Che Lendinara nel corso del Risorgimento sia stata terra di patrioti è noto. E’ assolutamente una sorpresa apprendere che, nel 1861, dalla cittadina di Alberto Mario sia partito, alla volta dell’America Settentrionale, un volontario garibaldino per combattere contro l’esercito sudista. Ecco la sua storia.
Il 9 dicembre 1834 nella chiesa di S. Biagio a Lendinara fu battezzato un bambino. Il piccolo, cui furono imposti i nomi di Andrea Antonio Fortunato, era il figlio primogenito del commerciante di origine padovana Giacomo Fontana e della lendinarese (di Barbuglio) Maria Cristina Manfrin ed era nato due giorni prima nella casa di famiglia, posta in contrada Ospitale al numero 287. Il nome Andrea, non molto comune all’epoca, era probabilmente un omaggio al fratello di Giacomo, don Andrea, per 21 anni parroco di S. Sofia, morto tre anni prima.
Per padrino di battesimo il bimbo ebbe il notaio del paese, il nobile Stefano Leopardi: ciò dimostra che la famiglia in cui crebbero Andrea e sua sorella Giuseppina Livia, che sarebbe nata nel 1836, era ben inserita in quella buona società lendinarese di “possidenti” tanto nobili che borghesi, tenuti d’occhio con discrezione dalla polizia lombardo-veneta per il loro atteggiamento velatamente anti-austriaco.
Alla fine del 1859, dopo la conclusione della seconda guerra di Indipendenza, troviamo Andrea – fuoriuscito dal Veneto sotto il dominio austriaco – allievo ufficiale alla Scuola Militare dell’Italia Centrale, appena costituita a Modena dal generale Manfredo Fanti. In una lettera¹ del 28 dicembre, indirizzata al lendinarese Pietro Miotto, il cadetto Fontana, oltre a descrivere con entusiasmo la sua durissima vita in Accademia, racconta all’amico di essere un reduce dell’assedio di Venezia del ‘49.
Nella stessa missiva parla poi di una breve licenza trascorsa a Lugano a casa di Alberto Mario (che di Miotto è cugino) durante la quale ha conosciuto il teorico del federalismo Carlo Cattaneo, i patrioti Rosolino Pilo e Francesco Montanari e altre persone “che non è lecito nominare”. Andrea, esule e renitente alla leva austriaca, è, infatti, consapevole che la sua corrispondenza sarà oggetto di attenzione da parte della sempre vigile polizia asburgica. La lettera si conclude con una serie di saluti ad amici comuni di Lendinara (tutti, agli occhi degli Austriaci, dei “sovversivi”) e ad una ragazza di Badia, citata solo per cognome, Baviera.
Nella tarda primavera del 1860, dopo l’annessione dell’Italia Centrale al Regno Sardo, Andrea uscì dalla Scuola Militare con i galloni di sottotenente, pronto a partire per il Sud per unirsi alle camicie rosse di Garibaldi. Alla battaglia decisiva, quella del Volturno (1 ottobre 1860) Fontana prese parte con il grado di capitano nel 1° reggimento della divisione Bixio, reparto comandato, e forse non è un caso, da un altro polesano, il tenente colonnello Domenico Piva.
Dopo l’incontro di Teano e il conseguente scioglimento del Corpo Volontari Italiani, la maggior parte degli ufficiali garibaldini passò nell’esercito sabaudo: tra essi vi erano anche i superiori diretti del capitano Fontana, cioè Bixio e Piva. Andrea, invece, prese una strada diversa, che lo porterà, letteralmente, dall’altra parte del mondo.
Nel 1861 gli Stati Uniti stavano vivendo il periodo più difficile della loro giovane esistenza: 11 stati del Sud, agricoli e favorevoli alla schiavitù, si erano staccati dal governo centrale, di cui non condividevano le scelte economico-sociali. Il neo-eletto presidente Abraham Lincoln tentò in tutti i modi di riallacciare i rapporti con gli stati secessionisti, ma quando, il 14 aprile 1861, forte Sumter, (un’installazione militare federale posta su un’isola davanti a Charleston nello stato ribelle della South Carolina) fu presa a cannonate dai “sudisti”, la situazione precipitò. Iniziava così la guerra di Secessione, il conflitto che con i suoi seicentomila morti risulterà essere il più sanguinoso del XIX secolo.
Tanto negli Stati del Nord quanto in quelli del Sud, a fianco delle esigue forze militari regolari, vennero formate in un tempo brevissimo numerose unità di volontari. Nel multietnico stato di New York, il più popoloso tra i 25 rimasti fedeli all’Unione, due esuli mazziniani, il genovese Alessandro Repetti e il lombardo Luigi Tinelli, progettarono di costituire un reggimento formato solo di emigrati italiani intitolato all’Italiano più amato dagli Americani, Garibaldi.
L’idea di un reparto di immigrati, una sorta di “legione straniera”, piacque alle autorità militari newyorkesi, che sopperirono all’insufficiente numero di volontari italiani costituitisi in compagnia, unendo altre otto compagnie: tre ungheresi, tre tedesche, una francese, una ispano-portoghese e una svizzera. Fu così che, agli inizi di maggio del 1861 presero vita le “Garibaldi Guards”.
L’unità, il cui nome ufficiale era “39th New York Volunteers Infantry Regiment”, fu posta agli ordini di un ufficiale esule della Rivoluzione ungherese del 1848, il colonnello Frederick D’Utassy. Repetti, pur non avendo alcuna esperienza militare, divenne vicecomandante, col grado di tenente colonnello.
La divisa di tutto il reggimento rimase quella ideata dal patriota genovese per i suoi volontari italiani: un acceso rosso garibaldino sia per i distintivi della giubba che per la banda dei pantaloni; in testa, al posto del classico berrettino a visiera, un “moretto” da bersagliere con le immancabili penne di gallo cedrone.
Il 29 maggio 1861 le “Garibaldi Guards”, sfilarono in parata per le vie di New York e, alla presenza del presidente Lincoln in persona, il reggimento ricevette la bandiera di guerra. Anch’essa era un evidente omaggio al nostro Risorgimento: si trattava di un Tricolore con il motto mazziniano (in italiano!) “Dio e Popolo”, ovvero la bandiera della Repubblica Romana del ‘49.
Tra i soldati passati in rassegna quel giorno dal presidente degli Stati Uniti, c’era anche il nostro Andrea Fontana: l’ex cadetto di Modena, l’ex ufficiale del Volturno era ora tenente della “A company”, la compagnia italiana del reggimento comandata dal capitano Cesare Osnaghi.
Il 39° New York da subito si rivelò però un reggimento “difficile”: i soldati avevano delle difficoltà a capirsi tra loro e molti ufficiali furono indotti alle dimissioni per contrasti col colonnello D’Utassy. Per questi motivi i “Garibaldini” presero parte solo ad uno scontro importante, quello sul fiume Bull Run il 21 luglio 1861, restando perlopiù impiegati nella sorveglianza di località strategiche. Ma nel settembre del 1862 il reggimento fu sorpreso dal nemico nel campo trincerato di Harper’s Ferry in Virginia, e catturato quasi per intero. E’ curioso notare che tra i reparti sudisti che più si distinsero in questa circostanza ci fosse il 10° reggimento della Louisiana nelle cui file militavano molti ex soldati borbonici: negli Stati Uniti essi si presero così la rivincita sull’odiato avversario del Volturno.
La prigionia, per le “Garibaldi Guards”, tra cui il nostro Andrea, durò poco: dopo alcune settimane, in seguito ad uno scambio di prigionieri, furono tutti rilasciati ma dovettero impegnarsi a non combattere più per almeno tre mesi. L’accordo fu rispettato e, nel periodo in cui il reggimento era a riposo forzato, il tenente Fontana abbandonò l’esercito. Essendo cittadino italiano e quindi non soggetto ad obblighi di leva, poteva dimettersi infatti quando voleva. Non sappiamo quali siano state le sue motivazioni: forse era malato, o semplicemente amareggiato oppure, come era successo ad altri prima di lui, alcuni contrasti col suo comandante l’avevano spinto a questa decisione.
Di lì a poco la commissione d’inchiesta che era stata costituita per indagare sulle responsabilità del disastro di Harper’s Ferry concluse non solo che le colpe più gravi erano da addebitare proprio al ruvido D’Utassy ma scoprì anche che egli non era affatto un nobile esule per motivi patriottici ma – incredibile! – un acrobata di circo scappato dai creditori, arruolatosi con un nome falso. Ovviamente l’impostore fu posto in congedo immediato, ma quando in seguito si accerterà che il colonnello, approfittando della sua posizione, si era anche appropriato di forniture militari per rivenderle, per lui si apriranno le porte del penitenziario di Sing Sing.
Intanto, sotto un nuovo comandante, i “Garibaldini” erano diventati uno dei migliori reggimenti dell’esercito unionista, distinguendosi anche nella decisiva battaglia di Gettysburg, dove un monumento ne ricorda ancora oggi i caduti.
A guerra finita Andrea trovò frattanto impiego come commesso in un’importante ditta di ombrelli di New York, la Gans Brothers Umbrella Ltd, mentre sua sorella Giuseppina, che evidentemente l’aveva seguito nella sua avventura oltreoceano (diventando, per l’anagrafe americana, Josephine), sposò un compagno d’armi del fratello, Ignazio Allegretti.
Con costui, l’ex tenente delle “Garibaldi Guards”, trasferitosi a Chicago, aprì una impresa dolciaria, la “Allegretti Chocolate Cream”, ancora oggi esistente.
Andrea Fontana morì d’infarto il 31 dicembre 1910, all’età di 76 anni, nella sede della Gans Brothers dove si era recato per fare gli auguri per l’anno nuovo ai suoi ex colleghi. Della sua morte diede notizia, in un breve articolo del 2 gennaio 1911, anche il prestigioso New York Times.
Una vita degna di un romanzo quella di Andrea Fontana, personaggio completamente dimenticato, di cui a Lendinara restano poche ma significative tracce: nell’archivio parrocchiale di S. Biagio c’è il suo atto di nascita, mentre quello di morte, trasmesso dal consolato italiano di New York è trascritto nei registri anagrafici comunali, a riprova che, nonostante tutti gli anni trascorsi in America, Andrea Fontana aveva voluto conservare la cittadinanza italiana.
Anche la sua casa natale esiste ancora: si trova sempre nella vecchia Contrada Ospitale che ormai da quasi un secolo si chiama via Monte Grappa².
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Come citare questo articolo
Giorgio Baccaglini. “Un “nordista” lendinarese”. Ventaglio Novanta, n. 50, 2015. https://ventaglionovanta.it/archivio/un-nordista-lendinarese/