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INCONTRI

Sulle tracce di Atlantide

L’antico Polesine culla della mitica civiltà scomparsa? L’ipotesi è sostenuta in un volume, opera del portotollese Luciano Chiereghin

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 42 2011 pp. 106–110

Fino a non molti decenni fa l’idea prevalente del Polesine era quella di un territorio pressoché privo di storia, reso inospitale dal capriccioso girovagare dei fiumi, pronti a cambiare il loro corso dando vita a tremende alluvioni, una terra da evitare insomma, non degna di interesse.

Poi, a poco a poco – grazie a studiosi impegnati e ad una sempre più agguerrita schiera di appassionati del territorio – ha iniziato a prendere corpo una nuova immagine: il Polesine come terra originale, con unicità di interesse storico e geomorfologico, in grado di suscitare attenzioni ed anche accendere un doveroso orgoglio di appartenenza rimasto troppo a lungo sopito. Le esposizioni museali diffuse su tutta l’area della provincia testimoniano chiaramente come, dalla preistoria ai giorni nostri, siano tanti i motivi di interesse, con la sottolineatura di come anche le narrazioni mitologiche aggiungano valore al territorio tra Adige e Po, ad iniziare dalla più nota quella di Fetonte.

E a tempi veramente lontani ci porta ora lo studio di Luciano Chiereghin, uomo del delta affascinato dal mito di Atlantide, che avanza un’ipotesi suggestiva: Platone parlava del Polesine.

A questo proposito Luciano Chiereghin è molto cauto. Ovviamente non desidera passare per un visionario o un millantatore, ed ha esposto le sue convinzioni in un volume, intitolato “Atlantide al microscopio”, scritto a quattro mani in una sorta di contradditorio con la conterranea portotollese Selene Doni, giovane laureata in filosofia interessata alle opere di Platone.

– Un libro a forma di dialogo. Come mai?

“Io e la mia ‘complice’ professoressa Selene Doni, eravamo partiti con l’intenzione di scrivere un articolo da pubblicare su qualche rivista specializzata in materia, così ci siamo messi al lavoro. Lei mi faceva delle domande e io dovevo rispondere, ma siccome la sinteticità non è il mio forte, ne risultò uno scritto corposo.

– Come è nato il suo interesse per Atlantide, la città perduta di cui ci parla Platone?

“Fino a dieci anni fa, per me Atlantide altro non era che una affascinante favola, motivo per sognare alla visione di un film o di un documentario sull’argomento. E Platone altro non era che uno dei maggiori maestri del pensiero dell’antichità studiato a scuola. Insomma, la cosa, non mi stimolava più di tanto, finché un giorno, scoccò in me una scintilla: mi ero imbattuto in un passo del ‘Crizia’ di Platone riportato in un libro sul popolo celtico, dove era descritto il territorio di Atlantide. Dapprima rimasi un po’ perplesso ma poi iniziai a pensarci”.

– Ha dunque iniziato a pensare che l’antico Polesine potesse essere stato la culla della misteriosa civiltà di Atlantide. E’ così?

“In effetti più rileggevo il passo di Platone, più mi sembrava che la descrizione potesse riferirsi alla nostra terra. Questo pensiero mi tormentò per vari mesi”.

– E perché proprio il Polesine e non altri luoghi?

“Vede, il Polesine è la mia terra che per un trentennio mi sono dilettato a studiare a fondo, utilizzando libri, riviste e cartine antiche, ma libero da qualsiasi filtro. Le conoscenze storiche, da me acquisite, mi hanno permesso di interpretare meglio i passi del ‘Crizia’ e del ‘Timeo’ di Platone ed ho notato che erano compatibili con le peculiarità della Pianura Padana. Infatti lui descrive una pianura con molti fiumi, laghi, paludi e terreni meravigliosi che permettevano più raccolti all’anno. E siccome dice anche che questa pianura è circondata da tre lati da bellissime montagne e da un lato dal mare, questo mi ha convinto di essere sulla strada giusta. Platone dice poi che la metropoli degli Atlantidi era ubicata a 50 stadi dal mare e collegata allo stesso, tramite un lungo canale di porto. Considerando ora che al tempo dei greci antichi il mare Adriatico, di fronte al Po, aveva il suo litorale lungo la linea delle dune fossili, ho semplicemente riportato la distanza di 50 stadi verso l’entroterra e ho fissato un punto sulla carta geografica, di poco a ovest di Adria, in una zona che ha una forte depressione altitudinale, rispetto a quelle limitrofe. E, come non bastasse, questa zona depressa presenta una forma pressoché circolare, le cui dimensioni corrispondono a quelle dell’acropoli citate da Platone. Quindi non ho scelto a caso quel sito, ma ho semplicemente seguito le indicazioni del filosofo e non vedo il motivo per ignorare indizi così importanti e stimolanti”.

– Nel suo scritto Lei afferma che non sarebbe deluso da una smentita della sua tesi perché…

“Mi aspettavo una simile domanda. Faccio una premessa: ho letto molte teorie su Atlantide, ma tutte sono state sistematicamente bocciate dalla critica e la mia subirà probabilmente la stessa sorte. Però, ho notato che queste bocciature sono basate solo sul fatto che si dice che Platone abbia inventato una favola, e che la sua morale sia un disperato tentativo per salvare la Grecia dalla decadenza. Io non ho titolo per contraddire tali opinioni, ma mi viene spontaneo pensare che il solo fatto che non vi sono testimonianze o documenti storici che comprovino l’esistenza di una tale civiltà, non può da soloa precludere a priori che questa civiltà non sia esistita. Insomma mi sembra che molti non vogliano vedere perché prigionieri di collaudati schemi mentali. In ogni caso non resterò deluso da una eventuale bocciatura, perché per me è stato un percorso molto interessante: da quando ho cominciato a interessarmi di Atlantide, ho acquisito un grandissimo bagaglio di conoscenze personali, e queste per me sono un motivo di grande soddisfazione. A me basta solo di non essere considerato un visionario”.

– In un prossimo futuro ci sorprenderà con una nuova iniziativa editoriale?

“Non so se sorprenderò, ma di certo so che sto lavorando ad un secondo libro, anch’esso sotto forma di dialogo e non sarà altro che la continuazione del primo. Nasce dal desiderio di confermare – citando documenti storici, esponendo argomenti tecnici, calcoli matematici, pensieri filosofici e leggende mitologiche – che Platone, nella sua Atlantide aveva come riferimento proprio la Pianura Padana e il Polesine antichi. Sarà un intreccio di argomenti, avente come scopo il supportare le ipotesi già formulate nel primo libro. Per ora non posso dirle di più. Ma voglio fare un cenno al fenomeno della voragine apertasi improvvisamente nel suolo di Polesine Camerini nel 1952, che improvvisamente inghiottì una sonda metanifera; fenomeno ricordato fra l’altro in un articolo del Gazzettino del 15 settembre 2005. Ebbene, posso anticipare che l’anziano Dottor Aldo Bonifazi, che a quel tempo era l’incaricato dell’interramento di quella voragine, dopo aver letto il mio libro, mi ha fornito tutta la documentazione relativa a quello sprofondamento che allora si credeva fosse causato da una sacca di metano, messa in collegamento con l’atmosfera dalla trivella. Oggi si sa per certo che quello sprofondamento è stato causato da un fenomeno naturale, che di solito si verifica nei terreni alluvionali ed è ben conosciuto dai geologi seri con il nome di “Liquefazione”. Non mi chieda quando il volume sarà pubblicato, perché confido in qualche editore o in qualche fondazione che sostenga l’iniziativa, data la mole del libro, che supera le 350 pagine”.

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “Sulle tracce di Atlantide”. Ventaglio Novanta, n. 42, 2011. https://ventaglionovanta.it/archivio/sulle-tracce-di-atlantide/

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