d’Italia, vennero emanate norme per evitare gli abusi nella vendita delle “gallette”, (bozzoli di seta). Il mercato conoscerà il periodo di stasi per l’introduzione di forti dazi doganali sull’esportazione dal Lombardo-Veneto dei bozzoli e delle sete gregge.

La Fiera giocò un ruolo di primaria importanza nell’economia della città di Rovigo e del contado. Dal punto di vista viario le strade provinciali, nonostante la loro perenne subordinazione alla furia devastatrice delle piene di Adige e Po, erano abbastanza ben organizzate e distribuite, fornendo un utile collegamento tra i centri limitrofi e il capoluogo, che fungeva così da centro di smistamento delle merci e da punto aggregatore del mercato del bestiame. Non solo. Nelle vie adiacenti vi erano esposizioni statuarie, meccaniche e perfino umoristiche, tali da soddisfare tutti i gusti del popolo.

Nel Caffè Lodi e lungo il portico detto dei mercanti, sotto il titolo di Borsa, si facevano grandi affari di granaglie, come provvista annuale per conto delle province venete e la Fiera diventava un momento economicamente unificante nella città, che vedeva tutte le classi sociali coinvolte. Per esempio, solo nell’ambito delle manifestazioni della Fiera, era permesso agli Ebrei commerciare, mentre durante tutto l’anno si evitava, da parte dell’amministrazione, ogni “contaminatio” con gli stessi, che venivano segregati nel Ghetto (attuale piazza U. Merlin).

(1 continua).

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Come citare questo articolo

Francesca Magon. “La Fiera di Rovigo”. Ventaglio Novanta, n. 42, 2011. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-fiera-di-rovigo/

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