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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Villa Marzolla di Crespino

Una visita all’importante complesso architettonico in compagnia del proprietario, l’ing. Giorgio Marzolla, un “conservatore” illuminato

di Giulia Ziviani

Ventaglio Novanta n. 50 2015 pp. 26–29

Crespino, a pochi passi da Piazza Fetonte, lungo via Trieste, si trova un’oasi di tranquillità, riparata dal verde di un ampio giardino e di un cedro secolare. Una inattesa finestra nel tempo, conosciuta come Villa Marzolla.

Quando il grande cancello verde si apre, si rimane subito colpiti dal grande edificio ottocentesco e dalla barchessa. E mentre l’occhio è impegnato ad ammirare la bellezza del luogo, i piedi si accorgono di un dettaglio che svela, già dall’ingresso nel cortile, l’atmosfera e l’animo del luogo e del suo proprietario. Tra l’asfalto della strada e il ghiaino del vialetto, pochi metri in ciottoli circondano il cancello. In ciottoli perché, originariamente, erano così pavimentate tutte le vie di Crespino. Pochi metri di ciottolato per attirare l’attenzione sullo spirito con cui viene preservata questa villa.

Villa Marzolla appartiene all’Ing. Giorgio Marzolla, che si è occupato e preoccupato di ristrutturarla, conservarla e preservarla, esattamente com’era nel suo passato. Per questo oggi l’ingegnere si definisce un “conservatore” ovvero il tutore di una memoria storica, legata agli oggetti ed alla vita quotidiana, alle persone ed ai mestieri che riempivano la vita di un piccolo paese di campagna tra il XIX ed il XX secolo. Oggetti che, in virtù dell’appassionata attività di recupero e preservazione dall’oblio compiuta dall’ingegnere, hanno trovato una loro dignità espositiva, di conoscenza e testimonianza proprio a villa Marzolla.

L’Ing. Marzolla nasce il 29 maggio 1932 ed uno dei suoi primissimi ricordi è legato a doppio filo a due elementi che saranno molto importanti nella sua vita: la famiglia e la grande villa.

“Era estate e mi trovavo in una delle camere, solo. Ricordo che sentivo venire dal cortile le voci di mia madre e della tata, c’erano anche le zie. Pensai che mi avessero lasciato solo ed iniziai a piangere”.

Trasferitosi a Gorizia con la famiglia, dopo la morte del padre, ingegnere e responsabile di un’azienda di trasporti nelle colonie d’Africa, si sposta a Roma con la madre, la quale, laureata in matematica, lavorava all’Istituto Nazionale di Calcolo.

Eppure, ogni estate, terminata la scuola, il giovane Giorgio prende il treno e da Roma arrivava a Rovigo per trascorre a Crespino, nella villa dello zio Cav. Luigi Marzolla, i mesi delle vacanze.

“Sul treno che portava da Roma a Rovigo, una tappa intermedia era a Firenze. In stazione a Firenze c’era sempre un uomo che vendeva il caffè, in piccoli bicchierini di coccio con una locomotiva dipinta sopra. Il suo richiamo da venditore mi faceva subito capire che mi trovavo a Firenze. Quei bicchierini li ho ancora.”

Tornare a Crespino era ogni volta un’emozione.

“Arrivando da Rovigo si vedeva, ad un certo punto il campanile, un po’ storto, in mezzo alla campagna. Era sempre un’emozione.”

Sì, perché i mesi estivi trascorsi alla villa erano sempre felici e spensierati. Si poteva correre e giocare, osservare il lavoro nei campi, sperimentare l’arte del falcetto nella mietitura del grano, con qualche incidente da principiante.

La villa era casa. Non luogo qualsiasi di vacanza, ma casa. Ed il senso di appartenenza a quei luoghi avrebbe sempre accompagnato il futuro ingegnere.

Alla morte dello zio Luigi gli eredi erano propensi a vendere la villa ma il giovane Ingegnere non ne voleva sapere. Aveva deciso di tenere la villa, di conservarla perché vi era affezionato ma anche perché era molto legato agli zii che l’avevano abitata.

“Le persone, quando non ci sono più si riescono a ricordare, ma gli oggetti e i luoghi a loro legati permettono di ricordarli meglio”.

La villa però andava risistemata e molte erano le urgenze e le difficoltà: il tetto era crollato, mancavano alcune finestre e la caldaia non funzionava. E col progredire dei lavori in casa avvengono le prime “scoperte”.

“C’era un salone. Una stanza sempre chiusa, che non apriva mai nessuno. Quando ci sono entrato, ho trovato cumuli e cumuli di oggetti vecchi… conservati per chi sa quale occasione o motivo. Tante cose da buttare”.

E così il primo anno viene dedicato alla messa in ordine e alla pulizia delle stanze ingombre di oggetti. Oggi quasi tutto quello che si può vedere in casa Marzolla, dai quadri ai mobili, sono oggetti appartenenti alla casa, recuperati e restaurati dal loro appassionato proprietario.

Così, passeggiando per la villa, si ha l’impressione di trovarsi in un museo che prende vita e si anima tra le parole e i racconti di Marzolla.

La casa è divisa in due parti. Una parte bassa, ancora oggi abitata ed una parte rialzata in seguito, probabilmente senza un progetto architettonico preciso. Nella parte alta si trovano dieci camere da letto, ognuna distinta dal nome di un colore. Inoltre la villa aveva anche dei comfort inusuali per i primi del ‘900.

“In casa c’era una latrina. Chiamata proprio così… ed un bagno con acqua calda corrente. All’epoca i servizi interni erano un cosa eccezionale… c’erano persone che venivano apposta per vedere il bagno. L’acqua arrivava da un pozzo sotterraneo e passava attraverso due cassoni di ghiaia per essere filtrata. Non era un granché come acqua ma ci si lavava.

Prima invece ci si lavava una volta la settimana nei locali del bucato, dove una volta al mese si lavavano panni e biancheria. Le lenzuola venivano stese sull’aia ad asciugare. Ricordo che avevano un buonissimo profumo di erba e fiori, di campagna.”.

Passeggiare per la villa equivale a fare un passo indietro nel tempo e non c’è stanza che non racchiuda fascino ed un pizzico di mistero. La piccola saletta adiacente alla cucina è dominata da un grandissimo camino, al soffitto sono appese decine di pentole e casseruole in rame mentre ad una parete, piatti in ceramica povera veneta danno mostra dei loro colori. Poi ci sono i dettagli; un tubo, dipinto di bianco, scende dal soffitto: permetteva nell’ ‘800 di comunicare da una stanza all’altra, come nelle navi; e tuttora funziona, così come funziona ancora il sistema di chiamata dalle varie camere.

“Sul pannello si accendeva una luce che corrispondeva alla camera che aveva chiamato. Funziona ancora oggi con l’unica differenza che una volta, se chiamavi, veniva un domestico oggi invece non viene più nessuno…”

Da una sala all’altra i dipinti delle zie decorano ogni parete passando dai paesaggi, alle cartoline ai soggetti biblici.

Lo studio di amministrazione delle campagne raccoglie la storia economica e politica di un piccolo pezzo di Italia dall’età della monarchia a quella del periodo fascista fin oltre. La biblioteca piena di libri è il luogo ideale per passare lunghi pomeriggi davanti al fuoco.

Tutto è stato conservato.

Nella barchessa si trova una collezione di oggetti che ricordano i mestieri di una volta dal calzolaio, al ferramenta, al falegname, al fabbro e proprio attraversando un brevissimo sentiero verde, si trovano le botteghe dei mestieri come erano. Le insegne attirano subito l’attenzione come il rumore delle macchine del fabbro rimesse in moto con la trasmissione a cinghie.

Persino l’impianto elettrico è lo stesso del 1922, col suo filo a treccia ed il quadro in porcellana.

Gli ultimi racconti, sono dedicati alle automobili e alla splendida collezione di auto storiche dell’Ing. Marzolla.

“La mia prima automobile fu una Ford-A del 1930. Avevo diciotto anni e l’ho conservata fino ad oggi”.

Mentre il sole sfuma nel tardo pomeriggio, ripensando a tutto ciò che si è visto, alle stanze ricche di oggetti che sanno intrecciare la Storia, ai ricordi personali, viene da chiedersi che cosa deciderebbe di conservare degli ultimi vent’anni l’ing. Marzolla. La risposta, veloce e intelligente, non lascia spazio a dubbi.

“Un’automobile. Sono tantissimi gli oggetti che negli ultimi anni sono diventati testimoni del passare del tempo, grazie anche ad un sempre più rapido sviluppo tecnologico. Ma l’automobile resta il più grande simbolo degli anni trascorsi, dello sviluppo tecnologico, dell’impegno dell’uomo nel migliorare la tecnica. Quindi sceglierei di conservare un’automobile.”

Al termine di questo viaggio e di questi racconti, ci si rende conto che il nostro territorio, il Polesine, è una terra ricca di storia e di storie. Occorre certamente un occhio attento e preparato per saper cogliere e leggere gli indizi lasciatici, dal tempo e dalla memoria, ma lo sforzo vale tutta la sensazione di stupore che si prova nel momento della scoperta.

Ci sono ville e piazze, giardini e scorci dimenticati che racchiudono le testimonianze di un tempo che diventa sempre più lontano.

Ma non ci sono solo luoghi da conoscere. Questo nostro territorio è ricco anche di persone, in grado di raccontare questa Storia. Persone come Giorgio Marzolla che con la loro sensibilità, da testimoni di eventi ne diventano divulgatori attenti e capaci. Questi silenziosi “Conservatori progressisti” grazie al loro impegno ed alla loro passione personale, permettono alle giovani generazioni di poter guardare al proprio paese e territorio in un nuovo modo, che al progresso sa coniugare la necessità della memoria e del ricordo per le proprie origini.

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Come citare questo articolo

Giulia Ziviani. “Villa Marzolla di Crespino”. Ventaglio Novanta, n. 50, 2015. https://ventaglionovanta.it/archivio/villa-marzolla-di-crespino/

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