Delle scuole a Rovigo nel corso dell’Ottocento abbiamo parlato nel n. 38 del Ventaglio (pag. 78 e successive) e nel n. 41 (pag. 72 e succ.). Torniamo ad affrontare l’argomento con la particolare ottica delle scuole pubbliche per le ragazze, di cui si inizia a parlare solo nei primi anni dell’Ottocento. La possibilità di istruzione era infatti limitata alle giovani delle famiglie più abbienti che venivano collocate in collegi o convitti, come quello delle terziarie francescane o domenicane; mentre le povere, per lo più orfane che non potevano pagare, venivano accolte nel Collegio delle Zitelle.
Bisogna arrivare al Regolamento del Lombardo-Veneto del 1818 che prevede una scuola per tutti e due i sessi per avere una normativa che se ne occupi, finalmente nel 1823 comincia a funzionare la prima scuola elementare maggiore femminile, in via S. Francesco.
Le scuole elementari maggiori hanno un tempo scuola differente per maschi e femmine: le une arrivano fino alle quarta classe, le altre solo alla terza; così pure le ore settimanali sono diverse per i due sessi: 24 per i maschi e 33 per le ragazze di cui 13 dedicate ai “lavori donneschi”.
Chi desidera per le figlie un’istruzione più approfondita a volte le manda in località fuori dal Regno, ma non sono molte le ragazze che possono godere di tale vantaggio. Il Parroco di S. Giustina afferma che nel 1808 le giovani all’estero (ovvero fuori dal Polesine) per motivi di studio sono solo quattro, mentre i maschi il doppio. Per le altre la casa o qualche donna che le istruisce su come vanno tagliate e cucite le camicie, rammendato un vestito, lavorato ai ferri calze e maglie per tutta la famiglia. Sono preparate insomma ad eseguire tutti quei lavori che le attendono quando saranno diventate adulte.
Intorno al 1817-18 furono eletti il Nobile Ludovico Paoli, il Nobile Conte Carlo Silvestri, il Canonico Locatelli, Don Luigi Ramello e qualche altro, con l’incarico di progettare un luogo adatto all’educazione delle ragazze, ma i lavori andarono a rilento.
L’imperatrice a Rovigo
Frattanto, nel 1819, a Rovigo giunge l’imperatore Francesco I con la moglie Carolina, in visita alle principali città del Lombardo-Veneto. Mentre l’imperatore indisposto soggiorna a palazzo Angeli, S. M. l’Imperatrice si reca – a quanto pare senza alcun preavviso – prima nel collegio della SS. Trinità, poi nel convitto delle Zitelle. Qui viene ricevuta da una sorvegliante, la quale, su richiesta dell’imperatrice di fornirle informazioni sulla vita del collegio, comincia a lamentarsi dell’abbandono cui sono lasciate le “fanciulle” e, per rimarcare il suo discorso, toglie di tasca di una di esse un “tozzo” di pane e afferma essere quello il cibo per l’intero giorno.
Superata la commozione per una simile situazione, l’Imperatrice comincia ad interrogarle, soprattutto sulla Dottrina Cristiana, ma non ottiene alcuna risposta. Le sorveglianti non sanno nemmeno rispondere alla domanda di quale metodo usano per insegnare e, viste le competenze raggiunte dalle ragazze, mai domanda fu più inutile. Evidentemente l’imperatrice fu alquanto turbata specialmente dalla situazione riscontrata all’istituto per Zitelle, pertanto, prima di lasciare la città volle fare un’elargizione di denaro allo scopo di migliorare la situazione: lascia pertanto alla Congregazione Municipale “ventiquattro o trenta salvo errore Napoleoni d’oro” 1, con una indicazione che genera molta confusione, dato che sono nominati – senza distinguerli come se si trattasse di un’unica istituzione – entrambi gli istituti in grado di accogliere le ragazze: “alle povere Zitelle educande della S.ma Trinità”.
La questione a chi dovesse andare la ricca elargizione, avrebbe potuto essere risolta facilmente, perché le autorità competenti conoscevano bene l’intenzione dell’Imperatrice e sapevano che le educande della Trinità appartenevano a famiglie nobili e ricche. Ma si preferì tacitare le Zitelle con una parte della somma e il resto venne conservato per l’istituzione di un luogo adatto all’educazione delle ragazze, che era ancora in fase di progetto. Il “tesoretto” andò in mano prima dell’Abbadessa Sig.a Margherita Malmignati, indi del Canonico Locatelli, ma non si conosce come siano stati usati i rimanenti “Napoleoni d’oro”.
La scelta delle educatrici e il disappunto del podestà
Nel frattempo alcuni membri della Commissione cercano di occuparsi dei metodi da adottare nell’insegnamento alle ragazze e delle insegnanti adatte a tale scopo. Vengono esaminate le “monache” che fino ad allora nei conventi si erano impegnate in questa attività, ma poche sembrano avere i requisiti ed ancora una volta dovettero passare diversi anni prima che si potesse finalmente parlare di una scuola pubblica adatta allo scopo. Fra le tante, tre si credettero capaci a qualche cosa, la “Abbadessa Malmignati per la Direzione domestica, la Monaca M.a Gaetana Veneziani per i primi lavori, la Monaca Bartoli per l’insegnamento letterario iniziale fino agli Elementi di Storia e di Geografia”; il resto delle istitutrici era necessario cercarle fuori Rovigo, e quindi con spesa maggiore di quanto previsto.
Negli anni che vanno dal 1822 al 25-26 la questione sembra risolta: Rovigo ha la sua prima scuola elementare maggiore femminile comunale, mentre si ritenne inutile creare anche una scuola minore essendo sufficiente quella appena istituita. Anche alle fanciulle dell’istituto delle Zitelle fu data la possibilità di frequentare la scuola comunale che si trovava nelle vicinanze del Ponte del Sale.
Molte persone si dichiararono contente della possibilità data alle Zitelle di frequentare la scuola elementare maggiore che dava l’opportunità di proseguire negli studi; e alcune ragazze chiesero e ottennero di iscriversi al corso per diventare insegnanti.
Ma non tutti erano favorevoli all’estensione del programma educativo per le ragazze. Un Podestà di Rovigo2 infatti si palesa decisamente contrario e in una lettera del 23 novembre 1834, inviata alla delegazione provinciale, esprime il proprio disappunto sul fatto che le orfane delle Zitelle possano recarsi alla scuola pubblica per cui quattro volte al giorno “attraversano le principali vie della città e sono sottoposte alla vista di una quantità di cose e situazioni che mai si troveranno a vivere nella loro vita; rischiano di invaghirsi di agi che non potranno avere se non abbandonandosi ad una vita scorretta”.
Tutte queste cose inducono il Podestà ad affermare “non essere utile alla loro educazione farle battere quattro volte al giorno la lunga e frequentata via che porta alla scuola e inducono il sottoscritto ad opinare essere conveniente lo spedire più oltre le dette ragazze alla Scuola Regia, ritenendo invece essere più confacente che li avessero a trattenere presso il pio stabilimento e ivi da qualche assennata e capace della casa stessa la quale non mai è mancante, farle istruire negli esercizi di mano più grossolani oltracchè nel cucire e quanto alla istruzione intellettuale giovarsi dell’opera del Reverendo Cappellano o di altro individuo più capace del luogo per un poco di lettura e di conteggio”.
“Primieramente insegnare i lavori necessari”
Ma anche negli anni successivi permane l’idea che l’istruzione delle ragazze sia da svilupparsi soprattutto sul piano pratico.
In una circolare (intorno agli anni 1850/60) inviata dall’Ispettorato Generale delle Venete Scuole Reali Inferiori e Elementari agli Ispettori Scolastici, ai Direttori e ai Maestri a firma dell’Ispettore generale Codemo si legge che ritiene molto importante ricordare quanto deve essere fatto nelle scuole per ottenere buoni risultati. Viene raccomandato, tra l’altro che tutti, anche chi frequenta scuole private, assistano ogni dì alla S. Messa; siano sollecitati la moralità e la disciplina, il rispetto e l’amore ai doveri, l’obbedienza e l’attaccamento al Governo Imperiale, la stima e la soggezione a genitori e superiori tutti, l’istruzione sia particolarmente curata in ogni aspetto.
Interessante è notare quanto viene scritto a proposito delle scuole femminili: “per attendere troppo allo studio, non vengano trascurati i lavori muliebri, non si dedichi un tempo soverchio ai lavori di lusso assolutamente non necessari alla vita comune (…) primieramente insegnare i lavori necessari, nei quali le fanciulle devono acquistare perizia.”
Troppo poche continuano ad essere anche nel 1860 le scuole femminili, pure tanto necessarie e desiderate; in un prontuario di notizie scolastiche è scritto: “è della più alta importanza, come ognuno sa, l’educare la donna, a cui da natura è affidata l’infanzia. La donna, educata nell’animo dirozzata nell’intelletto, si eleva a quella maggiore dignità, cui essa pure à diritto, e scientemente contribuisce alla pubblica moralità. L’istruzione popolare, secondo i regolamenti in vigore, tende anzi tutto ad ispirare alla prima età i principi religiosi, e nel fornire un corredo di nozioni utili agli affari più comuni della vita, mira a togliere i pregiudizi che derivano dall’ignoranza e indirizza quindi alla virtù e al sapere. E mentre nelle scuole maschili si dà anche qualche istruzione pratico-teorica di agricoltura, nelle femminili s’insegnano i lavori muliebri”.
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Come citare questo articolo
Libera Santato. “La scuola per le ragazze”. Ventaglio Novanta, n. 45, 2012. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-scuola-per-le-ragazze/