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STORIA - TRADIZIONI

La battaglia di Occhiobello

Avvenuta tra l’8 e il 9 aprile del 1815, rappresentò lo scontro decisivo che pose le basi per la costituzione del Lombardo-Veneto

di Franco Gemelli

Ventaglio Novanta n. 52 2016 pp. 60–63

La battaglia di Occhiobello, avvenuta l’8-9 aprile del 1815 tra le truppe napoletane guidate da Gioacchino Murat e quelle austriache comandate dal gen. Frimont, fu lo scontro decisivo che pose le basi per la costituzione del Lombardo-Veneto, dando inizio pertanto al dominio austriaco nelle nostre terre, con la conseguente conclusione della presenza francese nel Nord Italia. Tale evento, tuttavia, non trova nei testi scolastici di storia il suo giusto risalto e pertanto merita una doverosa rivalutazione per aver causato una vera rivoluzione sulla geografia politica dell’Italia.

Due recenti avvenimenti hanno permesso di ampliare le nostre conoscenze sui retroscena e sulla dinamica dello scontro bellico: nel 2010 lo studioso Christian Rossi rintracciava presso l’Archivio di Stato di Vienna il costituto (verbale dell’interrogatorio) di Cecilia Monti d’Arnaud, una delle protagoniste delle vicende carbonare del Polesine, il cui interrogatorio fu condotto dal Commissario Attuario Gradenigo e dal Commissario Capo Carlo Lancetti, vecchia conoscenza dei carbonari polesani in quanto artefice dell’arresto di Antonio Oroboni; inoltre nell’aprile del 2015 ha avuto luogo ad Occhiobello un convegno internazionale di studi storici sul bicentenario della battaglia con la collaborazione fondamentale degli storici locali Maurizio Romanato e Alberto Burato. Alla luce di questi importanti contributi possiamo ora delineare con maggiore precisione le vicende che portarono alla sconfitta di Murat e alla fine del suo sogno di creare un regno italico sotto la sua reggenza.

Il contesto storico

Il 1815 fu un anno di straordinaria importanza non solo per le sorti dell’Italia bensì dell’intera Europa. Dal novembre dell’anno precedente si svolgeva a Vienna il Congresso che aveva riunito tutti i Grandi dell’epoca per ridisegnare la carta politica dell’Europa dopo che le armate napoleoniche avevano scorrazzato per l’intero continente sovvertendo l’ordine costituito.

In Italia resisteva, sul trono di Napoli, Gioacchino Murat, nominato re da Napoleone, il quale, dopo essere stato costretto all’abdicazione del trono di Francia, si trovava confinato nell’isola d’Elba, apparentemente isolato dal resto dell’Europa, ma in realtà con il segreto proposito di una rivincita.

A breve avrebbe colto la prima occasione per eludere la sorveglianza; l’opportunità si sarebbe verificata non appena al commissario Campbell, preposto al suo controllo, fosse concessa una licenza per recarsi a Londra. Napoleone astutamente mostrava di volerlo trattenere, ma in realtà era consapevole che prima o poi Campbell avrebbe ottenuto l’autorizzazione per assentarsi dall’isola, ed allora avrebbe messo in pratica il suo piano per imbarcarsi per la Francia.

Quanto all’Italia, Napoleone sapeva che il cognato Gioacchino Murat (aveva sposato sua sorella Carolina), da Napoli avrebbe mosso il suo esercito verso nord con l’intenzione di riunificare l’Italia sotto un unico scettro. Un piano questo che il Bonaparte non condivideva perché avrebbe potuto suscitare delle ostilità nei suoi confronti¹.

Il 26 febbraio 1815, dunque, approfittando dell’assenza del colonnello Campbell incaricato della sua sorveglianza, Napoleone fuggì dall’Isola d’Elba. La fuga era stata a lungo organizzata di nascosto, ristrutturando il brigantino Incostant, apparentemente inutilizzabile, che era ormeggiato in rada.

Da Villa dei Mulini, insieme ai suoi fidi collaboratori, dopo aver salutato la madre Letizia e la sorella Paolina, Napoleone scese verso il porto tra due ali di folla. Al momento di imbarcarsi sulla scialuppa, fu avvicinato dal sindaco di Portoferraio Traditi, che cercò di leggere un saluto con la voce strozzata dalla commozione. Dopo quest’ultima formalità, fu accompagnato dal capitano Chautard sull’Incostant che salpò alla volta della Francia.

Mentre il colonnello Campbell, tornato il giorno dopo sull’isola, si rendeva conto di essere stato beffato, nel sud dell’Italia la notizia della fuga di Napoleone suscitava grandi aspettative: Murat (che era rimasto neutrale nel corso degli ultimi eventi, temendo che il Congresso di Vienna potesse mettere in pericolo la propria sovranità sul regno di Napoli a favore di Ferdinando protetto dagli inglesi) decideva di rompere gli indugi sull’onda delle notizie provenienti dalla Francia e di realizzare il suo piano per la conquista dell’Italia.

L’avventura di Murat

Il proclama di Rimini

Il 15 marzo Murat dichiarò guerra all’Austria e, forte di un esercito di 45000 uomini, attraversò l’Italia centrale. Il 30 marzo, a Rimini, emise un Proclama, con il quale cercava di ottenere una sollevazione degli Italiani, indirizzato soprattutto ai numerosi veterani delle guerre napoleoniche. Con parole accorate (“Italiani! L’ora è venuta che debbono compiersi gli alti vostri destini.”), sperava di suscitare un sentimento di ribellione che fino a quel momento era stato invero alquanto tiepido².

La risposta degli italiani fu però piuttosto deludente, sia a causa della vigile presenza dell’esercito austriaco, sia perché appariva sempre più evidente che l’intento di Murat mirava essenzialmente alla difesa ed alla conservazione del proprio Regno, piuttosto che soddisfare l’anelito di libertà dei patrioti italiani.

L’occupazione di Ferrara

Il 2 aprile Murat entrò in Bologna dove incontrò il colonnello ferrarese Francesco Neri, un ex ufficiale bonapartiano che al comando di circa 300 ex commilitoni si mise a sua disposizione. Il Neri era un ufficiale di grandi capacità, animato da spirito audace e conoscitore del territorio in cui operava Murat in quel momento.

Il 6 aprile, al comando di un manipolo di coraggiosi, scalò le mura di Ferrara, aprì la Porta Paola permettendo alle truppe di Murat di dilagare nella città che fu così occupata militarmente. Gli austriaci, al comando del generale Lauer, si ritirarono nella Fortezza (ora non più esistente, a parte i baluardi di Santa Maria e San Paolo).

Il giorno 7, alle ore 11, Murat entrava in Ferrara ed intimava la resa agli austriaci che dall’interno della Fortezza risposero con una cannonata.

Gli intrighi di Cecilia Monti

A Ferrara si trovava anche Cecilia Monti, al tempo dimorante a Fratta Polesine, affascinante quanto intrigante personaggio femminile politicamente legata alla causa bonapartista. Fedele alle direttive di Napoleone, era determinata a impedire che Murat oltrepassasse il Po.

Dopo aver preso alloggio all’albergo Leone Bianco avviando i contatti con i carbonari locali, la mattina del 7 aprile, in una città in preda al caos ed ancora disorientata dall’impresa del Neri, si riunì con i capi carbonari di Ferrara. Costoro rivelarono che il giorno seguente, in coincidenza con il tentativo delle truppe napoletane di oltrepassare il Po ad Occhiobello, avrebbero fatto suonare a martello le campane di quella località: un segnale per far insorgere i carbonari del paese che avrebbero preso alle spalle gli austriaci mettendoli in difficoltà in concomitanza con l’attacco sferrato da Murat.

Cecilia, rendendosi conto che la carboneria ferrarese era completamente allineata sulle posizioni muratiane, decise di giocare d’astuzia per sabotare il piano, proponendosi di andare di persona ad Occhiobello allo scopo di avvisare il pretore del luogo incaricato di mettere in pratica il segnale convenuto.

Ma i suoi intenti per ostacolare i progetti di Murat non finivano qui: riuscì infatti a prendere contatti con il colonnello Neri (nel frattempo nominato generale di brigata), l’eroe che aveva permesso di espugnare Ferrara, l’idolo del momento, l’uomo chiave per la conoscenza del campo di battaglia e per la sua indole valorosa. Cecilia lo invitò a cena nel suo albergo dove il neo-generale, notoriamente molto sensibile al fascino femminile, venne completamente ubriacato.

Non sappiamo in quale modo Cecilia sia riuscita ad ubriacare il Neri perché nulla trapela dal suo costituto, né il Commissario Lancetti (da austero funzionario asburgico) sembrò interessato ad approfondire l’argomento. Tuttavia per gli amanti del gossip, si può arguire che la sua arte seduttiva abbia avuto facile gioco sul suo focoso commensale.

La mattina dell’8 aprile Cecilia fuggì con i documenti sottratti al Neri e si diresse verso il ponte di Occhiobello che riuscì ad oltrepassare. Oltre il ponte vi erano gli avamposti austriaci posizionati per l’imminente battaglia. Cecilia riuscì a superare anche i loro controlli: si può ipotizzare che abbia avuto un lasciapassare essendo stata per lungo tempo l’amante di un generale austriaco di cavalleria di nome Kunzer dal quale aveva avuto tre figli. Naturalmente tralasciò di dare l’allarme: le campane di Occhiobello rimasero mute e gli artiglieri austriaci si poterono posizionare tranquillamente nei loro avamposti.

La battaglia di Occhiobello

Dopo un paio d’ore iniziò la battaglia, durante la quale Murat non poté far conto né sull’azione di disturbo dei carbonari occhiobellesi, che avrebbero dovuto mettere in difficoltà gli artiglieri austriaci prendendoli alle spalle, né sull’aiuto del generale Neri, rimasto in una stanza d’albergo in preda ai fumi dell’alcool.

Il contingente austriaco, invece, al comando del generale Johann Freiherr von Mohr, aveva avuto tutto il tempo per dispiegare l’artiglieria in zone fangose dove le palle dei cannoni napoletani si sarebbero impantanate senza sortire effetti distruttivi. Inoltre parte delle truppe napoletane erano state lasciate a presidiare Ferrara per cingere d’assedio la fortezza nella quale si era asserragliato il generale Lauer.

Anche se Murat poteva contare su un maggior numero di effettivi (25000 contro 10000 austriaci), Mohr tuttavia poteva schierare una nutrita forza di artiglieria superiore per gittata e capacità distruttiva. D’altra parte la superiorità numerica dei napoletani si sarebbe vanificata nell’attraversamento del ponte, quando le truppe sarebbero state costrette ad allinearsi senza poter fare massa critica contro il nemico. Se qualcuno fosse anche riuscito a varcare il ponte, avrebbe trovato poi le postazioni di artiglieria pronte a falcidiare inesorabilmente gli assalitori.

Dopo numerosi inutili attacchi fu decisa una carica con un reggimento di dragoni, ma anche questa risultò inutile. Nel pomeriggio, con otto ore di ritardo, arrivò il generale Neri quando la battaglia volgeva ormai inesorabilmente verso la sconfitta. Il giorno dopo furono fatti altri tentativi che non modificarono le posizioni in campo, finché Murat, sfiduciato per le ingenti perdite, decise di ritirarsi.

Nello stesso giorno, inoltre, gli veniva recapitata una lettera nella quale Lord Bentinck gli annunziava che l’Inghilterra era intenzionata ad aiutare l’Austria con tutti i mezzi di terra e di mare ritenendo ormai rotto l’armistizio.

Epilogo

La battaglia di Occhiobello segnò la svolta del conflitto austro-napoletano che si avviò così verso la sconfitta di Murat. Questi si diresse verso Sud e a Tolentino nelle Marche si scontrò con il generale asburgico Federico Bianchi che lo costrinse alla resa (2 maggio 1815).

Murat, sconfitto a Tolentino si rifugiò dapprima in Francia, mentre Napoleone veniva definitivamente sconfitto a Waterloo (18 giugno 1815). Passava poi in Corsica per tentare quindi di impossessarsi nuovamente del regno di Napoli sbarcando a Pizzo Calabro, dove veniva catturato e fucilato il 13 ottobre 1815.

A conclusione di tali eventi, Rovigo, dopo venticinque anni di guerra, di spoliazioni, di rapine perpetrate dalla dominazione francese, entrava a far parte dell’Impero austro-ungarico con un grande carico di aspettative per la pace e la crescita economica. La città diventava capoluogo di provincia, ottenendo la patente di città regia con diritto di un proprio rappresentante presso la congregazione regionale di Venezia.

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Come citare questo articolo

Franco Gemelli. “La battaglia di Occhiobello”. Ventaglio Novanta, n. 52, 2016. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-battaglia-di-occhiobello/

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