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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Il Palazzo Vescovile di Adria

Uno dei più importanti edifici della città, di primario rilievo sotto il profilo storico e culturale

di Cristina Tognon

Ventaglio Novanta n. 50 2015 pp. 14–19

La residenza vescovile di Adria – palazzo collocato nella via omonima nei pressi della Cattedrale – è stata oggetto di una particolare attenzione lo scorso marzo in occasione delle Giornate FAI di Primavera, che hanno coinvolto gli aderenti alla manifestazione anche nella visita di altri beni: i depositi del Museo Archeologico, la Sala Risorgimentale di Palazzo Cordella e Villa Angeli.

L’occasione della visita al Palazzo Vescovile ha offerto lo spunto per una lettura più approfondita dei documenti dei fondi archivistici di origine ecclesiastica, conservati nell’Archivio Capitolare di Adria e nell’Archivio della Curia Vescovile di Rovigo, dedicati all’episcopio.

Prima di far riferimento a questa documentazione è bene evidenziare come la fisionomia attuale del palazzo sia il risultato di vari interventi succedutisi nel corso dei secoli. Fu grazie all’iniziativa del Vescovo Giovanni Sartori (1977-1988) che nel 1980 venne garantita l’attuale funzionalità: sul lato destro del piano terra la sede definitiva dell’Archivio Capitolare e sul lato sinistro gli uffici del Provicariato.

Una ventina di anni prima, nel corso degli anni sessanta, durante la reggenza del Vescovo Guido Maria Mazzocco (1936-1968), era stata restaurata la facciata dandole l’assetto definitivo, tuttora presente che – come ebbe a relazionare nell’occasione la Soprintendenza per i Beni Ambientali ed Architettonici di Verona – si presenta di “notevole interesse storico artistico” e manifesta ancora chiaramente l’impianto settecentesco con una “successione regolare delle finestre, interrotta asimmetricamente dall’elegante poggiolo in pietra dura”.

Ed infatti proprio nel ‘700 l’immobile fu interessato da un importante intervento di ampliamento e risistemazione a cura del Vescovo Giovanni Soffietti (1733-1747), come documenta una lapide posta sulla facciata in cui – fatto curioso – si legge che le spese furono sostenute dal suddetto vescovo nel 1740 “aere proprio” cioè col proprio denaro.

I documenti della Mensa Vescovile

Torniamo ora all’analisi dei documenti, sottolineando come la maggiore fonte di informazioni è il fondo archivistico della Mensa Vescovile, conservato presso l’Archivio Diocesano a Rovigo e di recente riordinato da Marco De Poli, fondo che riguarda l’amministrazione del patrimonio destinato al mantenimento del vescovo e delle persone a suo servizio.

Gli estremi cronologici dei documenti individuati sono abbastanza recenti: nella serie archivistica “Episcopii” si conservano carte i cui estremi cronologici sono compresi tra la fine del XVIII secolo e la metà del XX secolo, pertanto non c’è traccia di informazioni sulla prima collocazione della residenza e sul suo stato originario; è noto, da altre fonti, che l’acquisto dei terreni e del primo edificio originario fu realizzato dal vescovo Giacomo Bertuzzi degli Obizzi nel 1419.

I documenti della Mensa Vescovile trattano prevalentemente di attività di manutenzione, con atti e documenti quali perizie, corrispondenza, fatture e parcelle: necessitava allora il palazzo, come oggi del resto, di restauri agli oscuri, alle portiere, al coperto, e di tinte e piture frequenti.

In alcune occasioni la corrispondenza è dedicata anche a chiarire di chi fosse la paternità del bene; aspetto necessario per individuare a chi spettasse sostenere le spese per i lavori di ampliamento e restauro. E a tal proposito il vescovo Federico Maria Molin (1807 – 1819), il 18 giugno del 1808, ebbe ad inviare alla Municipalità di Adria una petizione per definire a chi spettasse l’onere delle spese per il restauro del palazzo vescovile. Il dubbio era originato da una parte presa dalla Città di Adria il 1° maggio del 1768 con la quale l’amministrazione cittadina aveva “dato, e pienamente concesso, e rimesso in assoluto diritto…” al Vescovo Speroni “…il locale, o sia palazzo vescovile, con il preciso dovere di averlo a conservare, e mantenere in concio, e colmo senza più alcun peso e restauro od altra immaginabile fattura a peso della Città, siccome pria di tale accordo erasi sempre praticata dalla Città la conservazione, ristauro, ed ogni occorrenza di spesa al mantenimento del Palazzo medesimo”.

A questa decisione il Vescovo Arnaldo Speroni degli Alvarotti (1766 – 1800) aveva aderito con comunicazione del 27 dicembre, accettando “per sé e i suoi successori il Palazzo stesso con i pesi indicati”. Tale accordo, però – sosteneva il Vescovo Molin – era da non considerarsi in quanto le due parti giuridiche intervenute non avrebbero avuto tale potere di decisione. A parere del nuovo Vescovo mancava, per avvalorare l’accordo, un decreto dell’ex Senato Veneto ed una bolla pontificia.

Questa commistione nell’amministrazione delle spese per il mantenimento del palazzo si riscontrava anche nell’utilizzo dei locali, spesso prestati all’amministrazione cittadina per usi diversi da quello originario: nel 1811 il podestà A. Giulianati chiese ed ottenne di poter allestire un alloggio per un ispettore che con altri geometri doveva ultimare le mappe del territorio e necessitava di locali che avessero “il comodo di scuderia per cavalli e rimessa per il legno”.

Nel 1872 le stalle furono concesse al Municipio pel collocamento degli stalloni che devono arrivare fra pochi giorni in questa Città a miglioramento della razza cavallina non avendo il Municipio altro locale adeguato; e nel 1876, due stanze al piano terreno dell’Episcopio, furono assegnate ad uso temporaneo e gratuito sempre al Municipio per uso scuole elementari.

Un edificio dunque non sempre usato come esclusiva pertinenza del Vescovo, ma in più occasioni messo a disposizione di varie esigenze cittadine.

Nelle carte che si conservano sono pochi i disegni, mappe o tavole del palazzo. Tra quelli presenti, una riproduzione acquerellata delle porte del piano terra, rivolte a via del Vescovado, parte di una corrispondenza con la Regia Delegazione Provinciale del 1842 per ottenere l’autorizzazione a procedere con i lavori di ristrutturazione.

Il restauro del 1908-1914

Un ampio intervento di manutenzione straordinaria fu svolto agli inizi del secolo scorso dalla ditta dell’ing. Cincinnato Fidora di Adria, avviati durante la reggenza del Vescovo Pio Tommaso Boggiani (1908-1912). Nel carteggio si riscontra che i lavori erano necessari per la sistemazione del “palazzo con terreno cortivo, scuderia, fienile rimessa e altre adiacenze, posto in via Vescovado, al civico 180 ed ai mappali 3615, 3619, 4029, di piani 3, vani 31, col reddito di £ 750”. Si trattava di un intervento di restauro dedicato sia all’interno dei locali che alla facciata esterna. A proposito di quest’ultima, il decoro delle facciate dei palazzi cittadini era tenuto particolarmente in considerazione, ed il Sindaco di Adria, già nel 1904, aveva sollecitato con un “caldo appello” tutti i cittadini, “proprietari di case, le facciate delle quali sono indecenti per vetustà o per altre cause, di farvi eseguire gli occorrenti restauri”.

Dalla lettura del documento del 16 marzo 1914, relativo alla liquidazione dei lavori eseguiti dalla ditta Fidora, si ricava che esternamente fu posta un’intelaiatura per la ripassatura di tutto il coperto e la sistemazione del muro di tramontana; quindi fu ricostruito l’intonaco esterno delle facciate, coloriti gli oscuri e i serramenti delle porte; il portico della loggetta a levante fu sistemato con il rifacimento in granito del pavimento e la costruzione della gradinata “con pianerottolo nel cortile per l’accesso al nuovo ingresso”. Tra le spese per interventi strutturali sono in elenco anche quelle relative alle condutture dell’acqua per la cucina ed i bagni dei tre piani; per l’impianto della luce elettrica e l’impianto del gaz.

Anche l’interno del palazzo fu sistemato radicalmente con demolizioni di pareti, riorganizzazione degli spazi, riparazioni, stuccature alle pareti; nella cappella che era posta al primo piano l’altare fu demolito e sostituito da uno nuovo.

Per quanto riguarda gli apparati decorativi si riscontra la presenza di ornamenti in alcune stanze di maggior pregio, con funzione di rappresentanza: nella sala centrale posta al primo piano (Salone del Trono) vi erano decorazioni del soffitto in stile floreale con fregi, fascie, sagomature e basamenti; nella sala da pranzo, sempre al primo piano, il soffitto era abbellito con decorazioni in stucco costituite di “corone agli angoli e rosone al centro, fregio di coronamento, riquadri, basamenti, fascie alle pareti e al soffitto”. Nelle camere e nei corridoi le decorazioni erano costituite dalla tappezzeria in carta, “con riquadrature in aste dorate”.

Risale a questo periodo la decisione di adattare un locale dell’edificio a sede dell’Archivio e di ufficio amministrativo, con un accesso dalla via pubblica, distinto da quello del palazzo vescovile. Tra i lavori commissionati nel 1908, sono quelli del falegname Giuseppe Boccato, che si occupò di restaurare tre mobili in noce e rappezzare una credenza di abete; un altro falegname, Capuzzo Vincenzo, che sistemò le maniglie e l’intelaiatura della porta esterna. Lo scalpellino Zagato Gaetano ed un muratore invece prestarono il loro servizio per una spesa rispettivamente di 37,10 lire e 50 lire per la costruzione dei gradini d’accesso esterni.

La visita al Palazzo

Nel complesso il palazzo, negli anni successivi, non ebbe a subire interventi strutturali, ma – come detto in apertura – provvedimenti di sistemazione funzionale, attivati nel 1980 dal Vescovo Giovanni Sartori (1977-1988). Pertanto, il numeroso pubblico accorso per le giornate del FAI, ha potuto conoscere gli spazi pubblici e privati nella loro veste che ancora conserva l’impronta settecentesca; testimonianza per secoli della vita dei vescovi della Diocesi.

Particolarmente apprezzato è stato il “Salone del Trono”, dove fra l’altro la musica classica di un quartetto di archi del locale Conservatorio “Antonio Buzzolla” ha accolto ed allietato i visitatori.

Sul pavimento spicca la data 1738, chiaro riferimento all’intervento di sistemazione attuato dal citato vescovo Soffietti, mentre un affresco sul soffitto, con la scena della caduta di un angelo infedele sembra riferirsi alla triste vicenda dell’interdetto, comminato dalla Santa Sede alla città nel 1909 in seguito alla vile sassata di cui fu oggetto il vescovo Pio Tommaso Boggiani.

A destra si apre un corridoio, alle cui pareti spiccano quadri di alcuni Vescovi; da qui si accede allo studiolo e alla cappella dedicata alla Vergine, che conserva un’interessante collezione di reliquie.

Tornati nel salone, si passa nell’altra ala del palazzo dove è situata la stanza da letto del Vescovo, preceduta da un vestibolo, il cui soffitto è affrescato con stemmi che fanno riferimento ai vescovi Soffietti, Benzon, Bertuzzi degli Obizzi ed uno alla Città di Adria.

Nell’insieme un palazzo essenziale ed imponente, con alcuni tratti della sua storia ancora da approfondire.

Obiettivo raggiunto, pertanto, dalla Delegazione locale del FAI, di sensibilizzare e promuovere nella collettività, la conoscenza del patrimonio artistico e monumentale del Polesine, spesso purtroppo sottostimato.

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Come citare questo articolo

Cristina Tognon. “Il Palazzo Vescovile di Adria”. Ventaglio Novanta, n. 50, 2015. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-palazzo-vescovile-di-adria/

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