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ARTEOGGI

Le sculture di Biancardi

Rifacendosi all’arte antica e rinascimentale, lo scultore trasmette nel materiale che ha tra le mani suggestioni di fiaba

di Daniele Donegà

Ventaglio Novanta n. 48 2014 pp. 125–128

Incontro Giancarlo Biancardi nella sua bella casa, immersa nel verde delle piante, che lui stesso ha posato quando venne ad abitare lungo la riva destra della Fossa Maestra che da Giacciano corre verso Trecenta e poi a Canda incontra il Tartaro formando il Canal Bianco.

Sono venuto a trovarlo per conoscerlo ed avere informazioni sulla sua attività di scultore e di pittore, ponendogli alcune domande mentre, con molta affabilità e disponibilità, mi mostra le sue opere.

Innanzitutto due dati biografici. Giancarlo Biancardi nasce vicino all’attuale fornace di Zebini il 28 agosto 1944 a Zelo, frazione di Giacciano con Baruchella, borgo questo a me particolarmente caro perché ho svolto il mio primo servizio da parroco.

Attualmente è un “contadino in pensione”, come ama definirsi. Più che contadino è stato un agente agricolo e la passione per l’arte figurativa è affiorata tardivamente, 10 anni fa, tra il 2002 e il 2003. Ma delle avvisaglie e delle predestinazioni in questo senso, da quanto mi ha raccontato, sono da rintracciare indietro nel tempo.

E’ completamente autodidatta, dato che non ha frequentato nessuna scuola d’arte. Ciò nonostante dà vita a sculture ricche di fascino, che si richiamano alle civiltà antiche. Ma come ha egli dato avvio a questa produzione artistica?

Ecco il succo del nostro colloquio.

– Sig. Biancardi, come si è avvicinato alla scultura?

“L’elemento che mi ha fatto iniziare è stato la visita di una mostra di sculture in legno al castello di Ferrara. Tornato a casa, mi è venuto voglia di provare. Inoltre riconosco due fatti propiziatori. Dopo alcuni giorni dall’aver visitato la mostra, un signore di Trecenta, Landuccio Avanzi (scultore e pittore trecentano che conoscevo di vista) mi chiamò a casa sua e mi regalò, con mia grande sorpresa, 25 arnesi da scultore tutti professionali. Questo l’ho visto come una specie di chiamata: l’episodio mi è sembrato un segno in grado di confermare il desiderio di andare avanti, poiché avevo appena iniziato a prendere in mano i ferri del mestiere, e mi ha lasciato uno stato d’animo che mai mi sono completamente spiegato.

– E poi?

Un secondo fatto mi porta a Badia Polesine dove ho fatto fare un mortaio (io ho la passione dei mortai) dal signor Sicchiero, che era stato garzone del famoso scultore rodigino Virgilio Milani, dal quale aveva ricevuto gli attrezzi per lavorare il marmo: 19 scalpelli diversi per dimensioni e forme. Nel ritirare anche questo dono mi sono sentito commosso. Per me è stata una grande sorpresa, mi sono chiesto se ero all’altezza di utilizzare questi arnesi che non avevo mai usato”.

– E il materiale?

“Uso pietra di scarto, pietra manubriato romano, così chiamata perché veniva trasportata con le mani per la cottura, dalle misure circa di 35 x 60 x 12, e uso mattone vecchio, pietra di Nanto (Vicenza). Uso invece per dipingere tela grezza di sacco, tavole di legno, ceppi comuni usati per accendere il fuoco. Devo dire che più che pittore mi sento scultore. Scolpire su materiali poveri è segno di liberazione, mi procura un grande senso di libertà”.

– Ha allestito qualche mostra?

“Non ho mai fatto mostre personali. Ho partecipato con alcuni lavori solo nel dicembre 2010 a Polesella in occasione della mostra collettiva che la Signora Graziella Stroppa Milani organizza ogni anno in memoria del marito, il colonnello dell’aeronautica Titti Milani”.

– Quale criterio sceglie nel passare da un materiale all’altro?

“Non c’è un criterio vero e proprio, mi lascio prendere dall’estro del momento, dalla necessità espressiva che mi spinge ad usare un materiale piuttosto che un altro. Provo riservatezza nel lavorarlo, provo timore nell’affrontarlo pensando al tempo che ha il pezzo di pietra o di marmo e mi sembra quasi di profanarlo. Inoltre mi scopro di avere una calma anche se si rovina il materiale che sto lavorando. La pazienza che mi ritrovo, mi ha fatto pensare se ho cambiato il carattere”.

– Quando si mette a scolpire c’è un’idea in lei che la muove per ricavarla nel materiale che ha tra le mani?

“Non ho un’idea, o meglio ho l’idea di iniziare un lavoro senza avere però chiaro cosa farò. Avverto piuttosto una certa timidezza e riservatezza. Riverso una sorta di energia che mi pervade. Per me è poi un modo per tenermi occupato e impegnato, ma nello stesso tempo nel mio piccolo perseguo una ricerca tutta personale”.

– Prova emozione quando lavora?

“Ci vuole energia e forza durante la lavorazione, provo emozione ma non la vivo all’inizio”.

– Si può rintracciare un senso trascendente nelle sue opere?

“Sì, perché l’arte è un’ espressione religiosa ed io amo l’arte del 400-500. L’arte moderna non mi piace”.

– Quali sono gli elementi ricorrenti nelle sue produzioni?

“Mi piace la figura del viandante, del povero, figure solitarie di guerriero e gli elementi mitologici”.

Giancarlo Biancardi pur non essendo molto interessato a farsi conoscere, sia per la sua riservatezza, sia perché, dice, non è propenso a ricevere disapprovazioni nel suo fare arte, merita tuttavia un occhio di attenzione soprattutto per quanto produce con la pietra e con il legno.

Rifacendosi all’arte antica e rinascimentale, trasmette nel materiale che ha tra le mani un’anima di fiaba che avvolge lo spettatore lasciandolo immerso per un momento in un mondo che lo porta alle radici della storia da cui proviene, invitandolo ad una sosta di riflessione nello scorrere del tempo.

Il lavoro di Biancardi merita dunque uno sguardo interessato perché si possono ricavare momenti piacevoli di estetica e di meditazione.

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Come citare questo articolo

Daniele Donegà. “Le sculture di Biancardi”. Ventaglio Novanta, n. 48, 2014. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-sculture-di-biancardi/

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