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STORIA - TRADIZIONI

Umberto Saba e Giuseppe Marchiori

Dal nutrito carteggio tra i due uomini di cultura del ‘900, emerge un inedito profilo del poeta triestino

di Nicola Gasparetto

Ventaglio Novanta n. 48 2014 pp. 60–65

Chi ha spesso occasione di frequentare il centro storico di Lendinara, avrà almeno una volta incrociato, a pochi passi da Piazza Risorgimento, una via intitolata ad Umberto Saba. Il fatto in sé potrebbe non sembrare motivo di interesse: in realtà non si tratta di una dedica casuale, ma di una scelta motivata da una particolare vicenda, che lega il poeta triestino a quel luogo.

Per capirne le ragioni dobbiamo ricordare che fino ai primi anni Sessanta del secolo scorso questa via era inclusa nel giardino storico di Ca’ Dolfin, ed il viale di carpini centenari che la caratterizzava ne faceva uno degli angoli più suggestivi del parco. Un’immagine che ci riconduce ad un’epoca in cui questi luoghi erano vissuti da Giuseppe Marchiori, protagonista di levatura internazionale della critica d’arte del Novecento.

In virtù di una fitta rete di relazioni che egli seppe costruire attorno a sé, la sua residenza lendinarese si caratterizzò come un vero e proprio cenacolo letterario ed artistico, cosicché vi si trattennero, anche per lunghi soggiorni, figure di primo piano di quel mondo: meritano di essere ricordate le ripetute frequentazioni di Osvaldo Licini, Renato Birolli, Giuseppe Santomaso, Hans Hartung, Carlo Levi e, non ultimo, Umberto Saba.

Il ruolo di Lendinara, come crocevia intellettuale di quell’epoca, trova conferma nelle parole di un testimone d’eccezione, lo scrittore polesano Giovanni Antonio Cibotto che così ricorda la sua esperienza di ospite di casa Marchiori, nel corso degli anni Quaranta:

“…L’andare e venire di personaggi del mondo culturale nella sua alta magione ha registrato allora un festoso crescendo, nel quale interpretava la parte del fool di shakespeariana memoria, il pittore Giuseppe Santomaso… Fra il salone dove scoppiavano in genere discussioni talora roventi, ed il parco nel quale amava invece inoltrarsi il poeta Umberto Saba, che prediligeva particolarmente il viale dei carpini, ma anche il caffè di piazza, le due chiese di San Biagio e di Santa Sofia e il Santuario del Pilastrello, a Lendinara ho fatto amicizia, non importa se relativa, con decine di protagonisti del mondo artistico, fra tutti Renato Birolli…”.

Un fervore che proseguì anche nel decennio successivo, così sottolineato dallo stesso autore:

“…Ripresero gli incontri a Lendinara, aperti ritualmente dall’aperitivo al Caffè Grande, poi al rintocco dell’una sul campanile, gli ospiti illustri si avviavano con il loro anfitrione a Ca’ Dolfin e il dialogo riprendeva nel meriggio, fra le sale del grande edificio avvolto nel silenzio ed il parco rallegrato dal canto degli uccelli che faceva venire alla mente il paradiso perduto di un classico dimenticato…”¹.

E’ questa una testimonianza che ci torna particolarmente utile, perché costituisce un’autorevole conferma delle ricorrenti presenze di Umberto Saba e della sua predilezione per quell’angolo del giardino di allora, che oggi porta il suo nome. I ripetuti arrivi del poeta triestino a Lendinara si spiegano con la profonda amicizia che lo legò al critico d’arte. Il legame tra Saba e Marchiori iniziò nel 1936 a seguito di una particolare circostanza ricordata da quest’ultimo in una delle sue ultime interviste:

“…Conobbi Umberto Saba a Trieste dove ero in servizio militare come richiamato…”. E l’importanza di questo incontro viene subito dopo sottolineata: “…Con Saba ho avuto una vera amicizia, come documentano le numerose lettere che lui mi scrisse e che forse verranno pubblicate nell’epistolario curato dalla figlia. Ma oltre alle lettere ho anche altri documenti: possiedo per esempio il manoscritto di Parole…”.²

A conferma di queste ultime parole, nell’Archivio Giuseppe Marchiori – oggi conservato presso la Biblioteca Comunale di Lendinara – è presente un nucleo di 120 lettere inviate da Saba, in un arco temporale che dal 1936 arriva fino al 1957, anno della morte del poeta. La loro lettura permette di ripercorrere gli sviluppi del duraturo sodalizio, ma anche di gettare nuova luce su alcuni snodi cruciali della vicenda umana e poetica di Umberto Saba.

Nell’economia di questo studio, rinviando ad altra occasione un esame sistematico del corpus, vengono selezionati e presentati alcuni passaggi particolarmente significativi del carteggio, sicuramente prezioso anche perché costituito da scritti quasi totalmente inediti. Ad oggi infatti la pubblicazione dell’epistolario completo di Umberto Saba, nonostante l’impegno profuso dalla figlia Linuccia negli anni passati, non può dirsi concretizzato, essendone stati dati alle stampe solo frammenti o nuclei legati a singoli corrispondenti.

La nostra breve panoramica, che seguirà un percorso cronologico, può prendere avvio da una delle prime missive giunte a Marchiori, datata 8 Luglio 1936, di cui riportiamo il seguente passo:

“…Sono assai lieto, caro amico, se le conversazioni con me hanno potuto servirti di avviamento alla comprensione di qualche nuova verità. Ben inteso non si tratta che di un inizio, di uno spunto; tutto quello che riguarda le profondità ignorate dell’anima richiede, per essere portato alla luce della coscienza, un lavoro lungo, penoso e che difficilmente si può fare da soli. A me, per capire qualcosa, sono occorsi due anni e mezzo, e purtroppo non mi sono bastati […] La partenza di Weiss è stata per me un grave male; infatti mi sono rimasti, se pur attenuati, alcuni sintomi. Ti ho detto questo perché in nessun modo voglio né posso propormi a modello di persona guarita. Sono migliorato, ma non guarito. Se ti ho detto che, o prima o dopo, la tua amicizia per me mostrerà il suo rovescio, è in piena conoscenza di causa. Sarebbe impossibile che fosse altrimenti, a meno che i discorsi che abbiamo avuto insieme non abbiano toccato che l’epidermide della tua anima. Perché in tutti gli uomini, e specialmente nelle persone nervose, esiste l’ambivalenza affettiva. Non dimenticare che tu mi hai, in qualche modo, subìto; e che quindi è impossibile che, o prima o poi, non subentri la reazione. E’ bene che tu lo sappia; come sai che l’affetto che mi dimostri è (anche) un affetto di transizione; in origine era rivolto ad altra persona (al padre primitivo)…”.

Evidentemente sono parole che testimoniano come l’amicizia con Marchiori, pur muovendo i primi passi, già consenta a Saba di schiudere la propria intima dimensione, riscoperta, negli anni tra il 1929 e il 1931, grazie alla terapia del dottor Edoardo Weiss, allievo di Sigmund Freud e fra i primi divulgatori della psicanalisi in Italia; un incontro dal profondo peso esistenziale che avrà riflessi anche sull’essenzialità e limpidezza del suo linguaggio poetico negli anni successivi.

Proseguiamo con una lettera di poche settimane successive (18 settembre 1936):

“Caro Marchiori. Ti ringrazio per l’articolo e per la lettera. Ho letto il tuo dialogo con molta attenzione, chiamando in aiuto, per meglio capirlo, l’affetto che ho per te (anche se non ti scrivo o se ti scrivo poco). Tuttavia, non sono riuscito a veder chiaro nel tuo pensiero, o meglio nel tuo stato d’animo. Quello che mi sfugge è lo scopo della polemica; forse anche perché la figura del supposto contradditore non è nettamente delineata. Quello che mi pare di aver capito è che cerchi di liberarti di alcuni attaccamenti all’arte ed a discussioni sull’arte, il distacco ti riesce penoso e difficile. In cambio ho letto osservazioni preziose, che mi hanno rallegrato. E su tutto l’articolo è diffuso come un alone di nobiltà che ti raccomanda all’amicizia di qualche lettore. Solo (non arrabbiarti) è la polemica che mi sembra vana; per me tanto le cose che vuoi distruggere come quelle che vuoi conservare sono ugualmente morte. Mi perdoni, è vero, la mia franchezza? Essa è dovuta non solo all’amicizia, ma anche alla stima fondamentale che ho di te, alle possibilità (rare) di chiarificazione ed alla rettitudine che sono alla base della tua natura. Forse, è tutto il problema dell’arte che devi (e tenti) di risolvere ad una luce nuova. Perché, per esempio, sei diventato un critico di arti figurative? Queste ti interessano ancora come ti interessavano una volta? Sono domande, in apparenza semplici, ma che richiedono, per maturare ad una risposta soddisfacente, un lungo lungo lavoro, non piacevole, e difficile ad essere compiuto da soli. Forse mi sono spiegato male. Come hai intuito, attraverso un periodo assai assai brutto; mi occorre ogni giorno per vivere una dose di coraggio superiore alla mia salute psichica. E non ho nessuno al quale parlare di me; c’è sì mia figlia, che è ancora a Trieste, ma a lei non posso e non voglio dire tutto…”.

Interessante notare come nell’arco di un breve periodo dall’inizio della loro corrispondenza, il confronto tra i due non riguardi solo la sfera affettiva, ma implichi anche un dibattito di carattere professionale e di reciproca stima.

Saba, in questo caso, commenta un articolo che Marchiori gli aveva spedito e che era uscito proprio in quei giorni (il 10 settembre) sulle pagine del Corriere Padano di Ferrara con il titolo Dialoghi perduti. L’articolo, strutturato in forma di dialogo dai toni surreali, costituiva uno dei primi interventi in cui il critico avviava apertamente quella polemica, destinata a durare negli anni successivi, contro la chiusura della cultura ufficiale nei confronti delle espressioni artistiche d’avanguardia; proprio l’anno precedente era infatti avvenuta la scoperta, per lui dirompente, del nascente astrattismo italiano.

Saba, nella medesima lettera, non manca di corredare le proprie osservazioni con un dolente riferimento alla sua situazione psicologica, una finestra aperta sull’evolversi del proprio disagio esistenziale che diventerà un leitmotiv anche delle corrispondenze successive. Ne abbiamo conferma nelle parole che seguiranno di lì a poche settimane (10 dicembre 1936), in cui la crisi assume dimensioni universali:

“…La sola cosa che posso dirti per la tua pace è che tutto il mondo soffre della tua pena. La nevrosi è diventata il nemico maggiore dell’umanità; sta facendo le sue ultime e più feroci prove. Il tempo naturale e felice del quale desideri impossibili ritorni è naturalmente la prima infanzia ma la salute non sta in quel ritorno, ma nel superamento della seconda infanzia, nella quale siamo ancora immersi, e dalle quale stiamo per uscire. La crisi è estremamente difficile e dolorosa; tutti i bambini ne soffrono intorno al quinto anno d’età. Ti giuro che l’umanità ha oggi esattamente cinque anni. Che il destino l’aiuti…”.

La corrispondenza proseguirà fitta negli anni a seguire e sarà intervallata da ripetute visite di Saba presso le residenze di Marchiori a Venezia e Lendinara.

Il decennio si chiude però con la sciagurata stagione delle leggi razziali introdotte in Italia negli ultimi mesi del 1938, il conseguente clima politico e sociale inciderà pesantemente sulla vita del poeta, che per parte di madre era di origine ebraica. Ed il carteggio ci offre un’eloquente testimonianza, nella lettera del 25 gennaio 1939, delle traversie da lui vissute a seguito dei provvedimenti del regime:

“… adesso devo ricercare e produrre i certificati di nascita dei nonni paterni; affare questo assai grave, perché non so né dove né quando sono nati. Mia nonna, che sia chiamava Arrivabene, credo di aver sentito dire che è nata a Venezia. Ma che malinconia per me, che sono già un vecchio, tirar fuori queste cose che toccano quasi al Settecento”.

La possibilità di reperire le prove delle sue origini italiane per via paterna non gli offre tuttavia sufficiente sicurezza tant’è che prospetta l’ipotesi di doversi sottoporre al rito battesimale:

“Fra qualche tempo avrò bisogno di un santolo. Ho pregato Carletto, ma egli si è difeso con le mani e con i piedi. Diventare, in qualche modo, il padre della persona della quale si è sentito, in qualche modo, il figlio, lo farebbe – dice – morire di malinconia. Proverò con Berto.”

Il tono si fa più leggero quando riferisce l’inaspettata scoperta che gli hanno riservato le ricerche tra i documenti degli avi:

“Fra tante noie e tristezze è nato, proprio da queste, un episodio che mi ha stupito e rallegrato e che voglio, per questo motivo, raccontare a tua moglie e a te. Dopo aver scartabellato i vecchi documenti relativi alla mia nascita ho visto la Lina contare sulle dita, pronunciando a bassa voce, dei nomi di mesi. Dopo un poco, ha esclamato trionfalmente: tua madre era incinta di te un mese prima di sposarsi. Come le sia venuto in mente di fare il calcolo, Dio solo e le donne possono saperlo; mia figlia ed io siamo restati così meravigliati come davanti a certi usi e costumi degli animali. A me, se mai, la cosa ha fatto piacere, perché vorrebbe dire che, contrariamente a quanto credevo, almeno in un certo momento, c’è stato, tra quei due poveri esseri, un po’ di amore. (Poi mi sono ricordato che, mia madre mi diceva sempre che, prima di morire, voleva farmi una confessione; probabilmente la tormentava questo fatto semplice e cosi umano…). Oggi mia moglie è andata a portare dei fiori sulla sua tomba. Un abbraccio, caro Marchiori, dal tuo Saba.”

Gli anni immediatamente successivi vedranno l’Italia inghiottita nel vortice della Seconda Guerra Mondiale, questo comporterà, per Marchiori, il richiamo alle armi e il trasferimento come ufficiale in Libia. Per Saba ed i suoi familiari, crescenti difficoltà nel condurre una vita stabile a Trieste ed il successivo trasferimento a Firenze nell’incubo ricorrente della deportazione.

L’angoscia del presente porta il poeta a ricordare nostalgicamente le occasioni d’incontro del passato, come documentato da una lettera del novembre 1940:

“Caro Giuseppe, ho avuta oggi la tua lettera, per la quale molto ti ringrazio. E anch’io poco veramente di nuovo ho da dirti; ma non voglio tu mi confonda con gli amici che si sono chiusi nel loro guscio. Penso che essi abbiano meno motivi di me di farlo, ma il mio cuore è fedele all’amicizia, e così subito ti rispondo. Sono passato una volta da Venezia; voglio dire che il treno che mi portava è passato per quella città. Ma non sono disceso, perché troppa tristezza mi avrebbe fatto rivedere la tua casa senza di te[…]. Ma oltre, al resto, ero stanco, sfiduciato, di umore insofferente. Scusami, dunque se non mi sono fermato a salutare i tuoi, lo farò la prossima volta che passerò da quelle parti. Ma la tua casa e te e i tuoi me li sono sognati una di queste notti. Anzi ricordo che tu mi mostravi nel cielo uno strano segno, una specie di angelo composto di stelle, piuttosto largo di spalle (anche tu sei largo di spalle) e mi dicevi a quel proposito parole che non mi riesce ora ricordare. E mi pare che, se potessi ancora un’altra volta cenare da voi in quella bella casa sarebbe quasi la felicità. Ma forse adesso Ferraù non mi sarebbe più grato per i dolci, anche per lui si avvicina l’età nella quale, ai dolci dell’infanzia, preferirà gli amari aperitivi, o cose simili. E allora sarà più difficile farlo felice.”

Nella stessa lettera abbiamo la conferma che, al di là delle difficoltà contingenti, Saba coltiva progetti editoriali in diverse direzioni: in questi anni prende corpo la volontà di pubblicare l’intera sua produzione in quello che diverrà il Canzoniere (dato alle stampe nel 1945 dall’editore Einaudi), e contestualmente riceve proposte di pubblicazione delle sue ultime opere:

“Di me poco posso dirti. Ernesto Treccani vorrebbe sempre stampare Ultime Cose che adesso sono addirittura 42 poesie, ma io non penso di darmi in pasto alle belve prima della fine della guerra. Se poi uscissero postume…eh quanto sarei contento! Perché troppe veramente sono le difficoltà che incontro a vivacchiare. Perfino le due buone Line contribuiscono, per quanto sanno e possono, a rendermi le cose più difficili.”.

Alla stessa missiva, proseguendo in una consuetudine già maturata nella corrispondenza con Marchiori, allega una propria poesia dedicandola all’amico:

“Ti mando, mio povero Marchiori, l’ultima poesia che ho scritta. Non per la vanità che tu sappia che scrivo ancora qualche poesia, ma per la speranza (forse vana) che essa possa distrarti da un quarto d’ora di noia. A rivederti presto e un abbraccio dal tuo Umberto

FEDRA Soffia una bora omicida. La neve cadrà domani, imbiancherà le strade che salivano amiche alla tua casa in cima al colle, lontana. Tra i verdi pini l’immensa vallata ripete in foglie innumerevoli il colore che amavi sempre ai tuoi capelli.

Fedra eri; ancor sei. Più preziosa adesso che si accende alla stufa il primo fuoco in rare case, la stagione è un poco nostra, nostro il paesaggio; il pensiero irraggia un ultimo vero, s’illude che il peggio, forse, è passato.”³

L’impegno nel riordino dei propri scritti poetici continuerà per diversi anni, ne abbiamo la prova nella lettera del 30 gennaio 1943 che costituisce anche una sorta di benvenuto per l’amico rientrato in quegli stessi giorni in Italia dopo tre anni di quasi ininterrotta lontananza:

“… Marchiori mio, sono molto lieto di saperti in Italia, volevo scrivere a tua moglie per avere tue notizie, ma avevo il presentimento di riceverle assai presto da te. Non credo, purtroppo che potrò venire a trovarti, l’idea di un viaggio in ferrovia, anche relativamente breve, mi spaventa. L’idea che tu parta senza che t’abbia riveduto mi angoscia. Ascolta, mio buon amico, adesso riposati e non pensare a nulla, a nulla almeno di triste. Godi quanto più sai e puoi dell’attimo fuggente. Non c’è altro, o se c’è è tra le ginocchia di Giove. Ti scrivo un poco turbato e vorrai perdonarmi. Ti prego di rispondermi subito anche in solo due righe in una qualunque cartolina. Questo mese ho compiuto un lavoro difficile e faticoso: ho messo in ordine tutta la mia opera poetica (quaranta e più anni). Adesso non mi manca che la prefazione, ma dove trovare la pace e l’ambiente ideale per scriverla? Oh, se tu mi invitassi nella tua casa di Lendinara… dico così per dire, quasi per una civetteria, tanto non ci potrei venire…”.

Pur non costituendo l’ultima lettera del carteggio, che più sporadicamente proseguirà fino al 1957, questa missiva può simbolicamente costituire un approdo del nostro itinerario attraverso le parole di Umberto Saba, perché in essa è racchiusa la profondità del legame instaurato con il critico lendinarese e lo struggente ricordo delle sue visite a Ca’ Dolfin e delle conversazioni all’ombra del viale di carpini che tanto amava.

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Come citare questo articolo

Nicola Gasparetto. “Umberto Saba e Giuseppe Marchiori”. Ventaglio Novanta, n. 48, 2014. https://ventaglionovanta.it/archivio/umberto-saba-e-giuseppe-marchiori/

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