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STORIA - TRADIZIONI

Il Castello de La Frata

Dal primo maniero medioevale, alla corte rinascimentale di Lucrezia Gonzaga, fino all’abbattimento nel XIX secolo

di Michelangelo Caberletti e Libera Santato

Ventaglio Novanta n. 47 2013 pp. 56–59

Parlare di “castello de la Frata” potrebbe sembrare riduttivo dal momento che, nella sua millenaria esistenza, il paese sullo Scortico ha avuto più di una fortificazione con tale nome, distrutta e riedificata, di pari passo con la rovina o la fortuna dei casati in lotta per il dominio sul territorio. In realtà, se colleghiamo le fonti storiche ad uno studio sulla topografia del sito, si arriva a concludere che i vari castelli de la Frata, pur con funzioni e forme diverse, rappresentano un qualcosa di unitario, che si è evoluto nel corso dei secoli, adattandosi di volta in volta alle esigenze del periodo storico, tanto da divenire elemento connaturato nella vita e nella memoria della comunità frattense.

Il territorio

Alle origini di ogni castello vi sono precise esigenze di presidio e difesa di un luogo strategico che, nel caso di Fratta, era rappresentato dall’incrocio dello Scortico con la via pubblica detta dei Polesini¹.

All’altezza di Fratta, infatti, lo Scortico interseca il dosso della Pestrina (antico percorso del Po, già nel Medioevo interrito e privo di acqua fluente), sulla cui fascia rilevata corre però un tracciato stradale di un certo interesse, in quanto collega fra loro i vari insediamenti rurali: polesini, che vanno sorgendo lungo questa dorsale emergente dalla palude. È questa la via pubblica dei Polesini, un lungo tracciato tra Arquà e Castelguglielmo, noto anche come “strada di San Giorgio”, per la presenza nel tratto tra Gognano e Fratta di un oratorio con tale dedicazione.

Nodo vitale della strada diventa il ponte per l’attraversamento dello Scortico, passaggio obbligato di persone e merci, luogo ottimale per l’esazione di dazi e pedaggi ma anche di commerci².

La giurisdizione su questo territorio era detenuta dal comune di Ferrara che rivendicava proprio sul tracciato della Pestrina il confine settentrionale del districtus cittadino. Un confine che andava difeso contro le mire espansionistiche dei municipi di Verona ed Este, già presenti attorno al Mille con fortificazioni a Sud dell’Adigetto, la più vicina delle quali era rappresentata dal castello del Gaybo, nei pressi di Ramedello, di proprietà dei veronesi conti di San Bonifacio.

Per contromisura, il comune di Ferrara fu costretto a fortificare i punti nevralgici del confine: Arquà, Fratta, Castelguglielmo, Trecenta. L’opera di “incastellamento” viene attribuita agli Adelardi-Marchesella, casato capitaneale dominante in Ferrara, in modo particolare a Guglielmo I (1070-1144), esponente di spicco ancora evocato nel toponimo Castelguglielmo.

Il Castello degli Adelardi

Con ogni probabilità, nell’area compresa fra la riva sinistra dello Scortico e la via Androna (toponimo antico col significato di fossato), vi era un preesistente recinto fortificato da un vallo e/o da una palizzata, un cosiddetto “castellaro”, all’interno del quale si era già organizzato un primo insediamento abitativo.

Gli Adelardi intervengono su questa struttura, fortificandola ulteriormente con l’inserimento di una torre grande a difesa del ponte sullo Scortico e di una torre piccola a protezione del lato Nord dell’abitato. Possiamo pertanto ipotizzare come possibile configurazione del primitivo castrum quella raffigurata nel disegno 1.

Dopo circa un secolo il castello si trova coinvolto nell’aspra lotta fra Estensi e Salinguerra per il dominio su Ferrara, nel corso della quale sarebbe avvenuta nel 1222, ad opera di Azzo VII d’Este, la distruzione del castello e l’eccidio degli abitanti di Fratta, schierati a sostegno del rivale.

Pur se tragico, l’evento non sembra aver causato danni irreparabili alle strutture, perché a distanza di un secolo il castello de la Frata torna di nuovo protagonista nel corso della guerra per la successione nella dinastia estense. Infatti, nel 1308 qui si svolgono due accaniti combattimenti tra le milizie di Fresco, erede designato di Casa d’Este, contro quelle degli zii Francesco e Aldobrandino, pretendenti sostenuti militarmente dal Comune di Padova, che mira a subentrare a Ferrara nella giurisdizione del Polesine.

Alla guerra fratricida segue un lungo periodo di pace e di relativa prosperità, durante il quale il castello si arricchisce di nuovi elementi, come la costruzione di una casa a ridosso della torre grande con funzione di curia marchionale e di un pavaglione all’angolo tra la strada e lo Scortico, una specie di spazio pubblico coperto, che denota la vocazione commerciale di questa parte del paese.

Il castello diventa così il riflesso della nuova politica degli Estensi, volta ad una coesistenza pacifica coi vicini e, specialmente, alla bonifica e coltivazione del territorio, che viene ripartito in numerose possessioni. Grazie all’arrivo di nuove famiglie, il centro urbano si allarga oltre il vallo difensivo rappresentato dalla via Androna, sul cui limite sorge una nuova linea abitativa, alla stregua di certi borghi attorno al castello.

Quando nel 1482 le armate Veneziane invadono il Polesine, Fratta non è coinvolta in alcuno scontro armato, a parte l’incendio dei molini sullo Scortico, e ciò rappresenta una conferma indiretta che il castello non rivestiva più funzioni militari. Infatti, dalla documentazione d’inizio ‘500 sappiamo che la torre grande e le annesse strutture erano state da tempo trasformate in abitazioni civili e cedute in possesso a famiglie legate da vincoli di vassallaggio con gli Estensi, come i Confalonieri e i Mainenti.

Proprio questi ultimi, all’inizio del 500 cedono la proprietà della casa-torre sullo Scortico (ivi compreso un limitrofo corpo di terra di circa ottanta campi), al capitano di ventura al soldo di Venezia Giampaolo Manfroni seniore.

Tutto sembra portare verso il declino lento e inesorabile dell’antica struttura, ma l’ultimo discendente dei Manfroni, un ragazzo di appena 17 anni, di nome Giampaolo (come il nonno), forse per emulare le imprese guerresche degli avi, decide di costruire un nuovo castello in adiacenza ai resti di quello antico.

Il castello dei Manfroni

Dunque, nel 1540 Giampaolo Manfroni juniore, fa costruire a fundamentis una fortezza di fronte e un po’ arretrata rispetto alla vecchia torre, secondo una disposizione che doveva rispondere alle nuove esigenze di tiro con le armi da fuoco.

La massiccia costruzione è a pianta quadrangolare ed è fiancheggiata da due torri angolari sul lato di Levante, una fortezza di cui Fratta non aveva bisogno e che preoccupa non poco il Consiglio dei Dieci che nel 1543 ordina al rettore veneziano di Rovigo Giacomo Antonio Orio di recarsi sul posto e farne accurato rapporto, grazie al quale ne è pervenuta la descrizione: “…ditto palazzo… esser fatto in quadro non molto alto et con una scala in mezzo nel intrar de scalini sedece, con dui torresini, uno per banda, con un’altra torre de driedo assai alta con alquanti pezzi de fuogo drento…et denanti essa torre fra ditta torre et palazzo certo loco discoperto più presto da combater che altramente con diverse bombardiere. Qual palazzo è tutto in volto excepto la salla et circondato de muri in scarpa de grossezza de piedi tre in circa de soto con molte bombardiere et merloni circumcirca et etiam circondato de una fossa de larghezza de circa piedi vinti, la quale però non è ancora perfetta ma se li lavora…et li vanno dui ponti levadori uno dalla parte della scala dove se intra nel palazzo, l’altro nella torre da driedo verso il paviglione della villa”. (disegno 2)

La descrizione ci evidenzia come non si trattasse affatto di una residenza signorile, ma di una vera e propria fortezza, costruita per alloggiare il capitano di ventura, i suoi armigeri e le loro nuove armi. Tuttavia, il Manfrone vi risiederà ben poco, essendo venuto a mancare a soli 29 anni (nel 1552), dopo sei anni di prigionia nel castello di Ferrara.

Il palazzo rimane così in proprietà della vedova, la colta Lucrezia Gonzaga (e della figlia Isabella, unica erede), che trasformerà l’arcigna struttura in una corte rinascimentale frequentata dai migliori eruditi del momento, tra i quali il letterato ed agronomo frattense Giovanni Maria Bonardo. Costui, una volta ricolmato il fossato perimetrale, si prenderà cura in particolare del brolo e dell’orto, arricchendoli con piante di ogni tipo, un vero e proprio hortus clausus in chiave rinascimentale che diventa oggetto di meraviglia e lode da parte degli umanisti ivi giunti in visita.

D’altronde, il ‘500 segna l’inizio di un approccio nuovo alla campagna da parte della classe nobiliare, che non disdegna più abitarvi per lunghi periodi e perciò vi edifica residenze che, alla pari dei palazzi di città, denotano gusto estetico, confort e funzionalità. Per la fortezza del Manfroni si preannuncia una nuova trasformazione e l’occasione propizia sarà data dal matrimonio di Isabella col bolognese conte Fabio Pepoli, esponente di uno dei casati più importanti d’Italia.

Il Castello dei Pepoli

A partire dal 1560, sotto l’amministrazione Pepoli, la fortezza di Fratta viene ulteriormente ingentilita con l’aggiunta di altre due torriccelle sul lato opposto. Si realizza in tal modo una struttura a corpo centrale con quattro torri angolari, che assomiglia in modo straordinario alla delizia estense del Verginese (Portomaggiore di Fe), palazzina turrita che venne edificata negli anni 30 del ‘500 dal duca Alfonso I quale residenza di campagna dell’ultima amante, Laura Dianti.

Nel corso del XVI secolo Fratta è ormai stabilmente parte del dominio della Serenissima: sulle due rive dello Scortico si vengono così a fronteggiare gli edifici di due scuole architettoniche profondamente diverse: quella veneta rappresentata dalla Badoera, connotata dal neoclassicismo elegante ed innovativo del Palladio e quella ferrarese, ancora legata agli schemi del castello medioevale, reinterpretato in chiave rinascimentale come castello domestico, secondo gli indirizzi del Rossetti e del Da Carpi.

Con questa trasformazione, avviene anche l’abbattimento della vecchia torre che permette di ottenere un ampio cortile davanti al castello, oltre ad una piacevole veduta prospettica dall’argine dello Scortico. Il turrito edificio era completato da case per la servitù, scuderie, un ricco orto e un grande brolo, il tutto contenuto da una robusta cinta muraria (disegno 3). Al suo interno vi era una ragguardevole dotazione di mobili, che rendeva confortevoli i frequenti soggiorni del signore e delle allegre brigate di passaggio.

Con delibera del Consiglio dei Pregadi (Senato Veneto) del 1583, viene istituito il mercato della Fratta, e merci e mercanti si danno appuntamento il giovedì di ogni settimana lungo lo Scortico, nello slargo ottenuto dall’abbattimento della vecchia torre.

Lo spazio risulta però angusto e allora Casa Pepoli fin dall’inizio del ‘600 apre ai commerci il cortile del castello, fornendo ai mercanti anche i banchi per l’esposizione delle merci, riscuotendone un dazio, detto di stazio e posteggio.

Nasce in tal modo un’integrazione fra castello e comunità di Fratta che i Pepoli sfruttano a loro vantaggio, costruendo all’interno del cortile una serie di 28 botteghe per mercanti e artigiani, dalle quali ricavare locazioni più sostanziose del saltuario dazio di stazio e posteggio.

Il cortile del castello diventa così nel corso del ‘700 il cuore pulsante dell’economia frattense, oltre ad essere il primo esempio in Polesine di una struttura mercantile organizzata in modo razionale (disegno 4). E quando sul finire del ‘700, con l’arrivo delle armate francesi, verrà istituita la municipalità cittadina, il castello sarà messo a disposizione per essere fino al 1815 prima sede della comune di Fratta.

Nei primi decenni dell’800 Casa Pepoli è attraversata da una profonda crisi finanziaria, che comporta dapprima la vendita delle possessioni agricole detenute in Fratta e Costa, quindi, nel 1815 anche la vendita del castello, delle botteghe e del brolo, ceduti in parte alla famiglia Santi e in parte a certo Lorenzo Bolzoni, ultimo fattore di Casa Pepoli in Fratta.

Sarà proprio costui, un decennio dopo, ad abbattere lo storico castello per ricavarne un utile dalla vendita dell’abbondante materiale laterizio. Delle antiche strutture non rimase più nulla, se non l’ala di edifici ancora adibiti a botteghe e banca, che fanno lato alla piazza già detta del Castello Pepoli, oggi, piazza G. Matteotti.

Fu una perdita dolorosa e sconsiderata, ma la memoria della turrita mole dei Pepoli vive ancora nel gonfalone di Fratta, che l’ha voluta adottare come simbolo identitario per la propria comunità³.

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Come citare questo articolo

Michelangelo Caberletti, Libera Santato. “Il Castello de La Frata”. Ventaglio Novanta, n. 47, 2013. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-castello-de-la-frata/

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