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ARTEOGGI

Le creazioni di Remo Chiarion

Sculture in ferro, nate dalla fertile inventiva dell’appassionato artigiano del ferro

di Elisabetta Zanchetta

Ventaglio Novanta n. 45 2012 pp. 130–131

Un magazzino-laboratorio dove creare sculture in lamiera. Attrezzi semplici, da carpentiere, maneggiati con l’abilità di mani esperte e segnate di vita, dopo anni di lavoro. Gli occhi del visitatore scorrono velocemente le sculture di Remo Chiarion, incapaci di soffermarsi e scegliere, fra tutte, la più particolare o significativa. Piccoli e grandi gioielli sgorgati da fantasia e ingegno.

Chiarion, nato nel 1929, ex titolare del ristorante ‘La Campana’ di Rovigo, è tradito dalla carta d’identità; diversamente, a guardarne il volto sereno e la gioia con cui descrive le proprie sculture, nessuno affermerebbe che ha superato gli 80 anni. I suoi tre figli sono titolari del bar Coghetto di Rovigo; lui si divide tra l’aiuto al locale e il suo hobby che lo conduce quasi quotidianamente al laboratorio, immerso nella campagna tra Polesella e Arquà Polesine, luogo di pace, silenzio, quasi incontaminato, dove le idee possono trovare tutto il tempo per divenire reali.

“Ho iniziato a fare il fabbro a 11 anni, appena terminata la quinta elementare – racconta l’artista -. A vent’anni ho deciso di aprire un piccolo laboratorio scegliendo un’attività indipendente. Il lavoro, inizialmente molto redditizio, si è poi affievolito dopo l’alluvione. Così, approfittando dell’idea lanciatami da alcuni parenti scesi in Polesine da Torino, ho pensato bene di raggiungere la capitale piemontese e di far fortuna altrove”.

Il viaggio di Chiarion inizia da qui. Lo porterà a un continuo spostamento tra Veneto e Piemonte, alla ricerca di sempre nuove sfide e conquiste. “A Torino ho lavorato in Fiat – prosegue l’artista -, alla catena di montaggio. Ma non era un mestiere che faceva per me. Troppo monotono, ripetitivo. Così, dopo appena un anno, mi sono licenziato”.

La vita di Chiarion è davvero tutta un’avventura. Spirito ribelle, raccoglie i pochi attrezzi rimastigli in mano e, dopo l’esperienza alla Fiat, limitativa per la propria creatività, apre in Piemonte un’officina. Confeziona ringhiere e complementi per le case, su ordinazione. Fino alla crisi del settore edile che lo spinge a emigrare nuovamente, tornando in Polesine.

“Al mio ritorno, acquisto una casa a Villamarzana – prosegue Chiarion – al confine con Fratta. Resto tre anni, poi faccio nuovamente le valigie ancora alla volta di Torino, per altri quattro anni”. Un continuo, incessante viavai che però alimenta la sua sete di creatività. Fino alla storia più recente, che lo vede acquistare 11 ettari di terra, tra Polesella e Arquà Polesine, poi rivenduti tranne la sede attuale del proprio laboratorio.

Remo Chiarion, lo raggiunge in macchina, si chiude la porta alle spalle e, lì, immerso nel silenzio della campagna, inizia a creare. “Mi è sempre piaciuta la terra, ma non sono mai riuscito ad appassionarmi nel lavorarla. Così – si confida riannodando i fili col passato – nel 1976, ho deciso che forse era meglio cambiare del tutto attività; e ho aperto il ristorante ‘La Campana’, gestito per vent’anni”.

Nel suo incessante peregrinare, andare e venire, lasciare, cambiare, scegliere, fare e disfare, intrecciando diverse esperienze e competenze nella fitta trama di idee e realizzazioni, l’ha sempre seguito costantemente e pazientemente la moglie. Remo lo conferma con un sorriso sincero, ricordandola ancora con molto affetto e definendola con sottile ironia “una santa donna”, capace di assecondare le sue improvvise e sempre nuove esigenze. Ma, si sa, gli artisti persone semplici, immediate e ovvie proprio non sono.

La casa di Remo Chiarion, nel quartiere Tassina, a Rovigo, parla della sua abilità. Conserva in entrata una struttura in ferro che sorregge, tra riccioli e ghirigori ben organizzati, una campana, il batocchio e una catena che fa muovere e suonare. “Tengo ancora lo stemma del ristorante – aggiunge -, per me è un ricordo importante”.

Lungo la scala di marmo chiaro che porta al piano superiore della villetta, troneggia un maestoso gallo, ben proporzionato e dotato di un’espressione fiera e di molte penne a formare, come un cespo confuso, una grande coda. Ci sono anche galletti più piccoli, cavalli, e una grande faina, liscia e ben levigata.

Remo Chiarion lavora indistintamente dando vita a realizzazioni di grandi o piccole dimensioni. Per lui non è un problema conferire le esatte proporzioni alle figure da creare: idee che, una volta impresse nella mente, pian piano si compongono a colpi di attrezzi.

Tra le sue opere più riuscite c’è una Pietà, a grandezza naturale, un Sant’Antonio, un ciclista, sempre a grandezza naturale, senza dimenticare le sculture che l’artista ha donato a terzi. In particolare, un portacero pasquale situato nella chiesa di Arquà Polesine, decorazioni dell’altare della Curia, la croce della chiesa della Commenda.

Ma lo spettacolo più autentico, quello che descrive appieno l’anima, la passione, l’abilità di Chiarion, inizia quando si spalancano le porte del suo laboratorio. Un luogo in cui, a parlare, sono i pezzi di lamiera che, da semplici ritagli, si trasformano in schegge di talento e danno vita alle storie del mondo.

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Come citare questo articolo

Elisabetta Zanchetta. “Le creazioni di Remo Chiarion”. Ventaglio Novanta, n. 45, 2012. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-creazioni-di-remo-chiarion/

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