La sezione rinascimentale, recentemente allestita presso il Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo (vedi in Ventaglio 90 n. 51 “Rovigo e il Rinascimento” di Sarah Lanzoni, pag. 8 e successive), propone, tra le altre immagini, la riproduzione di uno dei pannelli intarsiati, opera dei fratelli Canozi di Lendinara. Raffigura un libro aperto, simboleggiando l’amore per la cultura – uno dei valori fondamentali del Rinascimento – rappresentando una valida testimonianza della perizia degli artisti lendinaresi che, nella seconda metà del ‘400, espressero al meglio il loro talento in varie città dell’Italia centro-settentrionale.
Ma chi furono i fratelli Canozi, eccellenti maestri nell’arte dell’intarsio, la cui attività già al tempo fu considerata davvero prodigiosa¹?
Va subito detto che la loro vicenda di vita ed arte si dilatò ben oltre i confini del Polesine, interessando in particolare le città di Ferrara, Modena, Padova, Parma, Lucca e Pisa. Una storia sviluppatasi nell’effervescente mondo dell’arte del tempo, proprio nel momento in cui si registrava il passaggio epocale dai canoni consolidati del Gotico a quelli innovativi del Rinascimento. E va anche sottolineato come i due fratelli lendinaresi, Lorenzo (1425? – 1477) e Cristoforo Canozi (1427? – 1489), proprio per il loro riconosciuto talento, non ebbero difficoltà a valicare i confini di realtà statali diverse, superando senza problemi, barriere politiche, doganali ed amministrative.
A Lendinara
I due fratelli Canozi, appresa fin dalla tenera età dal padre marangone (ovvero falegname)² la tecnica dell’intaglio, iniziarono ben presto a realizzare nella cittadina polesana opere di un certo pregio, richiamando l’attenzione di eminenti personaggi del ducato estense. Presso la sede del municipio lendinarese è ancor oggi conservata l’unica realizzazione polesana attribuita ai Canozi: una grata monacale con artistici intagli chiaramente ispirati all’arte gotica. Un lavoro prestigioso che tradizionalmente viene fatto risalire a Lorenzo, la cui nascita, stabilita attorno al 1425, dovette precedere di qualche anno quella di Cristoforo.
La grata si trovava presso il complesso monacale di S. Agata (oggi San Francesco) e serviva a separare la parte conventuale dai visitatori esterni: le monache, schermate dalla grata, potevano colloquiare con parenti e conoscenti nei ridotti tempi loro concessi per un rapporto verbale col mondo esterno.
Storicamente va ricordato come Lendinara, cittadina di sicuro rilievo nell’ambito del ducato estense, fruisse nel ‘400 di frequenti visite di dignitari della corte ferrarese, e tuttora la piazza principale è dominata dall’alta torre eretta alla fine del ‘300 da Alberto d’Este. Non sorprende pertanto che sia giunta ai giovani fratelli – riconosciuti come abili maestri nella lavorazione artistica del legno – la richiesta di esercitare la loro opera a Ferrara, capoluogo al tempo connotato da un accentuato interesse per molteplici realizzazioni di pregio che coinvolgevano artisti italiani di sicura fama.
A Ferrara
Nella città estense i due fratelli si trasferirono dunque nel 1449, chiamati ad esercitare la loro arte inizialmente alla dipendenze di maestro Arduino da Baìso, ma poi operando in modo sempre più autonomo. Con Arduino furono compartecipi nella realizzazione, voluta dal colto e raffinato duca Leonello d’Este, dei pannelli intarsiati dello studiolo della “delizia” di Belfiore, splendido palazzo appena fuori città, di cui oggi purtroppo non esiste più alcuna traccia. E la distruzione del nobiliare edificio ha irrimediabilmente portato con sé anche quella dell’artistico lavoro a cui avevano collaborato i fratelli Canozi: la prima realizzazione in grado di “marcare” il passaggio dalla prevalente attività di intaglio su modelli gotici, a quella innovativa e tutta rinascimentale dell’intarsio.
Va ricordato che, proprio durante il fervore costruttivo e decorativo della delizia di Belfiore, si dovette registrare a Ferrara la presenza di rinomati artisti, tra cui in particolare il geniale Piero della Francesca, con cui, specie Lorenzo, stabilì un documentato legame di fraterna amicizia. Nella città estense iniziò dunque l’ascesa artistica dei fratelli lendinaresi che, prima per Leonello e poi per Borso, realizzarono, con la tecnica dell’intarsio, ammirati quadri prospettici, desunti da raffigurazioni forse suggerite proprio da Piero della Francesca.
Scomparse nel nulla le tarsie dello studiolo estense, da più parti si sono volute attribuire agli artisti lendinaresi altri pregevoli lavori quattrocenteschi, che tuttora costituiscono un motivo di vanto per Ferrara: i cori intarsiati della chiesa olivetana di S. Giorgio e di quella di S. Antonio Abate. Tali opere dalla critica più attenta sono definite “canoziane”, in quanto assimilabili alla produzione di Lorenzo e Cristoforo, ma prive di una solida documentazione che ne attesti la paternità.
Per restare a Ferrara, notizie certe riguardano invece la realizzazione dell’aulico coro del duomo, opera di grande respiro che, avviata nei primi anni del ‘500, si protrasse per oltre vent’anni, vedendo, tra i principali artefici, i discendenti dei due fratelli ed in particolare Bernardino Canozi, degno figlio di Cristoforo.
A Modena
Se Ferrara può a buon diritto essere considerata la “culla” dell’arte canoziana, ad assicurare ai fratelli lendinaresi il perdurare della fama nel tempo furono però le successive realizzazioni, a cominciare da quelle tuttora ammirabili a Modena.
Nel duomo modenese spicca in particolare il Coro riccamente intarsiato, opus….. fratres de Lendenara, (opera dei fratelli di Lendinara) come si legge nell’iscrizione, apposta quale firma dell’importante realizzazione, sotto il bracciolo riccamente intagliato del primo seggio.
La grande novità introdotta dai fratelli lendinaresi sta soprattutto nell’aver abbandonato i soggetti puramente decorativi (greche, girali e motivi ornamentali, che avevano fino ad allora caratterizzato l’attività degli intarsiatori) per proporre visioni prospettiche: pannelli rappresentanti finti armadietti, caratterizzati dal gioco di sportelli semiaperti, che lasciano vedere un curioso contenuto fatto di libri, strumenti musicali o vedute fantastiche di città. Un’acquisizione, quella della prospettiva, che nel Rinascimento ebbe come maestro di primo piano proprio Piero della Francesca con cui, come detto, i Canozi strinsero salda amicizia.
Per quanto riguarda il coro di Modena, va detto che la sua realizzazione, portata a compimento dal 1461 al 1465, è dovuta in larga misura a Cristoforo (e i suoi collaboratori), giacché nello stesso periodo Lorenzo visse a Padova (dall’inizio del secolo parte integrante dello Stato della Serenissima, vittoriosa sulla Signoria Carrarese) impegnato in un’opera analoga a quella cui attendeva Cristoforo a Modena, ovvero la realizzazione del coro della basilica di Sant’Antonio.
Da allora i due fratelli scelsero ambiti territoriali diversi, pur restando sempre in stretto contatto e utilizzando, a varie riprese, anche alcuni collaboratori comuni, in particolare Pierantonio degli Abbati, genero di Lorenzo.
Cristoforo metteva dunque saldamente le sue radici in terra emiliana, ed in particolare a Modena, nel cui duomo, oltre al sontuoso coro (1461-65), nel decennio successivo realizzò, anche il ciclo di intarsi della sagrestia (1474-77), nonché i quattro eccelsi riquadri degli Evangelisti. Opere che manifestano l’importante evoluzione artistica attuata dall’artista lendinarese, il quale non mancò di essere apprezzato anche come pittore: particolarmente interessante risulta la Madonna della colonna, datata 1482 e conservata presso la Galleria estense di Modena.
A Padova
Mentre Cristoforo otteneva ampi consensi in terra emiliana, Lorenzo esercitava con altrettanto successo la sua opera di fine intarsiatore a Padova, divenuta la sua città di elezione, portando a termine il Coro del Santo (1462-69), opera grandiosa (più del doppio del coro modenese) che gli diede chiara fama, tanto che l’intarsiatore lendinarese fu a lungo conosciuto come “l’artista del coro”.
Ma proprio a Padova, nei primi anni ’70, Lorenzo, improvvisamente, attuò un inatteso cambiamento di rotta, lasciando l’attività di intarsiatore, folgorato dalla innovativa arte della stampa, sulla scia dell’affascinante invenzione di Gutenberg. Dal 1472 al 1475 Lorenzo attivò infatti a Padova una tipografia (la prima in assoluto aperta nella città del Santo), utilizzando caratteri mobili di propria creazione, con i quali diede alle stampe, tra l’altro, le principali opere di Aristotele, volumi raffinati in lingua latina, impreziositi dal commento di Averroè, alcuni poi arricchiti da accurate miniature, pregevoli testimonianze delle prime realizzazioni venete di libri a stampa³.
Alcuni esemplari delle edizioni canoziane sono attualmente conservati presso importanti istituzioni culturali italiane, europee e degli Stati Uniti⁴, mentre è oggi purtroppo impossibile ammirare il coro del Santo, irrimediabilmente distrutto nel 1749 da un incendio, che ha risparmiato soltanto due pannelli (conservati al Santo nella Cappella di Santa Rosa da Lima) uno dei quali particolarmente interessante perché riproduce splendidamente uno scorcio della basilica di S. Antonio.
Notevole è la perizia di cui Lorenzo dà prova in questa realizzazione, manifestando una chiara scelta “verista” con la volontà di riprodurre architetture reali, a differenza del fratello Cristoforo, le cui visioni prospettiche di ambienti cittadini appaiono sempre di tipo fantastico.
Il mirabile composito lavoro del coro del Santo non era destinato a rimanere l’ultima opera attuata da Lorenzo con la tecnica dell’intarsio, giacché l’artista lendinarese venne ancora chiamato, una decina di anni dopo, a prestare la sua opera presso la basilica patavina nella Sagrestia delle Reliquie. Tuttora motivo di ammirazione sono i grandi quadri prospettici delle ante degli armadi, ultimo importante lavoro di Lorenzo, a cui si dedicò fino ad un paio di mesi prima della morte sopraggiunta il 20 marzo 1477. E al “maestro del coro” fu concesso, come da suo espresso desiderio testamentario, di essere sepolto nel chiostro della Magnolia della basilica di S. Antonio.
A Parma, Lucca e Pisa
Più ampio si presenta il panorama artistico pervenutoci col suggello di Cristoforo. Oltre che a Modena egli infatti fu chiamato ad importanti realizzazioni a Parma, dove fu attivo in due riprese: dapprima dal 1469 al 1473 per la realizzazione del coro del duomo e poi, dal 1487 al 1490, anno della morte, per gli arredi della Sagrestia dei Consorziali, opera questa caratterizzata da molte accattivanti prospettive urbane, ultimata dal collaboratore Luchino Bianchino.
Nell’intervallo tra i due impegni parmensi, Cristoforo fu chiamato in terra toscana. Innanzitutto a Lucca dove con alcuni aiuti si dedicò alla realizzazione del coro e degli armadi della sagrestia (1483-88), dando vita a quadri di notevole suggestione, caratterizzati da fantastiche visioni di città ideali.
Sarà poi la volta del coro della cattedrale di Pisa (1485-88), dove Cristoforo manifesterà una inattesa innovazione iconografica, proponendo, tra gli altri, ben 56 pannelli caratterizzati da fantasiosi congegni meccanici, che fanno pensare agli studi di Leonardo da Vinci.
Gli epigoni
Il seme gettato dai due geniali fratelli lendinaresi non venne meno con la loro scomparsa, trovando ulteriori sviluppi in varie zone. In terra veneta, specie a Treviso e Vicenza fiorì l’attività di Pierantonio degli Abbati, genero di Lorenzo, mentre in terra emiliana, a Ferrara, l’eredità fu raccolta da Bernardino, figlio di Cristoforo, a cui, come detto, si deve una parte consistente della realizzazione del coro della cattedrale estense.
E a Rovigo? Come detto, l’unica testimonianza polesana attribuita ai Canozi è rappresentata dalla grata monacale di Lendinara. Ma alcune documentazioni cinquecentesche affermano che un figlio di Lorenzo, Giovan Marco, avrebbe costruito il coro della chiesa rodigina di San Francesco, di cui però non esiste traccia.
In ogni caso è interessante osservare come la fama anche dei successori dei due fratelli, fosse rimasta legata alla primitiva origine lendinarese, come prova anche un messaggio scritto nel 1503 dal duca Ercole I a favore del figlio di Cristoforo che, nonostante la sua residenza emiliana, viene indicato come “Bernardino da Lendenara”⁵.
E da Bernardino, dopo la sua scomparsa nel 1507, il testimone passò al figlio Daniele che con altri intagliatori attese al completamento del coro ferrarese.
Quest’ultimo, identificato come Daniele da Lendinara (anch’egli dunque legato al toponimo polesano) intorno al 1510 operò anche a Modena nella chiesa di San Pietro, continuando l’attività artistica avviata con successo proprio a Modena dal nonno Cristoforo, del quale con tutta probabilità utilizzò anche alcuni modelli disegnati su cartoni a lungo conservati.
Quella di Lorenzo e Cristoforo Canozi fu dunque un’arte sbocciata improvvisamente nella seconda metà del ‘400, protrattasi con continuità fino ai primi decenni del ‘500, quando all’orizzonte si profilarono altri artisti con nuove inclinazioni stilistiche.
“Pitture lignee”, quelle dei Canozi, – come le ha definite Pier Luigi Bagatin, nel suo studio edito nel 2004 dalla trevigiana Antilia, a cui si rimanda per ulteriori approfondimenti; opere che affascinarono i contemporanei per la fantasia delle rappresentazioni e la mirabile tecnica costruttiva. E che a tutt’oggi conservano ancora intatta la loro mirabile suggestione artistica. Realizzazioni uniche, in alcune delle quali i fratelli Canozi, hanno inciso la loro firma seguita dall’appellativo “da Lendinara”, quasi a voler rendere onore alla nobile cittadina polesana ove hanno avuto i natali.
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “Lorenzo e Cristoforo da Lendinara”. Ventaglio Novanta, n. 52, 2016. https://ventaglionovanta.it/archivio/lorenzo-e-cristoforo-da-lendinara/