Il museo di Castelnovo Bariano si trova oggi nella frazione di S. Pietro Polesine, presso l’ex scuola elementare, in ampie sale dove è esposta un’interessante scelta del materiale archeologico ritrovato proprio in zona. Ma un tempo non era così. Anzi una volta non c’era proprio il museo archeologico di Castelnovo.
Ora vi racconto la sua storia.
Alla ricerca delle origini
Nel lontano 1971 alcune persone, giovani iscritti al Centro Studi Permanente (la biblioteca di allora) con a capo il maestro William Moretti, decisero di cercare la genesi di Castelnovo Bariano. I documenti erano pochi e arrivavano solo a coprire le origini del castello (ai giorni nostri del tutto scomparso). In verità, ci sembrava poco probabile che il nostro paese fosse nato solo verso la fine del medioevo (quando per l’appunto fu eretto il castello presso il Po), quindi si pensò di fare delle ricerche di materiali che ci portassero più indietro nel tempo, per capire se eravamo nati da un piccolo gruppo di persone accampate vicino al nuovo castello (da cui il toponimo Castelnovo) oppure no.
Mi aggregai al gruppo quando, finito il servizio militare, andai in comune per fare la licenza di pesca, e la moglie di William mi disse della nuova ricerca in cui era impegnato il marito. In particolare si trattava di capire cosa impedisse a dei pali, necessari per la costruzione di un capanno, di conficcarsi nel suolo della proprietà Caramori.
Fu così che ebbe luogo la nostra prima scoperta archeologica: trovammo un pavimento in cotto con una scanalatura al centro. Sulle prime pensammo potesse essere il fondo di un macero per la sbiancatura della canapa, ma successivamente capimmo che si trattava una fornace romana per laterizi. Dunque un bel passo indietro nel tempo: dal Medioevo ai tempi dell’Impero Romano. La soddisfazione fu grande.
Ritornando a noi, fra gli iscritti al CSP, vi erano anche dei cacciatori che, girando per i campi in cerca di selvaggina, videro, nei terreni da poco arati, dei frammenti di color grigio scuro: dei cocci. A quel tempo non si dava molto peso all’archeologia, si pensava che le scoperte riguardassero solamente i ritrovamenti di monumenti o resti che facevano scalpore. Il nostro territorio non era sfiorato minimamente da ricerche archeologiche: un territorio molto vicino al Po, che cosa poteva avere di archeologico?
Le Soprintendenze ai beni archeologici di Padova, di Ferrara e di Mantova si tenevano a una certa distanza, per cui il nostro territorio era una specie di zona franca.
Le indagini di superficie
Fu allora che decidemmo di attivarci per individuare, sulla superficie dei campi arati, dei frammenti archeologici. Ci si muoveva come dei tombaroli e, se qualcuno ci chiedeva cosa facessimo, fingevamo di cercare funghi. Quando nei campi si trovavano dei “cocci” li raccoglievamo e li portavamo a casa. Le ricerche si effettuavano il sabato e la domenica mattina. Anche quando c’era l’austerity e non si poteva usare l’auto, nonostante condizioni climatiche proibitive, si partiva con il badile legato al tubo della bicicletta e si pedalava per andare nei campi verso San Pietro. Si raccoglievano i “cocci” più significativi, quelli che potevano dirci qualcosa.
Siamo andati avanti così per un po’ di tempo a cercare posti dove affioravano questi “cocci”, e le casse di materiale aumentavano. Vista la quantità di materiale acquisito, pensammo fosse maturo il tempo di ufficializzare il nostro lavoro.
La prima mostra
A Rovigo vi era (ed è tuttora attiva) una associazione, il Centro Polesano di Studi Storici Archeologici ed Etnografici, con cui decidemmo di rapportarci. Prendemmo contatto con questa associazione, ci iscrivemmo ed iniziò una proficua collaborazione. Si decise inoltre, per maggior sicurezza, di trasportare tutto il materiale da noi ritrovato, presso la sede dell’esposizione del CPSSAE a Rovigo.
Le nostre ricerche continuarono e, anno dopo anno, con nostra soddisfazione, vedevamo aumentare la nostra raccolta, e i ritrovamenti andavano sempre più indietro nel tempo. Si trattava di reperti del periodo romano, del bronzo sia recente-finale che medio e ultimamente del periodo antico “canar” risalenti rispettivamente al II°-I° sec A.C. e dal 1000 andando indietro fino al 2000 A.C.
Era così giunto il momento che il deposito avesse uno sbocco espositivo, per dimostrare che anche il territorio di Castelnovo era popolato in età antica, quando non era paludoso come si pensava.
La comprensione della Amministrazione, per le nostre ricerche, e il continuo crescere della raccolta, nel 1977 sfociò nella richiesta di dare vita ad una mostra didattica archeologica permanente. Il progetto fu accolto dall’Amministrazione comunale: la delibera divenne esecutiva e fu approvata anche dalla Soprintendenza.
L’amministrazione acquistò le prime tre vetrine e ci diede una sede – quella che possiamo considerare la prima sede del nostro museo – a Castelnovo, nel palazzo che è ora delle poste.
Tutto ciò impartì maggior slancio alla nostra ricerca. Furono contattati i vari proprietari dei terreni raccontando la nuova storia di Castelnovo Bariano risalente a tempi davvero remoti. I rinvenimenti venivano spontaneamente segnalati e tutti erano orgogliosi di avere nel proprio terreno un po’ di storia. Andavamo nelle scuole per fare delle lezioni sull’archeologia con diapositive, facendo conoscere il nostro territorio raccontando “quella storia” che non era ancora scritta sui libri.
Nuovi ritrovamenti
A Torretta, in una zona compresa sempre nel comune di Castelnovo Bariano, dentro l’argine del Canal Bianco, si vedevano degli strati di terreno con dei “cocci” del periodo preromano. Incominciammo a scavare in questi strati e William andò talmente in profondità che gli franò la parte superiore addosso. Se la vide davvero brutta: aveva fuori solo le gambe e noi prontamente intervenimmo portandolo in superficie. Ci ringraziò, sputando il terreno.
Negli anni 80 erano in corso dei lavori di ampliamento dell’alveo del Canal Bianco, per renderlo navigabile. Quando il canale era in secca, sul fondo, vicino al ponte, avevamo visto un assito ligneo, probabilmente del periodo del bronzo, oltre 1300 anni prima di Cristo. Avvisammo la Soprintendenza di questo affioramento, ma quando il responsabile venne a vedere era già troppo tardi: era stato tolto e distrutto dall’escavatore.
Nell’81 per sagomare un ingrossamento dell’argine dalla parte verso il Tartaro, una benna mise in luce l’angolo di una costruzione in marmo. Informammo subito la Soprintendenza che questa volta venne subito. Chiedemmo di fare un saggio di scavo: ottenuti i permessi, venne confermata la presenza di un basamento marmoreo. Durante gli scavi il basamento era diventato una tribuna di curiosi, e tutti dicevano la loro.
Quando i primi pezzi incominciavano ad affiorare, riconoscemmo, con sorpresa, materiale rinascimentale. Ci chiedemmo cosa ci facessero lì quei reperti.
Un duro confronto con Legnago
In relazione a questa nuova area di indagine, frattanto il Maestro Moretti trovò delle carte che parlavano di una torre doganale (da cui il toponimo Torretta) che un tempo era denominata Croxeta o Crocetta, per il fatto che sulla sommità della torre vi era una croce in ferro. Venne avviato uno scavo sotto il controllo dell’allora direttore del museo di Adria la dott.ssa Maurizia De Min. Durò quasi due mesi e, a metà scavo, vista la quantità di materiali rinvenuti, gli appassionati di Legnago, ci dissero: “onore e gloria al gruppo di Castelnovo, ma i materiali devono venire a Legnago”, e questo perché trovati in una porzione di territorio di Castelnovo molto vicino al centro di Torretta di Legnago.
Il confronto si fece duro. Sull’”Arena” apparvero vari articoli della serie “I tombaroli di Castelnovo rubano i reperti”. Dopo l’eccessivo ripetersi di questi articoli, la dott.ssa De Min, sempre sul giornale veronese, chiarì la situazione e zittì le pretese di Legnago.
Venne frattanto a farci visita anche la Soprintendenza alle Belle Arti. Visti i materiali, tutti lavati e catalogati, ci disse di proseguire. L’anno dopo altra campagna di scavo: questa volta tentarono di bloccare i lavori perfino i vigili di Legnago, ma con i permessi in nostro possesso potemmo continuare e finire lo scavo.
La Mostra di Torretta
I quattro anni successivi li abbiamo passati a ricomporre tutti i frammenti. Molti furono mandati a restaurare, e il restauratore, vista la grande mole di lavoro, ci insegnò l’arte del restauro. Fu così che 1986 fummo in grado di inaugurare la Mostra di Torretta addirittura nelle sale di Castel Vecchio a Verona.
Dopo due mesi l’esposizione fece tappa a Bassano, a Padova, a Treviso, a Ferrara, a Rovigo ed infine, dopo un anno di girovagare, giunse nel comune di appartenenza a Castelnovo. Non ricordo più quanti viaggi feci. Prima a Venezia per il catalogo, poi a Verona per l’allestimento e prima ancora tanti giorni insieme con il dott. Siviero e la dott.ssa Ericani per spostare le ceramiche da una vetrina all’altra per creare una agevole lettura della mostra.
Archeologia Sperimentale e… la “Venere di Canar”
In quell’anno, 1987, si fece un po’ di archeologia sperimentale insieme al prof. Battilani, un insegnante di ceramica dell’istituto d’arte. Creammo delle scodelle e dei bicchieri stile “canar” (ovvero simili ai rinvenimenti preistorici in argilla portati alla luce a Canar presso S. Pietro Polesine) con gli inglobati, e cotti successivamente in una fornace a cielo aperto. Il risultato fu straordinario: eravamo riusciti a cuocere in nero, proprio come i materiali di Canar.
Nel ‘92 proponemmo alla scuola elementare un ciclo di archeologia sperimentale “la foggiatura della ceramica”. Le insegnanti lo accolsero con entusiasmo, e i ragazzi si ricordano ancora di quella esperienza, i pezzi erano veramente venuti bene, tanto che il dott. Salzani della Soprintendenza del Veneto, vedendo i pezzi uscire dalla fornace disse “per fortuna che li vedo uscire da lì perché sono come gli originali”. Gli anni successivi ci adoperammo per fare una sperimentazione mirata alle classi terze, quarte e quinte, e funziona tuttora, anche se da poco, con la collaborazione dell’Associazione Accendere.
Le nostre ricerche non si esaurirono, rimaneva ancora da tenere sotto controllo i “canar” e verificare se durante le arature usciva qualche cosa di nuovo. A William sembrava strano che dal sito non si trovasse qualche piccolo frammento di venere (ovvero statuette votive con sembianze femminili), poiché nel periodo del bronzo antico erano abbastanza comuni.
Decidemmo di architettare uno scherzo: Alfredo ed io costruimmo, copiata da un libro, una venerina in argilla. Dopo averla cotta e invecchiata facemmo in modo che William la potesse rintracciare. Vi racconto la scena: eravamo andati a ispezionare di nuovo Canar. Una volta arrivati si incominciò la ricerca vagabondando sul terreno in ordine sparso, intanto Alfredo fece cadere la venerina coprendola con un po’ di terra. Ci organizzammo per una ricerca sistematica, uno vicino all’altro in riga, ovviamente William in mezzo. Dopo alcune passate ci avvicinammo all’oggetto. Giunti a quattro o cinque metri, William intravide quella forma nota, si fermò, la puntò come sa fare un setter, e volò sopra le zolle arate come una farfalla.
Raccogliendo la statuina gridò a squarciagola con la mano alzata in segno di vittoria “Ho catà la Venere di Canar!”. Noi ovviamente non dicemmo che era uno scherzo, era troppo felice per aver trovato ciò che da tempo cercava.
Circa 10 anni dopo mi telefonò il dott. Salzani chiedendomi delle spiegazioni sulla pubblicazione fatta da Corain che riguardava il ritrovamento di un teschio e di una venerina a Canar. Sul momento gli risposi che l’unico ritrovamento era un frammento di teschio e l’aveva lui e per la venere non sapevo niente. Poi mi ricordai che avevamo fatto lo scherzo a William e glielo raccontai. Luciano Salzani incominciò a ridere a più non posso, e lì fini la telefonata.
Dagli scavi al Museo
Torniamo al 1987. Quando fu avviata la prima campagna di scavo nell’area di Canar, coordinata dalla Soprintendenza, partecipammo anche noi. Fu molto grande l’emozione di riuscire a capire le consuetudini di vita degli antichi abitanti, ritrovando i loro strumenti, le loro ceramiche, vedendo la tecnica di costruzione delle loro capanne, il recinto di protezione del villaggio, insomma capire come vivevano quasi quattro mila anni fa i nostri conterranei.
In quel periodo vi fu anche una campagna di servey sperimentale da parte dell’università di Padova che, insieme a due università inglesi, setacciò una parte del nostro territorio. Fecero anche una trincea a Canar, per studiare le stratigrafie del suolo. Fu indagato principalmente un sito del periodo del bronzo finale, dietro al cimitero di San Pietro in località “Canova”, e un sito romano in località “Bosco”. Raccogliendo tutti i cocci trovati in superficie e analizzandoli poterono determinare cosa poteva esserci sotto.
In quel periodo il Museo cambiò per la prima volta la propria sede: era necessario più spazio per esporre i nostri cocci; trasferimmo così l’esposizione nei locali dell’attuale biblioteca di Castelnovo. Il museo era disposto abbastanza bene, si entrava e c’erano in bella mostra le vetrine con le ceramiche di Torretta, si passava nelle altre sale e si andava sempre più indietro nel tempo, fino a Canar. Eravamo contenti che anche Castelnovo avesse potuto ricostruire la sua storia remota.
Un secondo trasferimento fu attuato nel 1999, quando si resero liberi gli ampi locali dell’ex scuola elementare di San Pietro Polesine, la frazione di Castelnovo dove erano venuti alla luce i principali reperti. Le sale erano molto grandi e consentirono di sfruttare al meglio l’esposizione dell’ampia raccolta di materiale. Al momento dell’inaugurazione i visitatori ci dissero che era un gioiello. Noi eravamo molto soddisfatti e si diede così avvio ad una apertura domenicale, che ancora oggi viene rispettata dalle 9 alle 12.
Per ultimo, ma non ultimo, alla fine del 2012, insieme con Mattia Modena, abbiamo dotato il museo, il primo nel Polesine, di un applicazione QR code, che consente di vedere sui cellulari di ultima generazione le notizie relative ai vari reperti collocati nel museo.
E l’avventura continua.
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Come citare questo articolo
Giuseppe Zenezini. “Il Museo di Castelnovo Bariano”. Ventaglio Novanta, n. 47, 2013. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-museo-di-castelnovo-bariano/