Della triade di poeti, di riconosciuto rilievo, che hanno caratterizzato il Polesine nella prima parte del Novecento – Gino Piva (1873-1946), Livio Rizzi (1905-1960) e Ferdinando Palmieri (1904-1968) – è stato soprattutto il primo a ricercare e a comunicare, con sue composizioni poetiche, il “pathos” della terra polesana.
Terra dominata dalla malìa di una luna inconfondibile, che signoreggia sulla singolare piccola mesopotamia:
In tra l’Adese e ‘l Po nostra lanterna, signora d’ogni froldo e maresana, remenga che ne imaga e ne governa…
Terra antica che – stupita e annichilita prima, e poi gelosa custode di un grande prodigio – ebbe ad assistere al tragico epilogo del volo di Fetonte:
El più bel salto che s’à visto mai el lo gà fato, in mezo al Po, Fetonte con i cavai del Pare; e grandi guai xe nati, in quelo, a la marina e al monte.
Venti, burasche, foghi in ti i isoloti boschi che ardeva come che arde i stizi, acque che se missiava e teremoti, fiame nel çielo e mile schiribizi.
Alora, de Fetonte le sorele in piope per el gran dolor cambiare i le gà viste, e queste le più bele lagrime d’ambra far cascare in mare…
Terra di gente laboriosa ed instancabile
… che i fiumi i sera a furia de lavoro dentro el so leto in mezo a la pianura, savendo ben che l’acqua l’è un tesoro che non se lassa andar ma se rancura
… Veneti semo e fiumaroi par zonta zente de fati, bona tuta quanta e co la Stela Boara sempre pronta tra l’Adese e el Po prima che el galo canta…
… Vanghe, gomieri, e machine e anemai, sugare, arare, semenar, colmare, stendare dighe e non molarghe mai: eco el portento tra i do fiumi e el mare…
Gente particolare quella del Polesine, non solo indomita e laboriosa, ma anche consapevole di vivere in un’area caratterizzata da una storia millenaria della quale vanno religiosamente conservate le memorie, come quelle rappresentate dagli antichi reperti greci ed etruschi “… vasi negri a strisse de sanguigno”, e dai rinvenimenti delle tracce dei popoli preistorici vissuti lungo l’antico Po:
… arme de piera par copar cinghiai, aròle, tochi d’ambra lavorà come tel mondo no’ s’à visto mai…
Sono versi questi estrapolati dalla prima lunga composizione (divisa il XIV brani poetici) con la quale Gino Piva – dopo un sonetto dedicato alla madre – apre il volume “Cante d’Adese e Po – Poesie del Polesine” pubblicato nel 1931 da “Aquileia”, editrice in Udine. Versi che testimoniano il grande amore del poeta-scrittore verso una terra di cui egli per primo seppe individuare quel substrato identitario che soltanto negli ultimi decenni è stato in più occasioni evidenziato, grazie a non poche iniziative e pubblicazioni, tra cui il lavoro ultraventennale della presente rivista.
Nel 140° della nascita di Gino Piva, appare dunque doveroso tornare a parlare dell’appassionato cultore della terra polesana¹.
L’infanzia e la giovinezza
Gino Piva vide la luce a Milano il 9 aprile del 1873, figlio di Domenico Piva (1826-1907) e di Carolina Cristofori (1845-1881). Il padre ufficiale di stanza a Milano (fu nominato generale negli ultimi anni della sua vita) indomito garibaldino che al conseguimento dell’unità d’Italia era passato a prestare servizio nell’esercito regolare; la madre, di quasi vent’anni più giovane, raffinata intellettuale, amante della letteratura e in particolare della poesia, che fra l’altro coltivò una profonda amicizia con Giosuè Carducci e morì giovanissima stroncata dalla tisi, dopo aver messo al mondo 8 figli, di cui 3 morti nei primi anni di vita.
Aveva otto anni Gino Piva quando la madre cessò di vivere a Bologna, nella cui Certosa fu sepolta con una dedica scritta dallo stesso Carducci. Da Milano la famiglia era approdata dopo qualche tempo a Rovigo. Città nella quale il padre Domenico era nato ed era vissuto fino al 1848, fuggendo in quell’anno dal carcere – dove era stato rinchiuso dagli Austriaci essendo ritenuto tra i principali responsabili della rivolta studentesca di Padova – per seguire Garibaldi.
A Rovigo Gino Piva frequentò le scuole elementari ed il liceo, manifestando fin dall’adolescenza quel temperamento ribelle e pronto alla lotta² che doveva portarlo, giovanissimo, a schierarsi con i lavoratori più umili e sfruttati.
Nel 1893, a vent’anni, si iscrisse al Circolo Socialista dei Lavoratori Italiani di Rovigo e già l’anno dopo, nel corso delle agitazioni dei braccianti polesani del 1894, più volte fu animatore di assembramenti incitando allo sciopero, tanto che la sua azione fu così acclamata in rima:
Evviva Gino Piva che col so bel parlare tutta la provincia ha fatto ribellare.
Il 1898 rappresenterà un anno cruciale per Piva che, 25enne, divenuto ormai riferimento importante nell’ambito del partito socialista polesano, dà vita il 1° maggio ad un raduno non autorizzato che gli causerà problemi con la giustizia. Per evitare i quali decide di espatriare in Svizzera e poi in Francia, dopo aver però trovato il tempo per convolare a nozze con una giovane di Falconara, Maria Edvige Caimmi, costretta pertanto a vivere malinconicamente a Rovigo col suocero generale. Ed anche successivamente trascurata dall’inquieto giovane, tanto che ben poche notizie si hanno di lei, se non quelle della sua salute cagionevole e del cercare lavoro prima a Milano poi a Roma, dove probabilmente morì molto giovane.
Un ventennio frenetico
Per vent’anni (fino alla conclusione della Prima guerra Mondiale) la vita di Gino Piva sarà caratterizzata da un movimento senza requie, pronto ad intraprendere mille battaglie in campo politico e sociale, mostrando nel contempo un interesse sempre più vivo sul piano del giornalismo.
Tornato ben presto dall’esilio parigino e pagato il conto con la giustizia italiana con un semestre di detenzione, il giovane Piva, sempre più determinato politicamente, vedrà riconosciuto il suo impegno e la sua esuberanza con incarichi via via più importanti all’interno del partito, affiancando spesso il medico trecentano Nicola Badaloni, del quale condivideva sul piano ideologico le idee riformatrici. Uscito di carcere alla fine del 1899, iniziò a collaborare alacremente al neonato giornale socialista polesano “La Lotta”, venendo nominato, l’anno successivo direttore del periodico.
Il giornalismo divenne da allora un interesse fondamentale nella vita di Piva, un mezzo questo che gli permetteva di esprimere le sue idee di emancipazione del proletariato, utilizzando anche modalità favolistiche ideando personaggi – come il Bovaro Fasolo – in grado di guidare i proletari verso il miglioramento economico e sociale. Sul piano pratico sarà il principale propugnatore delle “Leghe di Miglioramento” con larga partecipazione di braccianti interessati a rivendicare miglioramenti salariali e in genere condizioni di vita meno vessatorie.
Dal 1902 la vita di Piva si fa davvero frenetica (per alcuni anni slegata dal Polesine) con incarichi a dirigere giornali politicamente schierati in varie parti d’Italia, dapprima ad Alessandria con “L’Idea Nuova”, poi a Cesena e quindi a Ravenna con “La Parola dei Socialisti”, indi a Trieste con “Il Lavoratore”. Ma quest’ultimo cambio di residenza ebbe origine da un episodio che destò grande scalpore tra le file dei socialisti e non solo: una autentica fuga d’amore del trentenne giornalista con la professoressa cesenate Oda Montanari, la quale lasciò la famiglia per seguire l’esuberante polesano in terra straniera (Trieste era al tempo saldamente in mani austriache).
Entrambi i conviventi si occupano in questo periodo di giornalismo, spostandosi in Istria dove danno vita al periodico “Il Proletario” poi rinominato “Terra d’Istria”. Successivamente nasce “L’Eco dell’Adriatico” stampato a Pola. Piva, riconosciuto come personaggio di primario riferimento dell’Istria nell’ambito socialista, nel 1905 viene incaricato di rappresentare i socialisti istriani al congresso di Trieste. Il rapporto con le autorità austriache si fa frattanto sempre più burrascoso, dando luogo alla chiusura del giornale “Terra d’Istria” a causa degli ideali filoitaliani espressi, nonché all’espulsione di Piva, come persona non gradita, dai territori austriaci.
E’ l’occasione per un ritorno a Rovigo, dove Piva si trova coinvolto nell’agone politico in una situazione alquanto scomoda: diviene infatti oggetto di duri attacchi non solo da parte degli avversari politici, ma anche dall’interno del partito sempre più schierato a sinistra. La posizione del Piva – nonostante il movimentismo, l’esuberanza e gli accenti polemici – si caratterizza per un deciso riformismo, escludendo, come Badaloni, la lotta di classe finalizzata alla dittatura del proletariato³.
Piva sarà inoltre sempre un convinto sostenitore dell’idea di patria, avversata dall’internazionale socialista, ed invece fieramente da lui sostenuta in ossequio agli ideali risorgimentali incarnati nelle figura paterna. E alla morte del padre, nel 1907, in ricordo della sua militanza garibaldina, comporrà il poemetto “La Gloria e il Pianto”, stampato poi nel 1909 in occasione della posa, sotto il porticato della Gran Guardia, del busto dedicato al padre assieme a quello di Domenico Angeli, entrambe figure polesane di primo piano del periodo risorgimentale.
Piva nel 1909 si sposta a Torino per ricoprire il ruolo di caporedattore de “Il Grido del Popolo”, avendo fra l’altro modo di condurre una dura requisitoria contro gli Agnelli accusati di falso in bilancio e definiti in un articolo “i pirati dell’automobile”. Collabora frattanto con “L’Adriatico”, con “L’Avanti”, ed altri giornali socialisti, mentre nel 1910 si sposta a Bologna per dar vita a “Il Giornale del Mattino”, che poi lascia in dissenso con l’editore per pubblicare “Controcorrente”, mentre nel 1911 lo troviamo a Padova tra i redattori del periodico socialista padovano “L’Eco dei Lavoratori”.
Non si affievoliscono frattanto gli scontri all’interno del partito, che rendono sempre meno motivata la sua militanza, finché, nel 1913, il quarantenne Piva, in duro dissenso con Matteotti, il quale aveva affossato la sua candidatura nel collegio di Lendinara, giunge a dare le dimissioni dal PSI. Nel contempo inizia anche a raffreddarsi il vincolo d’amore con Oda Montanari.
E’ questo sicuramente uno dei periodi più critici vissuti da Piva, che tralascia di collaborare con i giornali di partito per avviare rapporti con varie testate – soprattutto “Il Tempo”, L’Adriatico” e “Il Resto del Carlino” – spostando i suoi interessi sul piano culturale o più generalmente sociale e compiendo varie inchieste.
L’inviato speciale
Sarà proprio col “Resto del Carlino” che Piva troverà uno sbocco interessante nell’imminenza e durante la Prima Guerra Mondiale: il “remengo” Gino Piva, – così egli stesso si definiva, da uomo inquieto sempre in cerca di motivi di azione in vari territori – all’età di 41 anni, nel 1914, accetta di buon grado l’incarico di “redattore viaggiante”, compiendo inchieste e servizi giornalistici nelle zone al confine con i domini austriaci, relazionando sui sentimenti filoitaliani diffusi tra la popolazione.
Piva si schiera con i favorevoli all’entrata dell’Italia nel conflitto contro gli Imperi Centrali, vedendo nella guerra contro l’Austria una continuazione delle azioni del Risorgimento, per dare alla patria i confini naturali. E’ l’Europa dei Popoli che combatte contro quella degli Imperialismi e, pertanto, per Piva è una guerra per la civiltà e la democrazia, oltre che per la patria.
Durante gli anni della Prima Guerra Mondiale egli opera a stretto contatto con i reparti impegnati nelle operazioni belliche. I suoi servizi giornalistici dal fronte (380 articoli) sono molto seguiti e Piva acquista un’ampia notorietà a livello nazionale.
Ma egli non vive sempre nelle zone del conflitto, tornando ad intervalli a Bologna sede del “Carlino”, dove, mentre si attenua l’interesse per Oda Montanari, si apre nuova intensa passione (di cui permane anche una nutrita documentazione epistolare) con una ragazza bolognese, Lina Masetti, che ad un certo punto, anche per il deciso intervento del genitore, mette Gino Piva di fronte ad un “aut aut”: o il matrimonio o la fine della appassionata relazione.
Evidentemente Piva non era un personaggio dai legami sentimentali duraturi e pertanto la storia si interrompe, portando l’inquieto giornalista ad intrecciare rapporti occasionali con alcune donne, da una delle quali ebbe anche una figlia, Egle, che in età matura avviò alcuni incontri con l’ormai anziano genitore. Ed anche le due donne della sua vita, Oda e Lina, non mancarono, a più riprese, di farsi vive epistolarmente fino agli anni ‘40, segno di legami mai del tutto recisi.
Gli interessi culturali
Alla fine della prima guerra mondiale Piva – nel frattempo premiato nel luglio del 1919 dal generale Diaz con croce al merito di guerra per la sua attività giornalistica dal fronte – appare alquanto demotivato. Caduti gli ideali politici, venute meno le opportunità di praticare un giornalismo di movimento, egli ripiega su un’attività legata ad istanze socio-culturali, collaborando, oltre che con il “Resto del Carlino” (fino al 1929), col “Giornale d’Italia” e “Il Giornale di Roma” e successivamente anche con “La Stampa” di Torino, “Il Giornale di Genova” e “Il Mattino di Napoli”.
Piva, ormai cinquantenne, subisce con una certa passività gli avvenimenti politici dell’epoca e l’ascesa del Fascismo, ritrovando un momento di entusiasmo nella sua Rovigo alla nascita nel 1927 del circolo culturale “L’Abbazia degli Illusi” che darà vita all’omonimo periodico che si farà apprezzare ben oltre i confini della provincia⁴.
E’ questo il periodo in cui Piva approfondisce le tematiche culturali relative al Polesine e alla sua storia, che alimenteranno le sue composizioni poetiche stampate nel 1931 nel volume “Cante d’Adese e Po”. Sono anche gli anni in cui riceve riconoscimenti proprio per il suo impegno nell’ambito della cultura, divenendo fra l’altro socio dell’Accademia dei Concordi e ricevendo nel 1930 l’incarico di pronunciare il discorso ufficiale per l’inaugurazione del monumento all’esploratore Giovanni Miani, opera di Virgilio Milani. E in questi anni di impegno culturale Piva pubblica alcuni libri e saggi: “Stazioni di Confine”, “Su per la Carnia”, “Donne, cavalieri e manigoldi”, “Rovigo, tra Madonne, Visioni e Memorie” ed altri, e poi nel 1934 “Bi, Ba, Ri, Bo” poesie anche queste legate all’ambiente polesano.
Ormai sessantenne, Piva sembra interessato a trovare una soluzione di stabilità, ma permane un’inquietudine di fondo ed anche una stanchezza di cui ci dà notizia Giuseppe Marchiori che lo incontrò, intrattenendo con lui anche un rapporto epistolare⁵.
Alla Pivana
Nel 1935, alla ricerca di una improbabile tranquillità, Piva attua una sorta di fuga, con l’acquisto di una casa a Vertego, nella campagna presso Mira. Un’abitazione che egli soprannominerà la Pivana, destinata a divenire testimone di un singolare eremitaggio.
Qui Piva attese al riordino delle sue carte, continuando a pensare al Polesine – impegnandosi fra l’altro nella stesura di una introvabile “Storia proletaria polesana” – senza però ottenere la tranquillità auspicata. Si trattò di un periodo caratterizzato da malinconie ricorrenti, di cui troviamo traccia in rapporti epistolari, in particolare nel carteggio tenuto dal Piva con Adolfo Tonizzo e Antonio Cappellini⁶.
Durissimi gli anni della seconda guerra mondiale, vissuti in una situazione di vera indigenza. Poi un bagliore alla fine della guerra, una speranza effimera, accesa da “Il Gazzettino” che lo chiama per un incarico di redazione, destinato a durare solo pochi mesi, mente Piva ha modo di accorgersi che non sono più i suoi tempi.
Si infittiscono frattanto gli acciacchi che egli cerca di esorcizzare proclamando la sua immutata fede in un futuro socialista⁷, mentre inesorabilmente si avvicina il tempo della fine. Morirà infatti nella sua Pivana, settantatreenne, il 30 agosto 1946.
Ciò che resta di lui sono ovviamente i suoi scritti, ma oggigiorno l’interesse del lettore si rivolge soprattutto verso le sue composizioni poetiche che risultano tuttora molto vitali, spesso caratterizzate da una singolare vis epica. Nel 140° della nascita del grande autore proponiamo dunque alcuni sui brani poetici nelle pagine a seguire di questo numero del Ventaglio.
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “Gino Piva (1873-1946)”. Ventaglio Novanta, n. 48, 2014. https://ventaglionovanta.it/archivio/gino-piva-1873-1946/