Una casa onorevole nella città fa onore assai, perché si vede più che non fanno le possessioni.
La sottolineatura, fatta da Michelangelo Buonarroti a proposito dell’opportunità, da parte di personaggi di primo piano, di costruire edifici di pregio in città, apre il bel volume “Palazzo Roncale a Rovigo”, edito dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo alla conclusione degli importanti lavori di restauro dello storico immobile che si affaccia su Piazza Vittorio Emanuele.
Citazione quanto mai azzeccata, giacché i Roncale di possessioni agrarie in Polesine ne avevano davvero molte², ma mancava loro, in città, un immobile adeguato alle ricchezze accumulate. Un’abitazione che ostentasse il rango raggiunto dai membri dell’importante famiglia e assicurasse loro l’entrata definitiva nel novero dei maggiorenti rodigini. Dunque un edificio di vero pregio architettonico, che i Roncale vollero innalzare in un punto davvero strategico della città, tra la centralissima via San Rocco (oggi Via Angeli) e la Piazza Maggiore.
L’imprenditorialità dei Roncale
Erano passati appena settant’anni da quando in Polesine, nel 1474, giunse dal territorio di Bergamo Giovanni, il capostipite dei Roncale (nome identificativo che deriva da Roncaglia nel bergamasco) accasandosi in quel di Costa ed iniziando a porre le basi della fortuna della famiglia, mettendo a frutto i primi guadagni con l’acquisto di alcuni fondi rurali.
Il bernoccolo degli affari passò al figlio Marco (1477-1517) che, senza trascurare gli investimenti fondiari, iniziò un lucroso commercio nel settore della lana e della seta, avviando nel contempo i primi acquisti immobiliari a Rovigo con l’apertura di una bottega per il commercio dei tessuti.
Personaggio stimato per le sue doti imprenditoriali, non ebbe difficoltà a ricevere la cittadinanza rodigina, che gli fu conferita nel 1504, continuando per tutta la vita a registrare una ascesa sul piano socioeconomico.
Cosicché due dei suoi figli (quattro in tutto: una femmina e tre maschi dei quali uno morto in tenera età), Giovanni (1490-1569) e Antonio (1492-1550) poterono ambire al matrimonio con dame delle famiglie più influenti di Rovigo. Il primo sposò Virginia Calcagnini (in seconde nozze dopo Margherita Sasso), il secondo Margherita Casalini.
Gli impegni dei Roncale frattanto si erano dilatati, ottenendo la concessione per la riscossione dei tributi, attività questa che Giovanni esercitò anche per il Vescovo di Adria. Il quale ebbe però da eccepire circa l’operato, a quanto pare non del tutto trasparente del Roncale, al punto da comminargli nel 1542 una scomunica. Provvedimento che però non minò minimamente la credibilità di Giovanni Roncale, tanto che, tre anni dopo, nel 1545, fu nominato membro del Consiglio Municipale di Rovigo.
E fu allora che, impellente, nacque l’idea di edificare un palazzo rappresentativo dello stato sociale raggiunto, nonché in grado di agevolare ulteriori sviluppi.
I Roncale, passo passo, nell’arco di una trentina d’anni avevano acquistato vari modesti edifici nella zona, tra Via San Rocco (ora Angeli) e la piazza centrale. Era giunto il momento dell’intervento risolutore, con l’innalzamento di un’importante costruzione. Per realizzare la quale si pensò senza esitazione ad un architetto di fama e si procedette alla richiesta della necessaria concessione comunale, che fu deliberata nel 1550. Subito dopo furono avviati i lavori.
Il Palazzo rinascimentale
Il prestigioso palazzo, tornato, dopo il recente restauro a manifestare pienamente l’eleganza architettonica che da sempre lo contraddistingue, si qualificò immediatamente come una eminenza architettonica di assoluto rilievo per la città.
Caratterizzato da un robusto bugnato dorico al pian terreno, con tre maestose arcate chiuse da mascheroni al sommo delle volte, l’aristocratico edificio rinascimentale prende slancio al piano nobile grazie a sei alti finestroni archivoltati. Questi sono caratterizzati alla base da una balaustra mediante la quale poggiano su un aggettante cornicione che li separa dal massiccio bugnato del pian terreno; si presentano inoltre inframmezzati da lesene scanalate, concluse da capitelli ionici che sostengono una cornice, oltre la quale si aprono i finestrini del sottotetto.
Un’architettura di vero pregio, che gli studiosi hanno più volte attribuito all’architetto veronese Michele Sanmicheli (1484-1559), della cui firma non si è però mai trovato il riscontro definitivo. Anche il recente studio, curato nel bel volume della Fondazione CaRiPaRo da Laura Giacomini, dopo plurimi raffronti con edifici realizzati dal Sanmicheli, sottolinea nella concezione architettonica la tipicità dell’illustre architetto veronese; il quale – questa è la conclusione – nel caso non abbia seguito da vicino i lavori, ha quasi sicuramente fornito il progetto di massima per l’importante costruzione.
Appena eretto, il pregevole palazzo si qualificò immediatamente come il più adatto in Rovigo per ospitare personalità di rango. Fu così che, nel 1566, nelle ampie stanze trovò accoglienza un gruppetto di ambasciatori veneti, prima tappa di un itinerario che doveva portarli a Roma. Poi, nel 1574 – esattamente 100 anni dopo l’arrivo del primo Roncale in Polesine – fu addirittura la volta di un sovrano: il re di Francia e Polonia, Enrico III, anche costui in transito con un nobile seguito da Venezia verso la città capitolina per l’incontro col papa³.
Le cronache parlano di grandi festeggiamenti, che ebbero come fulcro la piazza maggiore, e che il sovrano poté seguire con piena soddisfazione dalla stanza laterale destra del palazzo, l’unica che in realtà si apre sull’ampia area urbana.
Una persistente vox populi
A proposito di questo limitato affaccio del palazzo sulla piazza principale, una persistente vox populi vorrebbe che fosse stato inibito ai Roncale di far gravitare troppo la loro importante costruzione sulla esclusiva area pubblica. Insomma un “alto là”, seppur parziale, imposto dai maggiorenti più tradizionalisti nei confronti dei Roncale, commercianti forse fin troppo disinvolti e sicuramente da qualcuno etichettati come abili arrampicatori sociali, da limitare nelle pretese.
La vox per la verità si basa anche su una osservazione reale: mentre sulla sinistra, che confina con via Angeli, il palazzo si chiude al piano nobile con due lesene, sulla destra appare stranamente asimmetrico, presentando una sola lesena. Si ricava insomma l’idea che la costruzione avrebbe dovuto continuare, rimandando la conclusione a tempi più propizi. Posticipazione dovuta a motivi di carattere economico? O imposizione dall’esterno per non far troppo sfigurare con l’imponente costruzione le famiglie tradizionalmente più eminenti di Rovigo?
I saggi di Marco Bolzonella e Laura Giacomini non raccolgono la inveterata vox populi, che fa riferimento proprio a questa seconda ipotesi. Ma dai dati presentati si può desumere un’altra storia. Eccola.
Va detto che i due fratelli, i citati Giovanni (1490-1569) e Antonio (1492-1550), un quinquennio prima della realizzazione del palazzo, avevano proceduto alla divisione dei beni e quindi anche delle modeste abitazioni a suo tempo acquisite in centro a Rovigo, su cui sarebbe sorto l’importante edificio. La richiesta del permesso edilizio a costruire venne presentata nel 1550 congiuntamente da entrambi i fratelli.
Giovanni diede subito il via ai lavori sull’area di sinistra ove si trovavano le abitazioni di sua pertinenza, mentre Antonio, proprietario del basso caseggiato sulla destra, prospettante sulla piazza (ben visibile fra l’altro in un dipinto settecentesco la cui immagine viene qui riprodotta⁴), morì proprio nel 1550, anno dell’avvio dei lavori da parte del fratello.
Nemmeno il suo erede Giovanni Domenico (1530-1562), all’epoca appena ventenne, si avventurò nell’opera costruttiva. Fra l’altro il giovane iniziò ben presto a manifestare interessi di tutt’altro genere, impegnandosi in particolare sul piano culturale fondando l’Accademia degli Addormentati e affrontando questioni teologiche⁵. Aspetto questo che ben presto lo portò ad avvicinarsi alle tesi luterane e, di conseguenza, a dover lasciare precipitosamente Rovigo per scampare ai rigori dell’Inquisizione. Giovanni Domenico inoltre venne a morire molto giovane, appena trentaduenne nel 1562, con il definitivo tramonto dell’eventuale ipotesi edificatoria.
Toccò alla giovane moglie, la nobile lendinarese Margherita Malmignati (fra l’altro anche lei sottoposta ai rigori dell’Inquisizione, per cui dovette procedere ad una pubblica abiura) far fronte, dopo la scomparsa del marito, alle complesse problematiche ereditarie.
Più fortuna ebbe il figlio Antonio (1553-1600) che nel 1559 ereditò il palazzo dal prozio Giovanni ed ebbe la soddisfazione di organizzare nel 1574 la storica accoglienza ad Enrico III re di Francia e Polonia, di cui si è detto. Iniziativa che gli valse l’attribuzione da parte del sovrano francese della nobiliare onorificenza di Cavaliere del Sacro Ordine Militare di San Michele, trasmessa poi alla discendenza maschile.
Da annoverare il figlio Gaspare che, con il cugino Giuliano, passò negli annali dell’epoca per essere il più ricco di Rovigo. Tra gli altri fratelli di quest’ultimo si mise inoltre in luce Giulio (1584-1622) laureatosi in legge a Padova, poi datosi alla carriera ecclesiastica. La scelta religiosa toccò anche a diverse ragazze delle famiglie Roncale avviate alla vita monacale per lo più presso il rodigino Convento della Santissima Trinità.
Le alienazioni
La fortuna del palazzo fu dovuta anche alla clausola del fedecommesso introdotta dal primo testatore, che legò indissolubilmente l’immobile ai discendenti della famiglia, escludendo così possibili alienazioni. Clausola questa rimasta in vigore fino all’abolizione del principio giuridico nel 1806 in epoca napoleonica.
Fu così che alla morte di Giovanni Domenico (1760-1811) si registrò una divisione del patrimonio tra gli eredi, dando il via ad una progressiva inarrestabile vendita di porzioni residenziali del palazzo, delle botteghe sottostanti e degli annessi. Si giunse in tal modo al 1881 allorché Flaminio, l’ultimo discendente, fece l’ultima alienazione, trasferendosi poi definitivamente a Roma.
Nel frattempo l’immobile aveva iniziato ad essere utilizzato in modo quanto meno inconsueto, ospitando per un ventennio le scuole elementari e venire poi affittato ad un commerciante di mobili, che alla fine lo acquistò utilizzandolo prevalentemente come magazzino.
Fortunatamente nel 1919 lo stabile venne acquisito dalla Banca Agricola che provvide ad un restauro restituendo al palazzo il prestigio perduto nel corso dell’ ‘800.
Passato alla Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e quindi alla Fondazione, lo storico immobile ha finalmente ritrovato, grazie ai recenti interventi di restauro, tutto lo splendore originario, tornando a qualificarsi come un’architettura di grande pregio per la città, nonché importante riferimento per accogliere eventi culturali e rassegne d’arte.
L’anno successivo fu scelto per rappresentare a Venezia la comunità rodigina alla cerimonia della nomina del nuovo doge Francesco Venier. Nell’occasione pronunciò una dotta orazione che gli valse l’attribuzione della prestigiosa onorificenza di cavaliere di San Marco.
Nel 1559 ottenne la nomina a consigliere municipale, dovendo però ben presto lasciare Rovigo alla volta di Padova e Venezia per sfuggire all’Inquisizione che aveva preso di mira gli accademici rodigini per l’interessamento da costoro dimostrato verso le dottrine luterane ed evangeliche. La morte precoce (probabilmente a causa della tubercolosi) lo colse nel 1562 e nello stesso anno a Rovigo fu sciolta d’imperio l’Accademia da lui fondata.
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “A Palazzo Roncale”. Ventaglio Novanta, n. 50, 2015. https://ventaglionovanta.it/archivio/a-palazzo-roncale/