Dopo solo quattro anni di assenza dal Teatro Sociale, la “Tosca” di Giacomo Puccini è stata scelta per aprire la 198^ stagione lirica e di balletto in Polesine. Un’opera straordinaria sotto tutti i punti di vista, che fu rappresentata la prima volta il 14 gennaio 1900 al teatro Costanzi di Roma.
Composta su un libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giocosa, tratta da un dramma omonimo di Vittoriano Sardou, l’opera, ambientata nella Roma del papa-re, narra una vicenda che prende le mosse ed ha il suo epilogo in un solo giorno, nel periodo napoleonico (precisamente in contemporanea, o quasi, con la battaglia di Marengo) che tanto preoccupava gli Stati vicini alle posizioni austriache. Il libretto era stato rifiutato da Alberto Franchetti, un nobile veneziano che aveva qualche ingegno compositivo (Cristoforo Colombo e Germania) ma piacque al nostro connazionale Giacomo Puccini, che impiegò circa tre anni a comporla. Il successo fu subito clamoroso, segnato da ben 43 repliche in due anni.
Dopo oltre un secolo, vicenda, partitura e insieme non smettono di affascinare il pubblico e di attrarre gli interpreti, stimolati e ammaliati dalle infinite possibilità espressive. Il grande talento di Puccini riusciva, allora come oggi, a indagare con straordinario acume i recessi più intimi dell’animo umano, in particolare quello femminile, offrendo dei lavori di incredibile finezza e modernità. Le partiture, inoltre, sono sempre state fucine di lirismo belcantistico, forti anche di insiemi di grande impatto: nell’orchestra pucciniana ogni parte strumentale viene valorizzata con la massima attenzione e fatta emergere dalla compagine con temi e melodie riconoscibili e rappresentativi della vicenda o del carattere dei protagonisti.
“Tosca” ha dunque aperto la Stagione del Sociale 2013-2014, proposta nella produzione Li.Ve. realizzata nell’ambito del programma regionale per la promozione della lirica nel Veneto. Quattro le recite andate in scena in una sola settimana, per accontentare il gruppo degli studenti locali, di anno in anno sempre più numeroso, e per il pubblico dei melomani e appassionati.
Abbondanti applausi a scena aperta e conclusivi per i protagonisti sul palcoscenico, che hanno dato prove godibili, corrette e drammaturgicamente efficaci, a partire dalla protagonista Annalisa Raspagliosi, una Tosca appassionata e tormentata, che ha calibrato la sua voce limpida e cristallina, offrendo sfumature soffuse ma anche tratti di dinamica decisa. Il tenore Kristian Benedikt ha interpretato il ruolo del pittore Cavaradossi in un crescendo di potenza e vocalità, giungendo però al massimo delle sue possibilità dinamiche e drammatiche solo dopo il primo atto. Il baritono veneto Elia Fabbian è stato uno Scarpia possente, che ha esaltato freddezza, rabbia e impazienza del personaggio attraverso presenza scenica forte, voce ricca, pastosa e controllata. Apprezzati gli interventi di Domenico Colaianni, un sagrestano azzeccato e preciso, pungente e opportunista, e del giovanissimo Giovanni Trimurti, che ha sostenuto il ruolo del Pastore in apertura del terzo atto. Applauditi i comprimari Paolo Battaglia, Orfeo Zanetti, Andrea Zanin e anche i cori, precisi nelle parti e nella gestualità scenica (coro Li.Ve. e Piccoli Cantori San Bortolo; maestri dei cori Dino Zambello e Giorgio Mazzucato).
Guidata dal gesto generoso di Fabio Mastrangelo, l’Orchestra Regionale Filarmonia Veneta ha accompagnato le voci con buona precisione ma con sonorità spesso tanto forti da costringere i solisti a sforzi innaturali.
Prima dell’apertura del sipario, all’interno del foyer mancavano lustrini e sfarzo: di certo l’epoca di crisi si fa sentire ovunque, ma l’assenza che più ha pesato è stata quella di Miranda Bergamo Berton, l’immancabile elegantissima sostenitrice della lirica, a cui è stata dedicata l’intera stagione ed è stata intitolata l’associazione che per anni ha presieduto con affetto e dedizione.
Regia, scene e costumi, precedentemente voluti da Hugo de Ana per il Teatro Verdi di Padova, sono stati ripresi da Giulio Ciabatti, regista di fama internazionale impegnato nella grande lirica e in lavori contemporanei e nel repertorio cameristico, molto affezionato a Tosca, un’opera che ha realizzato più volte dal suo debutto. Ha detto di aver apprezzato molto il lavoro del regista argentino, soprattutto la finezza del contrasto tra bianco e nero, associandolo a una sorta di omaggio al cinema degli esordi. Ha sottolineato la volontà di dare peso determinante alla “credibilità” dell’interpretazione, nella convinzione che l’efficacia dell’interpretazione passi sempre attraverso il legame intimo e profondo tra personaggi e interpreti.
Convincente e di impatto generoso l’allestimento delle scene, nel rispetto dei luoghi tipici di inizio ‘900, realizzate attraverso elementi materiali e immagini fotografiche, in un contrasto continuo tra le due e le tre dimensioni, accentuato da un impianto luci a due colori, in fascinoso stile caravaggesco, curato da Sandro Dal Prà.
Il pubblico si è quindi trovato di fronte, fin dal I atto, a una serie di contrasti particolarmente decisi e suggestivi: dagli ambienti romani della vicenda, alla chiesa di S. Andrea con le grandi tele di Cavaradossi, alle sale sfarzose di Palazzo Farnese, fino a Castel S. Angelo con le sue inquietanti statue. Impressionante il divario tra il popolo e il fastoso potere temporale della Chiesa, specie nella processione del Te Deum, con la processione di alti prelati in abiti e paramenti sontuosi, in una rappresentazione palese del potere temporale della Chiesa tra il XIX e XX secolo.
Spettacolo convincente per critica e pubblico a giudicare dai calorosi applausi a fine serata, in attesa di un seguito di stagione che si deve misurare con tempi di crisi e con le esigenze del pubblico.
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Come citare questo articolo
Sofia Teresa Bisi. “La “Tosca” di Giacomo Puccini”. Ventaglio Novanta, n. 48, 2014. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-tosca-di-giacomo-puccini/