E’ una storia lunga 50 anni quella del CPSSAE, il Centro Polesano di Studi Storici Archeologici ed Etnografici attivato ufficialmente il 17 dicembre 1964 a Rovigo: 50 anni di entusiasmante impegno, dedicati a scoprire, divulgare e valorizzare l’identità dell’antico Polesine. Ne ripercorriamo le principali tappe approfittando dalla cortese ospitalità del Ventaglio.
I primi passi nelle campagne arate
Alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso alcuni appassionati di storia locale, aggregati dallo spirito e dalla volontà di Gian Battista Siviero e Gian Franco Bellintani, sentirono l’esigenza di dar vita ad un’associazione culturale con lo scopo di riunire le loro attività dilettantistiche per portare contributi ad indagini archeologiche nella Provincia di Rovigo.
Da questa volontà nacque a Rovigo nel dicembre 1964 il Centro Polesano di Studi Storici Archeologici ed Etnografici (CPSSAE). L’associazione subito si attivò in fruttuose, concrete azioni di intervento sul campo, che di riflesso rispecchiavano il particolare interesse per lo studio della ceramica medievale e rinascimentale coltivato da Siviero, divenuto in breve tempo uno dei primi specialisti in area padana di queste classi di materiali, al tempo trascurati e sottovalutati in ambito archeologico.
Fu grazie al pronto intervento di alcuni aderenti al CPSSAE che si giunse al recupero di un consistente nucleo di ceramiche cinque-seicentesche a Frassinelle durante i lavori di rettifica dell’alveo del Canalbianco. I ritrovamenti quasi rappresentavano il conseguente sviluppo dell’impegno profuso per la prima mostra a livello nazionale organizzata a Rovigo dal neonato Centro su questa tipologia di materiali, riguardante, appunto, La ceramica graffita veneta del XIV-XV-XVI sec., allestita presso l’Accademia dei Concordi nell’ottobre 1965.
Lo stimolo ad indagare per far nuova luce sul passato polesano caratterizzò subito lo spirito del CPSSAE. Bisognava, in sostanza, con impegno e convinzione giungere a delineare un più verosimile quadro archeologico del territorio rispetto a quello definito dal mondo accademico “molto scarso” e “scientificamente irrilevante”. Si intravedeva, pertanto, la necessità di proporre per l’antichità polesana credibili modelli insediativi sulla base di dati derivati dalla ricerca sul campo, puntando in primo luogo sul diretto contatto con la realtà territoriale e su mirate modalità d’indagine.
Questi obiettivi non tardarono a mostrare i primi risultati. Nella primavera del 1966 nacque all’interno del CPSSAE il primo gruppo di ricognizione, coordinato da Rodolfo Peretto e composto dai figli (chi scrive e Carlo), da Renzo Padoan e Renato Siviero con presenze occasionali di qualche altro giovane studente. Il gruppo fu operativo, anche con ridotti e fruttuosi saggi di scavo, in località di Fenil del Turco, San Cassiano, Pontecchio Polesine, Costa di Rovigo, Villanova del Ghebbo, Frassinelle, Polesella. Il materiale che si andava raccogliendo veniva custodito in alcuni locali di Vicolo Castello nell’attesa di dare vita ad un museo, intenzione ed esigenza più volte ribadite dal CPSSAE. Fu certamente la scoperta del villaggio protostorico di Frattesina, presso Fratta Polesine, ad aprire nuove visioni sulla storia più antica del Polesine, coronando oltre le previsioni le aspettative della potenzialità archeologica dell’entroterra di Adria.
La scoperta di Frattesina
Nella primavera del 1967 la segnalazione del particolare interesse per lo studio della ceramica medievale e rinascimentale coltivato da Siviero, divenuto in breve tempo uno dei primi specialisti in area padana di queste classi di materiali, al tempo trascurati e sottovalutati in ambito archeologico.
Nella primavera del 1967 la segnalazione da parte di Stefano Casari di affioramenti di frammenti ceramici e di manufatti in corno di cervo nel podere agricolo del padre, denominato Campagna 1 di Frattesina, portava il CPSSAE ad individuare quello che ben presto si rivelò essere un sito archeologico di particolare rilievo internazionale, inquadrabile tra l’età del Bronzo finale e la prima età del Ferro (XII-IX sec. a.C.). La scoperta fu concomitante con altri interessanti rinvenimenti di frammenti ceramici, inquadrabili nello stesso ambito culturale di Frattesina, a Mariconda di Melara; la particolare coincidenza stimolò ulteriormente il CPSSAE, che nel luglio dello stesso anno eseguì un saggio di scavo in quest’ultima località, provando la presenza di strutture abitative dell’età del Bronzo lungo la riva dell’attuale corso padano.
Con l’autorizzazione della competente Soprintendenza e con l’appoggio e la collaborazione di docenti e studiosi dell’Università di Ferrara e del Museo di Storia Naturale di Verona, tempestive furono le pionieristiche ricognizioni di superficie nella campagna di Frattesina. Si giunse ben presto al recupero di interessantissimo materiale riportato in luce dalle arature, evidenziando in maniera indiscutibile la particolare importanza dell’antico villaggio, confermata anche dai primi saggi di scavo condotti l’anno successivo.
Nel luglio 1968 il ristretto gruppo di giovani studenti del gruppo di ricognizione esplorò il sottosuolo evidenziando la consistente sequenza stratigrafica del villaggio protostorico e l’abbondanza di testimonianze tali da accertare una particolare estensione dell’abitato e fiorenti attività artigianali.
Con questa scoperta il CPSSAE dimostrò credibilità ai suoi programmi e rappresentò nello stesso tempo un riferimento per qualificati studiosi che collaborarono nell’organizzazione di convegni riguardanti in particolare i nuovi orizzonti che la realtà archeologica di Frattesina apriva sulle conoscenze sull’età del Bronzo finale in Italia e sul ruolo del delta padano nei traffici commerciali tra l’Europa centro-settentrionale e l’area greca. A confermare questo sorprendente quadro archeologico, nel 1969 l’individuazione in una serie di affioramenti presso Villamarzana, inquadrabili tra la fine del Bronzo finale e l’inizio dell’età del Ferro, evidenziava un organizzato sviluppo, attraverso la continuità temporale e areale verso est, dello stesso complesso insediativo di Frattesina, nella fase in cui si registravano per l’area padana mutamenti idrografici e il formarsi delle prime realtà urbane.
Il museo e il decollo di Padusa
Erano ormai maturati i tempi: bisognava dar vita al museo per conservare e per divulgare quanto si andava raccogliendo. Oltre alla sistemazione del Lapidarium nei sotterranei del Castello, nel 1971 veniva allestito il Museo Archeologico, quale sede staccata dell’Accademia dei Concordi nei locali ex Val di Susa di Viale Regina Margherita, messi a disposizione dalla Camera di Commercio di Rovigo.
Negli anni che seguirono l’abitato di Frattesina, con le sue due necropoli, e quello di Villamarzana furono oggetto di organizzate campagne di scavo, alle quali il CPSSAE prestò sempre la sua collaborazione e di periodiche ricognizioni sul campo, curate in particolare dal locale Gruppo Culturale Manegium. Quanto raccolto in anni di ricerche e studi è oggi ben evidenziato in una sezione espositiva del Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo e nello specifico Museo Archeologico Nazionale di Fratta Polesine.
Anche la divulgazione dei risultati derivati dalle ricerche e dagli studi fu tempestiva e periodica attraverso Padusa, la rivista che il CPSSAE volle fin dalla sua nascita e che l’anno prossimo vedrà uscire il cinquantesimo numero. Dal primo opuscolo uscito nel 1965 (“un semplice quaderno di annotazioni scritto prevalentemente da soci, semplici amatori, per i soci” scriveva Siviero) la rivista andò ben oltre le modeste intenzioni del suo primo direttore. Fu certamente la pubblicazione dei contributi di qualificati studiosi e ricercatori intervenuti ai convegni organizzati a Rovigo a far decollare la rivista, che dal 1990, con la direzione di Paolo Bellintani, oltre ad assumere una sua particolare identità nella veste grafica, è giunta a qualificarsi tra le più rinomate a livello nazionale. Essa è oggetto di scambio con circa 200 riviste italiane ed europee di carattere archeologico ed il fondo librario accumulatosi negli anni è in dotazione all’Accademia dei Concordi.
Sul finire del 1978, sia per le continue richieste del CPSSAE, in difficoltà nella gestione del suo Museo Archeologico i cui locali dovevano essere demoliti, sia per impedire la dispersione di numeroso materiale oggetto di una temporanea mostra etnografica allestita in occasione dell’Ottobre Rodigino, il Comune di Rovigo istituì il Museo Civico delle Civiltà in Polesine, designando quale sede il complesso monastico di San Bartolomeo. Sarà dopo il radicale restauro dell’edificio che nel 2001 prenderà vita il Museo dei Grandi Fiumi.
Le sezioni, le istituzioni e il ritorno sul campo
Se l’eredità museale entrava sotto l’egida del Comune di Rovigo, non cessarono per il CPSSAE le collaborazioni con le competenti Soprintendenze e le ricerche sul campo attraverso l’attività di sezioni staccate sorte a Castelnovo Bariano, ad Adria, a Rovigo, a Ficarolo.
Per il territorio di Castelnovo Bariano particolare rilievo assunsero le indagini e gli scavi condotti nell’abitato palafitticolo di Canàr e l’eccezionale ritrovamento a Torretta di numerose, preziose ceramiche rinascimentali, tali da dar vita al locale Museo Archeologico. Da ricordare anche l’attiva collaborazione della sezione “Eridano” di Ficarolo nelle campagne di scavo condotte tra il 1990 e il 2000 dall’Istituto di Archeologia dell’Università di Bochum nella villa rustica di epoca romana in località Chiunsano.
Non furono trascurati, inoltre, grazie ai contributi economici del Comune e della Provincia di Rovigo, della Regione Veneto, delle Fondazioni Cariparo e Banca del Monte di Rovigo, l’organizzazione di periodiche mostre itineranti, di convegni, di corsi di formazione e di attività didattiche.
Si vogliono in particolare ricordare le mostre e i convegni, con relativi cataloghi, su Francesco Xanto Avelli (1980, pubblicazione del catalogo 1988) e sui ritrovamenti di Torretta (1986).
Fu indetta anche la borsa di studio Gherardo Ghirardini, giunta quest’anno alla V edizione, per ricerche in ambito archeologico condotte da giovani ricercatori. Tutto questo mentre il Museo rodigino contribuiva sensibilmente ad ampliare le conoscenze sugli interventi territoriali operati dai Romani, sulla presenza etrusco-padana dell’entroterra di Adria, sul villaggio arginato di Larda di Gavello e la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto e Istituti Universitari si impegnavano in campagne di scavo in varie località del territorio. Va ricordato, inoltre, l’attivo Gruppo Archeologico di Villadose (GAV) annualmente impegnato nelle fruttuose ricognizioni di superficie in estese aree mediopolesane.
Negli ultimi anni una particolare collaborazione con la Provincia di Rovigo ha permesso la realizzazione del progetto rivolto alla pubblicazione del volume Trasparenze di Paesaggi. Atlante aerofotografico del Polesine, che, come la relativa mostra, è stato curato da chi scrive e Sandra Bedetti: una rassegna di suggestive visioni dall’alto che mostrano nei sorprendenti segni del suolo agricolo memorie di paesaggi sepolti controllati e sfruttati dall’uomo, una evidente cornice ambientale ai significativi riscontri emersi dalle ricerche condotte a terra e nel sottosuolo. Quest’anno, inoltre, a cura del CPSSAE è stata allestita nei mesi di giugno e luglio presso Villa Badoer di Fratta Polesine la mostra fotografica di Francesco Sprocatti Feste e tradizioni popolari in Polesine, accompagnata dalla guida Tempo di festa di Chiara Crepaldi.
Con i primi timidi passi tra le zolle della campagna mediopolesana cinquanta anni fa il CPSSAE iniziava un cammino che con sempre maggiore credibilità ha particolarmente contribuito a portare all’attendibile definizione di un antico Polesine dove l’uomo ha saputo inserirsi tra delicati equilibri di terre e di acque, giungendo a gestire risorse e potenzialità del grande apparato deltizio, coinvolto nei traffici commerciali protostorici e negli organizzati interventi territoriali di epoca romana. Il cammino deve continuare cercando nuova forza soprattutto nei giovani; questo è lo spirito che caratterizza alcuni progetti in fase di attuazione e definizione da parte del Centro, rivolti ad incrementare le ricerche, sviluppando maggiori collaborazioni tra le istituzioni culturali e gli organismi pubblici e privati in modo da garantire continuità alle iniziative con finalità rivolte, oltre che allo studio, alla valorizzazione e fruizione del patrimonio culturale.
E, tra gli ultimi impegni, ecco il ritorno a Frattesina, nell’ambito di un progetto della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto. Tra i mesi di agosto e ottobre dell’anno in corso il CPSSAE, avvalendosi della collaborazione anche del GAV, ha svolto rilievi e carotaggi lungo sezioni di fossati in corrispondenza dell’abitato protostorico, mentre dettagliate ricognizioni di superficie saranno condotte durante i prossimi periodi autunnale ed invernale. L’approfondimento della sequenza insediativa, in relazione agli elementi geomorfologi e paleoambientali, e il riesame dei reperti raccolti in quasi mezzo secolo di ricerche porteranno qualificati studiosi alla pubblicazione di un articolato volume sul complesso archeologico di Frattesina, considerato “uno dei maggiori crocevia della protostoria europea”.
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Come citare questo articolo
Raffaele Peretto. “Il CPSSAE compie 50 anni”. Ventaglio Novanta, n. 50, 2015. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-cpssae-compie-50-anni/