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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

I luoghi degli Olivetani

Un itinerario lento nella campagna intorno a Rovigo per conoscere i beni del Monastero di San Bartolomeo

di Raffaele Peretto

Ventaglio Novanta n. 47 2013 pp. 8–13

Il CPSSAE (Centro Polesano di Studi Storici Archeologici Etnografici di Rovigo) e la FIAB (Federazione Italiana Amici della Bicicletta, sezione di Rovigo), in collaborazione con la Provincia di Rovigo, il Comune di Rovigo, l’Accademia dei Concordi, hanno elaborato un percorso culturale che lega i possedimenti appartenuti ai monaci olivetani di San Bartolomeo, prima della soppressione del monastero nel 1810, durante la dominazione napoleonica. La definizione logistica del percorso, con dirette verifiche di fattibilità nei luoghi interessati, è stata curata da Antonio Gambato e Mauro Padoan.

Si tratta di un facile itinerario che, partendo dal centro di Rovigo, si sviluppa prevalentemente lungo strade secondarie nella campagna a sud della città, da percorrere in bicicletta, ma risulta agevole anche a piedi. Un percorso lento ai margini di campi fertili (e tuttora a forte vocazione agricola) che ancora conservano le trame delle divisioni agrarie rinascimentali e dove permangono nella toponomastica antiche località riportate in documenti d’archivio. Si pedala o si cammina nel silenzio di una campagna non ancora invasa dalla pianificazione territoriale di aree commerciali o artigianali, ma ormai a rischio per gli sconvolgimenti previsti dal proseguimento della Transpolesana con il progetto dell’autostrada Nogara-Mare.

Rovigo è partenza e arrivo dell’itinerario, ma qualsiasi altro luogo di questo chiuso percorso può andar bene per iniziarlo e completarlo. Preferiamo partire da Rovigo per comodità, ma anche perché è a Rovigo che giunsero i primi monaci dell’ Ordine di Monte Oliveto.

Fu nel 1474 che Papa Sisto IV decretò il passaggio all’ Ordine Olivetano del monastero di San Bartolomeo di Rovigo, precedentemente governato dagli Umiliati, un movimento evangelico, questo, sorto due secoli prima tra i lavoratori della lana. All’arrivo degli Olivetani in città collaborarono, con particolare diplomazia, i fratelli Bartolomeo e Nicolò Roverella, il primo cardinale e arcivescovo di Ravenna, il secondo abate generale della Congregazione Olivetana. Nello stesso anno, per consentire il sostentamento al nuovo centro religioso, vi furono uniti i beni dell’Abbazia di San Pietro in Maone e la Chiesa della Madonna dei Sabbioni.

Proprio per ricordare chi portò gli Olivetani a Rovigo il nostro itinerario parte da Piazza Vittorio Emanuele II, dove si impone il Palazzo Roverella, uno dei più interessanti edifici civili di Rovigo, attribuito all’architetto ferrarese Biagio Rossetti. Fu fatto costruire dal citato cardinale Bartolomeo, membro della potente e ricca famiglia Roverella che nel secondo Quattrocento fu arbitra della vita civile e religiosa di Rovigo, di Ferrara e dello stato estense. Con l’arrivo delle truppe della Serenissima nel 1482, durante la famosa “Guerra del Sale”, il palazzo venne così descritto dal cronista veneziano Marin Sanudo “…non compido, cossa magnificentissima; et è grande, ben fabricato, et posto sopra l’ Adexe, alto ben composito.” Dopo la conquista della città da parte della Repubblica Veneta, il Palazzo ebbe svariati utilizzi impropri e, da ultimo, nel secolo scorso, fu sede scolastica. A seguito del recente radicale restauro è stato finalmente valorizzato come sede delle Pinacoteche dell’Accademia dei Concordi e del Seminario Vescovile, oltre che ad ospitare mostre di particolare valenza.

Dalla piazza principale di Rovigo prende dunque il via l’itinerario cicloturistico con prima destinazione la Chiesa della Madonna dei Sabbioni (conosciuta dai più come Chiesa del Cimitero). Un edificio sacro dalle antiche origini, costruito anteriormente al secolo XV, dove era presente un capitello di devozione popolare dedicato a Maria.

Nel Cinquecento per opera dei monaci olivetani il tempio fu rivitalizzato anche grazie alla costruzione di tre stradoni che si dipartivano dal suo piccolo sagrato. Opere ancora oggi ben riconoscibili: i primi due stradoni, uno verso la chiesa con San Bartolomeo, l’altro verso la strada per Adria, oggi si presentano unificati nel viale Antonio Oroboni; il terzo porta tuttora in centro e corrisponde al viale Santa Maria Chiara Nanetti.

Nell’Ottocento la chiesa fu incorporata nel cimitero cittadino con la realizzazione dell’attuale facciata di gusto neoclassico, dove a metà Novecento fu collocata la bella figura di angelo in volo, opera dello scultore Virgilio Milani.

Molto breve si presenta il tragitto per raggiungere il vicino Monastero di San Bartolomeo, interessante complesso architettonico che subì demolizioni e ricostruzioni già dai primi anni della presenza dei monaci olivetani.

Il primo chiostro fu concepito in pure forme rinascimentali attribuibili a Biagio Rossetti. Alla metà del Cinquecento fu edificata la chiesa, completata dal campanile sul finire dello stesso secolo.

Risalgono alla seconda metà del secolo successivo la costruzione del secondo chiostro, mentre la chiesa venne successivamente impreziosita con stucchi di gusto barocco.

Dopo la soppressione napoleonica il monastero fu sede di opere assistenziali, i Luoghi Pii Riuniti e la Casa di Riposo, e dal 1980 del Museo Civico di Rovigo, che, dopo il completo restauro dell’immobile e l’avvio nel 2000 di un nuovo allestimento, prese il nome di Museo dei Grandi Fiumi.

Nei secoli un cui fu attivo il Monastero, il suo sostentamento derivava prevalentemente dalla rendita dei beni agricoli, per lo più precedentemente appartenuti all’Abbazia benedettina di San Pietro in Maone. Questo centro religioso esisteva già nel secolo XI e dipendeva dall’ esarcato di Ravenna come la vicina Abbazia di Gavello. Possedeva beni nel Ferrarese, nel Padovano e nel Polesine, territorio che, a seguito della Guerra del Sale conclusasi nel 1484, fu spartito tra Estensi e Veneziani.

I possedimenti degli Olivetani erano nel Polesine di Rovigo, sotto la Serenissima, per buona parte ai limiti meridionali con il confine del Polesine di Ferrara.

La prosecuzione del nostro itinerario, ci porta ad imboccare la pista ciclabile sulla sponda sinistra dell’Adigetto per inoltrarci in quelli che furono i vasti possedimenti olivetani di Sant’Apollinare, Romagnano, Baltun, Grumolo, Selva Veneziana. Quest’ ultima località, oggi Fenil del Turco, comprendeva i beni Ultra Canalia (l’odierno Canalbianco) di Ca’ Rossa, Ca’ Verde, Ca’ Bianca, Ca’dell’Olmo, Ca’ dell’Arzere. Sono tutti toponimi questi riportati sia nei registri annuali delle entrate ed uscite del Monastero, sia nelle precise mappe catastali dei terreni, conservate presso l’Accademia dei Concordi ed ancor oggi radicati nelle varie località che interessano il percorso in bicicletta.

Completata la pista ciclabile, dopo un brevissimo tragitto sulla strada arginale, deviamo a destra (via della Conciliazione) per raggiungere la strada provinciale, che imbocchiamo con direzione Ceregnano, per inoltrarci ben presto lungo una sterrata che ci porta nella località di Baltun.

L’ambiente, come un tempo, è in gran parte agreste. Va detto che nei primi anni di presenza degli Olivetani, particolare cura fu rivolta dai monaci alla sistemazione giuridica ed economica delle campagne, mal ridotte per l’incuria degli amministratori e per la mancanza di opportuni controlli. Si ridefinirono i confini delle proprietà del monastero, riunendo in grosse aziende appezzamenti vicini. Impegno fu rivolto al restauro degli edifici monastici, delle chiese e costruzioni cadenti distribuiti nei vari possedimenti.

Ogni grossa proprietà faceva capo ad una casa dominicale dove risiedeva il fattore e dove i monaci si recavano in varie occasioni durante l’anno. Annesse alla casa dominicale erano la chiesetta, la stalla con fienile e barchessa.

Due sono i complessi significativi ancora superstiti nella vasta zona controllata dagli Olivetani: la corte e l’annessa chiesetta di San Pietro in Baltun nel contado di Sant’ Apollinare e quella di San Lorenzo all’Olmo tra Fenil del Turco e Pontecchio.

Alla fattoria di Baltun, caratterizzata dall’elegante porticato della barchessa, nel 1610 gli Olivetani affiancarono l’oratorio dedicato a San Pietro che, grazie all’accurato restauro e alla volontà dell’ attuale proprietario, Alberto Nicoli, è agibile ed aperto a periodiche funzioni religiose. Nella singolare facciata si stacca dallo spiovente del tetto la struttura che ospita la piccola campana e una cornice in cotto racchiude lo stemma olivetano. Semplice e dignitoso si presenta l’arredo interno: sull’ altare la statua del santo patrono e una interessante acquasantiera con il simbolo monastico.

Inizia ora il tragitto più lungo del nostro itinerario (di cui la prima parte in sterrato) con direzione Fenil del Turco, che superiamo per poi imboccare il lungo rettilineo della strada arginale dello Scolo Pontecchio.

Individuate nella campagna le citate boarie (Ca’ Bianca, Ca’ Rossa e Ca’ Verde), si prende una carrareccia sulla destra per raggiungere il secondo sito superstite negli ex poderi degli Olivetani: l’oratorio di San Lorenzo all’Olmo che risale al 1580.

La sua bella facciata fu rifatta nel 1671 e subì un restauro nel 1888. Purtroppo la chiesa versa nel più completo abbandono con evidenti tracce di degrado. La sua pregevole pala d’altare, La Vergine in gloria con San Lorenzo, San Bellino e Santa Martire, dipinta nel 1702 da Giovanni Battista Cromer, è attualmente custodita presso un privato.

Le campagne erano date dai monaci in affitto o a mezzadria. La principale produzione agricola era quella dei cereali. Prevaleva il grano, ma dal Seicento per certi periodi ebbe il sopravvento il mais: è documentata per la prima volta la semina di fromentone a Baltun nel 1588. Altri prodotti erano avena, orzo, canapa, fagioli, lino, uva…

Una parte del raccolto serviva per la sussistenza dei monaci e dei dipendenti del monastero: gastaldi, cocchieri, medico, avvocato, lavandaia, passatore del Canalbianco, organista… Quanto rimaneva veniva venduto tramite commercianti prevalentemente padovani o veneziani.

Oltre alla coltivazione agricola, notevole fu il ruolo dell’allevamento del bestiame bovino e ovino affidato a boari e pastori.

Nel Cinquecento molte case nelle campagne erano totalmente o parzialmente in canna e, per quanto in seguito fossero state per buona parte ricostruite in muratura, molte continuarono ad essere di modeste dimensioni: una o due stanze con camino, affiancate dalla teza, adibita a deposito di attrezzi e a pollaio.

Dall’Olmo inizia la via del ritorno, imboccando una via che si snoda in mezzo ai campi (via Cappello), per completare un percorso circolare che ci riporta nella zona di Sant’ Apollinare, la cui chiesa raggiungiamo dopo aver superato i due vicini ponti che superano il Collettore Padano ed il Canalbianco.

Il tempio e la parrocchia ci rimandano a Ravenna dove il citato Bartolomeo Roverella (dal cui palazzo ha preso il via il nostro itinerario) rivestì la carica di Arcivescovo. Soltanto nel 1818, con il riordino delle diocesi, la parrocchia di S. Apollinare fu staccata da Ravenna ed unita alla diocesi Adria.

A Sant’ Apollinare ha dunque termine il nostro itinerario, per cui raggiungiamo la località S. Sisto per ritrovare la ciclabile dell’Adigetto e tornare al punto di partenza in centro a Rovigo.

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Come citare questo articolo

Raffaele Peretto. “I luoghi degli Olivetani”. Ventaglio Novanta, n. 47, 2013. https://ventaglionovanta.it/archivio/i-luoghi-degli-olivetani/

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