Ricorrono quest’anno (2013) cento anni dalla morte del musicista Stefano Gobatti, avvenuta il 17 dicembre 1913 all’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna. Morì di povertà e di solitudine dopo aver provato l’ebbrezza del trionfo e della celebrità.
Oggi per il vasto pubblico egli è uno sconosciuto, un dimenticato, ma – nonostante il silenzio dei teatri che non ripropongono la sua musica – dal 1913 ad oggi il nome del compositore polesano ciclicamente ritorna, come un ricordo debole ma costante, una sorta di pensiero irrisolto sulla coscienza critica musicale italiana.
Ne dàno testimonianza i numerosi concerti antologici a lui dedicati e gli articoli che di tanto in tanto compaiono sui vari giornali e riviste a celebrare una ricorrenza, come questo Centenario. E i concerti commemorativi, pur non proponendosi difficili rivalutazioni artistiche, offrono occasioni per promuovere interesse e studio intorno alla figura di un artista, che rimane pur sempre il più grande compositore polesano dell’Ottocento.
Dobbiamo credere che chi ha potuto, anche per poche stagioni, infiammare gli animi della gente semplice e di quella colta, non merita, in nessun caso, la condanna dell’oblio.
Gli anni della formazione
Stefano Gobatti nacque a Bergantino (Rovigo) il 15 luglio 1852 in un’umile famiglia di contadini, modesti proprietari di un piccolo fondo che serviva al mantenimento di tutta la numerosa famiglia patriarcale. Bambino prodigio, dotato di notevole talento musicale, riuscì a terminare i suoi studi al Conservatorio di Napoli dopo duri sacrifici per le ristrettezze economiche della famiglia e un ambiente sociale contadino chiuso ed ostile alle aspirazioni di un giovane votato all’arte.
Finalmente, in data 20 agosto 1872, il Direttore del Conservatorio Lauro Rossi attestava che Stefano Gobatti era idoneo sia all’insegnamento sia alla composizione di opere teatrali. La via che l’aveva portato alla consacrazione artistica era stata tutta in salita, ma da quel momento sentiva che poteva realizzarsi un suo grande sogno: uscire dall’ambiente paesano a lui completamente estraneo per entrare nell’ideale tempio dell’arte musicale.
Stefano aveva già musicato l’opera I Goti, appena diciottenne, ancora studente, in soli quattro mesi come esercizio di composizione. Fu proprio per i benevoli e paterni incoraggiamenti del suo maestro Lauro Rossi che il giovanissimo compositore si decise al grande passo, che lo fece uscire in un baleno dall’oscurità, creando un idolo che finirà poi per pagare un prezzo troppo alto, per una gloria che non aveva chiesto e sicuramente neppure sognata.
Gloria e penitenza dell’autore de I Goti
L’opera “I Goti”, messa in scena la sera del 30 novembre 1873 al Teatro Comunale di Bologna, ebbe un successo senza precedenti e suscitò tali entusiastici consensi da venire ricordata dagli storici come uno dei più grandi trionfi dell’intera storia del melodramma. L’opera fu bissata quasi per intero e il suo autore, fra un delirio di battimani, fu chiamato alla ribalta per ben 52 volte. Gli invidiosi parlarono allora di un successo chilometrico.
Nel breve volgere di poche settimane, gloria ed onori piovvero sullo sconosciuto maestrino ventenne, sbucato fuori improvvisamente dalle nebbie polesane. Ebbe la “Cittadinanza onoraria della città di Bologna” (come Verdi e Wagner), la nomina a “Cavaliere della Corona d’Italia”, concessa dal Re Vittorio Emanuele II°. Giosuè Carducci stesso in un banchetto in suo onore magnificava così il giovane maestro: “Salute e trionfo al giorno in cui Stefano Gobatti segnerà dell’impronta sua la prossima evoluzione dell’arte musicale in Italia”.
Mentre, però, “I Goti” raccoglievano consensi nei più importanti teatri d’Italia si cominciò a tramare alle spalle dell’ingenuo e inesperto maestro, che dal Polesine contadino era entrato nell’ambiente intellettuale ed artistico bolognese, in anni di esaltata passione operistica, di accesi antagonismi, di esaltanti trionfi e di inesorabili cadute spesso giocate a tavolino.
Fu soprattutto preda delle Case Musicali e dei loro biechi interessi, e così le sue opere successive, “Luce” (1875) e “Cordelia” (1881), furono inevitabilmente segnate da contrasti e avversità.
Gobatti, deluso, amareggiato, diffidente, travolto da dolorose vicende familiari, si isolò sempre più; visse anni di sconforto e autentica povertà fino a chiedere rifugio al Convento francescano dell’Osservanza sulle colline di Bologna. Qui compose l’opera Massias, rimasta inedita.
A sue spese Gobatti aveva scoperto di essere stato preda di belve voraci: blandito, ingannato, usato e alla fine abbandonato. Il compositore, che aveva le sue radici nel mondo contadino polesano, era uomo tutto d’un pezzo, del tutto alieno ai compromessi. Di fronte all’alternativa: lottare senza scrupoli usando le stesse armi degli avversari, oppure abbandonare il campo, dignitosamente, egli scelse la seconda via che gli era più congeniale; ma che lo portò all’isolamento e alla solitudine, senza mai perdere, però, la speranza di vedere trionfare l’arte per l’arte. Egli, infatti, trovò solo nella musica le ragioni per sopravvivere fino a 60 anni; la musica supplì anche alle carenze affettive di una famiglia che non ebbe mai.
Nel 1912, un anno prima della sua morte, un critico musicale sul “Giornale del Mattino” di Bologna (24/2/1912) così si interrogava: “E’ possibile, oggi, credere che Stefano Gobatti a vent’anni abbia ingannato con il trionfo de “I Goti” tutta una città e i pubblici esigenti d’Italia? Che il Carducci e il Panzacchi, i librettisti del tempo, gli editori che se lo disputavano, tutti siano rimasti vittime di un abbaglio collettivo? O, piuttosto, ci troviamo di fronte ad uno di quei casi in cui l’uomo forte, ma non agguerrito, rimane travolto dalle camorre?” E il critico così si rispondeva: “Il tragico oblio dell’autore de “I Goti” è inumano e ingiusto: qualche misteriosa viltà deve essere stata compiuta contro la gloria giovinetta che metteva ali troppo audaci e si preparava a voli troppo arditi”.
Domande che non ebbero risposte, cosicché il 17 dicembre 1913 Stefano Gobatti si spense dimenticato, nella solitudine e nella miseria, ma sempre innamorato della sua arte che lo confortò fino alla morte. Ora riposa nella Certosa di Bologna accanto alle tombe dei Grandi, che furono i suoi veri e fedeli amici: Giosuè Carducci ed Enrico Panzacchi, mentre la sua produzione artistica attende ancora una valutazione serena ed equilibrata.
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Come citare questo articolo
Tommaso Zaghini. “Stefano Gobatti (1852-1913)”. Ventaglio Novanta, n. 48, 2014. https://ventaglionovanta.it/archivio/stefano-gobatti-1852-1913/