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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

La Madonna del Lume

Nuove informazioni sulla pregevole tela, giunta nel 1780 dal Messico a Melara

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 45 2012 pp. 34–37

Della pregevole tela, nota come “La Madonna del Lume”, presente a Melara nella chiesa di San Materno, si è parlato nel n. 11 di questa rivista (Corrado Ferri, Una tappa a Melara, vol. 11, pag. 54) e più recentemente nel n. 40 (Raffaele Ridolfi, I “Misteri” di G. A. Ghedini, vol. 40, pag. 61). Un articolo quest’ultimo in cui all’importante dipinto si è fatto un riferimento marginale, per evidenziare uno spostamento di altari ritenuto poco opportuno, ma probabilmente dettato dal desiderio di avvicinare all’altare principale la importante pala.

La Madonna del Lume è infatti un’opera di consistente valore, oltre che sul piano religioso anche su quello storico ed artistico, attribuita addirittura al pennello di uno dei più grandi maestri del Rinascimento, ovvero il Botticelli.

Nuove interessanti informazioni sul pregevole dipinto ci giungono ora da una ampia scheda “Il tesoro della Chiesa di Melara, La Madonna del Lume”, pubblicata in appendice ad un recente volume di Ildo Testoni intitolato “Un Santo tra noi, la figura di mons. Luigi Cuccolo (1879-1943) tra storia e fede”, Edizioni Parva.

L’importanza religiosa del dipinto è testimoniata anche dall’intervento fatto a suo tempo dal papa Pio VI che, nel 1780, dispose l’indulgenza plenaria per quanti sostassero presso la Madonna del Lume, come si legge in latino nella lapide marmorea, di cui si propone il testo tradotto:

PAPA PIO VI PONTEFICE AI SINGOLI FEDELI DI CRISTO CHE VERAMENTE PENTITI CONFESSATI E RISTORATI DALLA SANTISSIMA COMUNIONE VISIATANO QUESTO ALTARE E QUI PREGANO SECONDO LA SUA ATTENZIONE CONCESSE L’INDULGENZA PLENARIA DURATURA IN PERPETUO APPLICABILE ANCHE IN SUFFRAGIO ALLE ANIME IN CRISTO RIPOSANTI ANNO 1780

Ma quando e come è giunto a Melara il pregevole dipinto?

Tra storia e leggenda

In proposito c’è una narrazione tramandata oralmente nei filò, raccolta da Savino Chiavegatti dalla bocca di una vecchia signora melarese.

Si racconta di poveri frati provenienti dal Messico che, privi di chiesa, avevano come alloggio una imbarcazione che per anni solcò le acque del Po, divenendo un riferimento per molti fedeli. Quando i confratelli invecchiarono decisero di donare il prezioso quadro – per decenni custodito nella loro dimora fluviale – alla chiesa di un paese nei pressi del grande fiume. Ma la Madonna del Lume la sera tornò nell’imbarcazione dimostrando di non gradire la collocazione. Dopo qualche tempo i frati riprovarono nella chiesa di un altro paese rivierasco, ma il risultato non cambiò. E così più volte, finché la Madonna del Lume mostrò di gradire la collocazione nella nuova chiesa di Melara. E fu festa grande.

Una fonte che sa di leggenda, dunque; ma sull’arrivo della tela a Melara c’è una inconfutabile documentazione storica testimoniata da una seconda lapide infissa nella chiesa melarese:

NELL’ANNO 1795 IL POPOLO DELLA COMUNITA’ LIETAMENTE PROVVIDE DI UN ELEGANTE ALTARE MARMOREO LA SACRA IMMAGINE DELLA MADRE SANTISSIMA DELL’ETERNO LUME DATA IN DONO A MELARA SIN DALL’ANNO 1780 DA BLAS ARRIGA SACERDOTE MESSICANO

Si faccia attenzione alle date: 1795 costruzione dell’altare; 1780 arrivo della tela a Melara, (stessa data questa della promulgazione dell’indulgenza plenaria da parte di Pio VI). Poi si osservi il nome del donatore: Blas Arriga, sacerdote messicano. (E qui la storia si salda con la leggenda dei frati messicani).

Una figura quella di Blas Arriga storicamente documentata. Allontanato dal Messico con altri confratelli gesuiti, dopo il provvedimento del re di Spagna Carlo III, che nel 1767 decretava l’espulsione degli aderenti alla Compagnia di Gesù da tutti i territori della corona (quindi anche dal Messico) Blas Arriga fu deportato in Italia. Confinato nel territorio della Legazione di Ferrara (che come è noto comprendeva la transpadana ferrarese) il religioso potè agevolmente raggiungere Melara, dove evidentemente trovò un’accoglienza molto calorosa, tanto che egli volle destinare alla chiesa melarese il prezioso dipinto portato dal Messico a mo’ di sacra reliquia.

Nessun dubbio dunque che la tela della Madonna del Lume sia giunta a Melara dall’America Latina, dove il culto de La Virgen de la luz si era molto radicato, proprio in virtù della diffusione fattane dai Gesuiti. In Messico, Argentina, ma anche negli Stati Uniti, alla Madonna del lume sono state dedicate molte chiese, vari dipinti e riproduzioni, molte della quali si ispirerebbero proprio alla grande tela che da oltre 230 anni dimora nella chiesa di Melara.

Aspetti artistici e di devozione

Certamente di fattura anteriore alla sua collocazione nella chiesa altopolesana, l’opera appare di sicura scuola italiana, realizzata da un pittore di grande talento, tanto che, come detto, non è fuori luogo pensare alla mano del Botticelli e/o dei suoi allievi, come ha sostenuto in una dotta quanto appassionata relazione lo studioso melarese Savino Chiavegatti.

Una tela particolarmente preziosa, dunque. Un’opera che ha molto viaggiato e che nei travagli dei non agevoli spostamenti si è miracolosamente mantenuta integra, scampando anche al distruttivo incendio che nel 1851 ha semidistrutto la chiesa di Melara. E non poche volte la sacra immagine nel corso dei decenni della sua permanenza melarese ha lasciato – seppur per poche ore – l’altare dedicatole, per raggiungere in processione l’argine del Po in piena, al fine di ottenete protezione per il paese da temute alluvioni.

Il prezioso dipinto di Melara si caratterizza come una composizione molto armonica: la parte centrale è dedicata a Lei, la Madonna col Bambino, rappresentata in un’immagine casta e materna, biancovestita, col capo e le spalle ricoperte da un manto turchino, i fianchi stretti da una preziosa cintura.

La maestà della Madre di Dio è simboleggiata da una regale corona che due angioletti sostengono sopra il suo capo, in un fulgore di luce, a cui si ispira il titolo dato alla tela: la Madonna del Lume appunto. Altri angioletti aleggiano su candide nubi ai piedi e ai lati della Vergine. Al vertice, sopra la corona, in un cerchio ellittico splendono dodici stelle, a rappresentare le Luci dei Beati Apostoli.

Ai lati della Vergine con Bambino due figure molto dissimili: sul lato sinistro del quadro un giovane ignudo sorretto con la mano destra dalla Madre di Dio; sul lato opposto un angelo portacuori. Sono questi i coprotagonisti della scena, che in modo simbolico la connotano.

Il giovane ignudo, che sta per cadere nelle fauci di un essere mostruoso (già in procinto di addentarlo ad un piede per trascinarlo negli inferi) è salvato dalla mano soccorritrice della Vergine, che gli offre un sicuro approdo alla salvezza.

L’angelo è rappresentato genuflesso, mentre alza un cestello pieno di cuori verso il Bambinello. Il quale è in procinto, con la mano sinistra, di posare un nuovo cuore nel canestro, mentre nella destra già ne stringe un altro: forse quest’ultimo è il cuore del giovane appena salvato, che successivamente sarà anche questo deposto nel cestello.

Nello scritto da cui abbiamo desunto queste informazioni ci si chiede se il “cestello”, possa alludere all’antica Chiesa dei Monaci di Cestello a Firenze, dove il quadro avrebbe forse trovato la sua prima collocazione. Nelle pagine successive viene però fatta balenare un’altra ipotesi a firma di Ambra Balsamo, ricercatrice palermitana interessata a percorrere le orme del sacro.

La studiosa ci porta a conoscenza del ritrovamento a Palermo di un’operetta in due tomi “La devozione di Maria Madre SS. Del Lume”, scritta nei primi decenni del Settecento dal padre gesuita Giovanni Antonio Genovesi, ma messa all’indice e fatta sparire dalla circolazione e fortuitamente poco tempo fa rinvenuta.

Lo scritto settecentesco parla di un fatto miracoloso verificatosi a Palermo nel 1722 con l’apparizione della Vergine che chiese ad un pittore di rappresentarla nel quadro poi detto della Madonna del Lume, la cui descrizione corrisponde esattamente alla tela di Melara. Ma a Palermo si originò una iniziativa volta a cancellare la memoria del dipinto: il libro fu tolto dalla circolazione e il quadro della Madonna del Lume sparì improvvisamente. Continuarono però a circolare varie copie, più o meno identiche, mentre si seppe che l’originale era stato imbarcato dal fratello di padre Antonio Genovesi, anch’egli gesuita, per un viaggio oltre Oceano alla volta del Messico.

Per la ricercatrice palermitana il cerchio si chiude: la tela di Melara, proveniente dal Messico è proprio quella a suo tempo realizzata a Palermo, nella quale “la Madonna volle personalmente e chiaramente rendere noto il suo importante ruolo di Mediatrice e Corredentrice del Mondo”.

Firenze o Palermo la prima patria della “Madonna del Lume”?

E’ probabile che non si raggiungerà mai una certezza definitiva, e forse non è male che attorno al quadro di Melara continui a permanere un alone di mistero. Ciò che è bene sottolineare è invece la presenza da oltre 230 anni a Melara dell’importante dipinto, che forse andrebbe meglio valorizzato, inserendolo tra le eccellenze storico-artistiche del nostro territorio.

Ne è convinto in primis Aldo Testoni, autore del citato volume in cui è tratteggiata la storia della preziosa tela.

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “La Madonna del Lume”. Ventaglio Novanta, n. 45, 2012. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-madonna-del-lume/

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