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NARRATIVA

Due giorni campali

di Chiara Viola

Ventaglio Novanta n. 45 2012 pp. 136–139

Un Sabato pomeriggio, me ne stavo seduto sopra un grosso sasso levigato ad osservare l’acqua del fiume “Po” che costeggia il mio paese. Per me, quello era l’unico momento magico e di relax della settimana, al quale non avrei rinunciato per tutto l’oro al mondo.

Era quasi un rituale, di sabato, recarmi in un luogo così isolato per raggruppare i miei pensieri e per staccare la spina dai problemi quotidiani. Quel posto, quasi come un paradiso terrestre, l’avevo trovato dopo aver cercato per mesi e setacciato gli argini del fiume in lungo e in largo a piedi.

Mi aveva colpito in particolare un’insenatura simile ad un gomito a “U”: rispecchiava una parte del territorio ancora incontaminato. La natura selvaggia percorreva i due lati del fiume, piante secolari ricoperte d’edera selvatica, si stagliavano in un cielo limpido e privo di nubi, il leggero e tiepido vento primaverile muoveva leggermente le fronde e il silenzio surreale era interrotto solo dal debole fruscio delle foglie e dai gridi striduli dei gabbiani d’acqua dolce che giravano in cerchio sopra il fiume, per avvistare le loro prede.

Il sole limpidissimo, rilasciava bagliori che sembravano scorrere con le deboli onde verso la foce del grande fiume. Ammiravo quell’acqua limpida che specchiava il cielo, non avrei mai potuto descriverne la corposità, l’oblio che diffondeva e quell’alone di mistero che la circondava.

Mi piaceva crogiolarmi al sole, senza far niente, senza incombenze e la solita frenesia.

Mi piaceva quell’immergermi nella natura, quasi a farne parte. Mi piaceva quel profumo intenso di piante e d’acqua, un miscuglio di dolce e acerbo, mi piaceva quell’accostamento di colori, dal verde sgargiante delle piante, al dorato delle piccole spiaggette, ma soprattutto, mi piaceva quel tepore del Sole che mi baciava il volto.

Un sabato, come tanti altri, pensavo tra me e me che non avrei mai rivelato ad anima viva l’esistenza di quel meraviglioso posto che, ormai metaforicamente, sognavo di mia proprietà, quando improvvisamente sentii un leggero rumore dietro di me, proprio in mezzo ad un enorme cespuglio. Trattenni il respiro per non farmi notare e, in punta di piedi, cercai di nascondermi dietro all’albero più vicino, sforzandomi a focalizzare attraverso il fogliame chi mai poteva esserci. Con disappunto pensai che forse quel posto non era del tutto sconosciuto.

Dopo alcuni minuti, che a me sembrarono un’eternità, da dietro il cespuglio vidi sbucare due uomini dall’aspetto trasandato: trainavano delle enormi reti e s’apprestavano verso l’acqua. Mi appiattii ancora di più contro la corteccia dell’albero, sentendone la sua ruvidezza e continuai ad osservare allibito le varie manovre dei due loschi figuri.

Ad un tratto, l’uomo più alto e dalla pancia prominente dichiarò al suo compagno: “Dobbiamo fare in fetta a calare le reti. Sono sicuro che in questo punto del fiume non viene mai nessuno, ma se per caso arriva qualcuno siamo nei pasticci”.

“Ma sei sicuro che qui si pesca bene?” chiese il secondo uomo che era più basso e tarchiato del primo.

“Non vengo spesso, però quelle poche volte, ho sempre ottenuto quello che volevo e poi, la carne di Siluro per alcuni stranieri è pregiata e, con gli agganci giusti, si rimediano dei bei soldi.”

Le due persone si avvicinarono poi ad un ammasso di sterpaglie secche trasportate col tempo dalle acque del fiume. Spostarono frettolosamente gli arbusti e ne estrassero una piccola barca a remi. La drizzarono, caricarono le reti e spinsero l’imbarcazione nell’acqua.

Li vidi remare fino quasi alla riva opposta mentre iniziavano a gettare le reti. Poi attraccarono alla spiaggetta di fronte alla mia postazione ed iniziarono a legare attorno a due grossi alberi le lunghe corde, per tenere ben salde le reti.

Terminato il lavoro, i due rimontarono in barca e ritornarono al di qua del fiume. Rimisero la barca sotto gli arbusti e s’incamminarono velocemente verso la strada del ritorno da dove erano giunti, dandosi reciprocamente sulle spalle delle pacche di complicità.

Aspettai un altro po’, prima di spostarmi dall’albero che era stato il mio nascondiglio.

Temevo che i due biechi personaggi tornassero sui loro passi.

Pensai in fretta a quello che dovevo fare: non avrei potuto, dopo quello che avevo visto, lasciare completare il misfatto. Senza indugiare oltre, presi possesso della barca che era stata da poco nascosta. Inesperto rematore, procedetti sull’acqua con una certa fatica, ma alla fine raggiunsi l’altra sponda. Slegai le corde ed iniziai a tirare a riva le reti, constatando felice che ancora non si erano impigliati i pesci.

Una volta tornato a riva, ricoprii la barca con gli arbusti come avevano fatto i due uomini. Presi le pesanti reti, le trasportai in un posto sicuro e le nascosi alla ben meglio. Mi lavai le mani nell’acqua fresca del fiume e poi pensai che forse era meglio se rimanevo pure la notte per vedere cosa avrebbero fatto al ritorno quei due personaggi: ero certo che sarebbero tornati per prendersi il loro “sostanzioso bottino”, inconsapevoli della “bella sorpresa” che avevo preparato. Un veloce salto a casa per procurarmi il necessario per la notte: una coperta, dell’acqua da bere, due panini con prosciutto e maionese, della frutta e una torcia elettrica. Ero pronto per la mia missione di investigatore.

Feci ritorno al mio “paradiso segreto” quando il sole stava calando e l’acqua si stava dipingendo di rosso. Il panorama a quell’ora era talmente bello da togliere il fiato. Rimasi in contemplazione per qualche attimo, poi mi sedetti ai piedi dell’albero che, poche ore prima, mi era servito da nascondiglio. Estrassi dalla borsa il primo panino che divorai con avidità, senza però mai perdere di vista l’obiettivo da dove i due uomini erano giunti nel pomeriggio.

Inaspettatamente il buio e il silenzio più assoluto mi circondarono, mentre l’umidità iniziò a penetrarmi le ossa; un senso di smarrimento e di paura mi prese. Se di giorno quel luogo era per me così familiare, non lo era più di notte: ora mi appariva quasi lugubre.

Alzai gli occhi al cielo: la miriade di stelle, quasi come allegre lucciole, emettevano chiarori che mi rincuorarono. La stanchezza della giornata cominciò a farsi sentire e le palpebre iniziarono a ricadere pesanti sui miei occhi. Non volevo addormentarmi, ma ben presto, avvolto nel tepore della coperta, un sonno traditore mi prese e mi trasportò nella dimensione del sogno, dove fantasia e realtà si mescolarono, come in un gioco fantasmagorico.

Un fremito del corpo mi riportò alla realtà. Tutto attorno a me si stava schiarendo e l’alba prendeva piede. Sembrava che il mondo intero si stesse svegliando con me: il canto degli uccelli era vario ed insistente, mentre i gabbiani erano già all’opera nel loro cercare cibo nelle acque del fiume.

Goccioline di fresca rugiada ricoprivano ogni foglia, ogni pianta, rendendo ai miei occhi la natura pura e quasi indifesa. Un tripudio di emozioni e di dolcezza mi prese, poi il mio sguardo si spostò dall’altra parte del fiume. Focalizzai i due bracconieri: si stavano picchiando di santa ragione e urlavano a squarciagola incolpandosi a vicenda, rimproverandosi l’un l’altro di non aver legato bene le corde provocando la perdita delle reti.

Avevo fatto centro, ma la sfida non era terminata. Iniziava una nuova giornata di attesa. Decisi di far ritorno a casa per rifornirmi di altri viveri.

Trascorsi in tranquillità la prima parte del giorno, immerso solo nella natura, assaporando il silenzio che mi parlava, distinguendo nitidamente il sospiro debole del vento e il mormorare lento delle acque del grande fiume.

Verso le diciassette, come avevo previsto, i due loschi figuri tornarono con altre reti. Dove le avessero trovate non lo so, visto che di domenica i negozi erano chiusi. Tenevano pure, nelle mani libere, due canne da pesca dotate di mulinello.

Salirono in barca e oltrepassarono il fiume. Piazzate le reti, si sedettero sull’argine e si dedicarono alla pesca. Ogni tanto vedevo ora l’uno, ora l’altro staccare dall’amo del pesce. Poi, al primo calar del sole, accesero un piccolo fuoco con alcuni rami secchi e cucinarono il pesce catturato.

Mi resi conto ben presto che quella notte non avrebbero lasciato l’appostamento. Forse avevano capito che le reti non si erano slegate da sole e, dunque, anche loro come me avrebbero vigilato quel luogo, naturalmente con scopi ben diversi: loro per frodare, io per proteggere la natura.

Ben presto, però, realizzai che da solo difficilmente avrei avuto successo. Fu allora che, come in un lampo, mi venne in mente l’amico Marco che, grazie al suo spiccato senso d’iniziativa, forse avrebbe potuto aiutarmi. Raggiunta l’auto, mi mossi verso la sua abitazione. M’inoltrai lungo una strada sterrata di campagna: la casa di Marco si trovava infatti al centro di un vasto terreno agricolo di sua proprietà, isolato dal resto del mondo.

Marco, al mio bussare aprì la porta e mi osservò con sguardo stupito. “Qual buon vento ti porta?” mi chiese mentre entravo in casa. In un attimo gli raccontai tutto.

“Vieni con me.” replicò senza aggiungere altro.

Salimmo sulla sua jeep predisposta con un enorme faro. Una volta raggiunto il luogo, Marco posizionò il fascio di luce proprio nella direzione dove stavano i due manigoldi, che però non s’accorsero di niente perché se la dormivano alla grande.

Vidi Marco andare verso il bagagliaio della jeep ed estrarre un megafono. “Li sistemo io ora quei due”, disse.

Posizionò il megafono davanti alla bocca e iniziò ad urlare: “Siete comodi signori? Vi do tempo cinque minuti per sloggiare da lì e ricordatevi che non voglio più vedere i vostri brutti musi da queste parti. Avvertiremo la polizia provinciale”.

I due, frastornati dalle grida e accecati dalla luce, salirono in barca imprecando e si allontanarono nell’oscurità lungo il fiume, dalla parte opposta di dove stavamo noi.

“Ed ora cosa facciamo Marco?” chiesi pensando alle reti stese per la pesca di frodo.

“Dai, sali su in auto, che andiamo un po’ più avanti dove c’è l’approdo. Lì parcheggiato c’è il mio piccolo motoscafo e, in un attimo, saremo al di là del fiume”.

Aiutai Marco a togliere delicatamente dalle reti i pesci imprigionati. Alle prime luci dell’alba eravamo già davanti al mercato ittico, dove dei pescatori esperti valutarono la merce e ci ringraziarono del dono ricevuto.

Sono passati vari anni da quell’episodio ed ancora oggi torno in quel luogo incantato, non più da solo naturalmente. Ci torno con mia moglie e i miei due figli e spesso anche con Marco e la sua nuova fidanzata.

I due loschi figuri non li abbiamo più visti in giro, nemmeno di notte vengono più. Io sì però: alcune notti, naturalmente con il permesso di mia moglie che per fortuna è molto comprensiva, vengo a scrutare il fiume nel buio, ad osservare la natura, ad ammirare le stelle e ad ascoltare il silenzio delle acque che spero mai più saranno disturbate.

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Come citare questo articolo

Chiara Viola. “Due giorni campali”. Ventaglio Novanta, n. 45, 2012. https://ventaglionovanta.it/archivio/due-giorni-campali/

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