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PERSONAGGI ILLUSTRI

Almo Zanolli (1876-1953)

A Venezia l’incontro del grande filologo e armenista con il musicista Aureliano Ponzilacqua, autore della cantata «Vesperi armeni»

di Sergio Garbato

Ventaglio Novanta n. 42 2011 pp. 92–93

A Venezia – in anni che sembrano ormai perduti – nell’imminenza della primavera, gli studenti che cominciavano a disertare le operose aule delle esercitazioni pomeridiane a Ca’ Foscari, sceglievano tra un gelato con panna e un bagno di pallido sole alle Zattere o un giro in barca, tanto la spesa era più o meno la stessa.

Forse per questo la barca non si spingeva lontano, limitandosi ad aggirare le isole di S. Clemente e S. Servolo dove c’era il manicomio, per arrivare al massimo fino al Lazzaretto vecchio. Ma si finiva, di solito, per fare una sosta lunga sotto i pini mediterranei a S. Lazzaro degli Armeni.

Più che un eremo o un monastero, si entrava in un infinito scrigno delle meraviglie, dove i Padri Mechitaristi ti guidavano fra le vetrine di una biblioteca di cinquantamila volumi, ti lasciavano sbirciare manoscritti vecchi di secoli con miniature dai colori favolosi e ti raccontavano con voce un poco cantilenante della patria armena, ricordandoti che in quell’isola della laguna veneta, si erano insediati due secoli e mezzo prima, per custodire e moltiplicare la loro storia e la loro cultura, leggere e commentare, scrivere e stampare libri. E un tempo, ti informavano, c’era una lingua ancora più antica che si usava solo nei libri.

Dobbiamo alla suggestione straordinaria di quelle stralunate visite a S. Lazzaro degli Armeni l’amore per i libri. Ma anche una ferita ancora aperta di dolore e di vergogna, per i giorni lontani e terribili del primo genocidio del Novecento, quel genocidio che un’amica armena della nostra famiglia aveva evocato per noi più volte, sconvolgendo il cinismo e l’ottusità della nostra giovinezza.

Non sapevamo, allora, che, in quelle stesse stanze e lungo quei corridoi, tanti anni prima, la congiura delle coincidenze aveva fatto incontrare quasi settimanalmente due polesani: il musicista Aureliano Ponzilacqua e il filologo Almo Zanolli.

Il primo arrivava da Venezia per insegnare il canto ai seminaristi e l’altro, che gli era più giovane di una ventina d’anni, era sovente ospite per lunghi mesi dei Padri Mechitaristi, per attendere ai suoi studi di armenista (il più grande, è stato affermato, che l’Italia abbia avuto nel Novecento). Entrambi si erano lasciati alle spalle, da molto tempo ormai, il Polesine.

Almo Zanolli aveva trascorso la prima giovinezza a Rovigo e non diversamente, anni prima, Aureliano Ponzilacqua a Lendinara.

Che cosa si siano detti nel tempo amico di quella provvisoria frequentazione non è lecito sapere, ma sicuramente una dolce sera del maggio del 1939, il colto armenista era corso a congratularsi con l’anziano musicista al termine della fastosa esecuzione della cantata «Vesperi armeni», scritta in occasione dei festeggiamenti per il secondo centenario dell’insediamento della comunità mechitarista.

Aureliano Ponzilacqua sarebbe morto ultraottantenne poco più di un anno dopo nella sua casa di corte Locatelli, il 24 ottobre 1940, quando il mondo ormai non era più lo stesso. L’altro, se ne sarebbe andato tredici anni più tardi, nel 1953.

Almo Zanolli era nato a Belluno nel 1876, primo di due fratelli che la sorte aveva voluto acuti e intelligenti, entrambi destinati all’insegnamento, mentre un terzo, più giovane, nato dal secondo matrimonio della madre – e difatti si chiamava Gino Pinelli – sarebbe diventato un gran pittore e un supremo paesaggista come il suo maestro Guglielmo Ciardi.

Almo, che si era brillantemente laureato a Padova in lettere classiche e che si era presto specializzato in lingue e letterature semitiche e in filologia classica, per una serie di coincidenze avverse aveva finito per insegnare nelle scuole superiori, girovagando per oltre un ventennio, prima di approdare al Liceo Foscarini di Venezia nel 1921 come docente di latino e greco.

Filologo specializzato nelle lingue semitiche, sette anni dopo era all’Università di Padova con l’incarico di lingua e letteratura armena, campo in cui era un’autorità incontestata e incontestabile, presto assumendo anche l’insegnamento delle lingue comparate e svolgendo importanti studi sulle relazioni tra cultura greca e cultura caucasica (armena e georgiana).

Oggi, di lui, non resta niente o quasi: il tempo è corso in fretta e ha cancellato ogni indizio nella polvere delle biblioteche e nelle penombre della memoria dei più anziani.

Ma per gli uomini di buona volontà c’è sempre la possibilità di trovare qualche traccia, l’ultima, là dove andiamo tutti: nell’emiciclo del Cimitero di Rovigo, accanto alla tomba del giovane Werther Zanolli, c’è, appunto, quella dello zio Almo e non quella del padre Velio, sepolto in qualche altra zona ormai dimenticata. E Werther e Almo erano, per così dire, agli antipodi. L’uno era inquieto e come posseduto dal demone dell’insofferenza, quasi presagendo oscuramente la brevità della sua vicenda umana; l’altro era invece votato alla vita sedentaria e all’insegnamento, allo studio delle lingue e della filologia.

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Come citare questo articolo

Sergio Garbato. “Almo Zanolli (1876-1953)”. Ventaglio Novanta, n. 42, 2011. https://ventaglionovanta.it/archivio/almo-zanolli-1876-1953/

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