Quest’anno ricorre il decimo anniversario della morte di mio padre – il maestro Giuseppe Rigolin – deceduto il 31 ottobre 2006. Dieci anni sono ormai trascorsi, ma il vuoto che ha lasciato si fa sentire ancora perché riempiva la vita di tutti noi familiari e non solo.
Tanto si potrebbe dire e raccontare della sua vita (l’attività di insegnante, di promotore di iniziative economiche e di miglioramento delle condizioni di vita nel Delta, il ruolo di presidente della Camera di Commercio di Rovigo, ed altro) ma, ricorrendo proprio quest’anno anche il 70° anniversario del suo ritorno dalla prigionia (febbraio 1946), lo voglio ricordare soprattutto citando alcuni passi tratti dal suo secondo libro 1940-1945 Si è fermato il tempo (Panda Edizioni Padova, 2000)
Nel volume egli narra fatti e avvenimenti vissuti in quegli anni e la sua dura esperienza di prigioniero di guerra nel campo di Hereford, Texas, Stati Uniti, vicende che sono state descritte nel 2011 anche dal giornalista, saggista e storico Arrigo Petacco nel suo libro Quelli che dissero di no (Mondadori Editore) e che riguardano coloro che al tempo, nonostante le vessazioni cui furono sottoposti durante la prigionia, non vollero tradire il giuramento di lealtà a suo tempo fatto nei confronti dello stato italiano.
Si tratta in definitiva di un gruppo di italiani “irriducibili” che, catturati prima dell’8 settembre – prima pertanto dell’annuncio dell’uscita dell’Italia dalla guerra, cui seguì il cambiamento delle alleanze – non intesero “abiurare”, restando fedeli al giuramento fatto, senza cedimenti, nonostante le angherie cui venivano sottoposti dal comando statunitense per farli cedere.
La vita al campo
Giuseppe Rigolin, fatto prigioniero durante lo sbarco degli Alleati in Sicilia (luglio 1943), fu dapprima portato a Orano (Algeria) e poi a Casablanca (Marocco) dove fu imbarcato su una nave con centinaia di altri commilitoni. Arrivato a Newport News nello stato della Virginia e trasferito nel campo di concentramento di Monticello, nello stato dell’Arkansas, fu poi condotto nel campo di Hereford, nello stato del Texas (marzo 1944), avendo rifiutato di sottoscrivere l’atto di collaborazione con gli americani.
Ben presto la vita al campo si presenta con la monotonia di giorni tutti uguali, nell’inutile attesa di una soluzione del tutto sconosciuta ai prigionieri e anche ai militari statunitensi di guardia. Per non cadere nella più cupa depressione ci si arrangia come si può, riuscendo, pur nelle ristrettezze della prigionia a coltivare qualche hobby. (…) Sapevamo – annota Giuseppe Rigolin nel suo libro autobiografico – che alcuni nostri compagni scrivevano racconti che venivano riportati sul giornalino del campo (…) Giuseppe Berto avviò la stesura del romanzo pubblicato in Italia dall’editore Longanesi, al rientro dalla prigionia nel 1946 con il titolo “Il cielo è rosso”. Altri amici sarebbero poi diventati scrittori di valore come Tumiati e Troisi. (Gaetano Tumiati scrisse, tra l’altro, “Prigionieri nel Texas” – Mursia Editore – 1985, libro regalatomi da mio padre con la dedica “A futura memoria”).
(…) Parte della giornata era dedicata alle attività sportive e non poteva mancare, logicamente, per noi italiani il calcio (…) Nell’estate 1944 si svolse il primo torneo () La cronaca sportiva veniva redatta da un giornalista, Armando Boscolo di Chioggia (Boscolo descrisse l’esperienza del campo di concentramento nel libro “Fame in America” – Edizioni Europee Milano 1954).
(…) Frequentavo le mostre dei pittori tra i quali ricordo Gambetti Dino della provincia di Mantova; Burri, ufficiale medico, in prigionia scoprì la sua passione per la pittura che lo portò alla rinuncia della professione (…)
La fame
Il periodo più brutto dell’esperienza di prigioniero viene raccontato nel capitolo Autunno del 1944. La fame dove, fra l’altro, descrive la visita dell’Arcivescovo cattolico di Amarillo che volle recarsi nel campo di concentramento, dopo avere saputo del pessimo trattamento riservato ai prigionieri italiani: Arrivò al campo, chiese di essere ricevuto dal comandante americano, pretese ed ottenne di pranzare alla mensa della terza compagnia a tavola con il nostro generale e con noi. Poté constatare di persona che, in quella giornata, era prevista una salacca in otto accompagnata da due fette di pane bianco come il latte ma di ridotta sostanza perché confezionato con farina di riso.
La fame è davvero cronica e la ricerca di cibo è spasmodica: (…) Alcuni ufficiali catturarono un serpente, lo scuoiarono e lo arrostirono (…) Sparirono anche le cavallette ben numerose nel campo: l’idea venne al tenente conte Foscari della nostra baracca che, aiutato da alcuni di noi per la raccolta, pensò di friggerle poi, nell’olio usato come brillantina per i capelli.
(…) Per il campo circolavano larve d’uomini costretti solo dalla necessità di recarsi alla baracca servizi. Il calo di peso variava in media sui 20/25 chilogrammi a testa. Per quanto mi riguarda ero passato dai 68/70 chili a 50 (…). La mancanza di notizie da casa aggravava la già precaria condizione psicofisica (18.4.’45). Dopo 21 mesi finalmente ricevo notizie (…).
(19.9.’45) Un altro compleanno di prigionia! Peggiore di tutti gli altri perché l’accumularsi dei giorni ai giorni, dei pensieri ai pensieri, delle sofferenze alle sofferenze ha creato stratificazioni di amarezze (…).
Questo è certamente il periodo più triste della mia vita. Costretto a mangiare bucce di patate, tutoli di granoturco ed altre bestialità del genere (…).
Gli irriducibili
Le notizie che circolavano nel campo sembravano create ad arte dagli americani per tenerci in perenne stato di ansia. L’ultima ordinanza diramata ci informava che, essendo finita la guerra su tutti i fronti, bastava solo una dichiarazione orale alla presenza di un ufficiale americano che fungeva da notaio, senza alcuna firma da parte nostra per chiudere la partita (…) Ma noi superstiti, ridotti ormai in numero di 346, preferimmo non abboccare.
(24.1.’46) Ho fatto il mio dovere per quanto allo stato attuale di capovolgimento, di anomalie sia più facile accusarmi del contrario. La guerra è finita (…) Non sono uno spostato. Sono convinto di essere stato lineare con me stesso (…) Affiorava sempre il dramma della mia coscienza (…) Ero partito giovane, carico di belle speranze e di idealità e mi ritrovavo di dover accettare la condizione di uomo fino in fondo con tutte le implicazioni che la parola sconfitta comportava (…).
Il ritorno
(30.1.’46) Finalmente si parte (…) Il campo alle nostre spalle era diventato deserto (…) Sulle torrette di guardia abbandonate non appariva più il volto del “caman” ringhioso pronto a sparare (…) Ora guardavo avanti con speranza, volevo dimenticare le amarezze, cancellare i ricordi penosi, svellere il tormento radicato nel cuore (…) Ecco la guerra, da me accettata con l’entusiasmo dei miei vent’anni, ed il tempo si fermò per cinque anni (…) Un futuro ancora incerto, ma speranzoso stava davanti a noi: il tunnel oscuro della prigionia lasciava intravedere la tenue luce dell’uscita.
Una storia pressoché sconosciuta
Le vicende narrate da Giuseppe Rigolin hanno trovato conferma anche nel libro di Arrigo Petacco Quelli che dissero di no, con sottotitolo 8 settembre 1943 La scelta degli italiani nei campi di prigionia inglesi e americani, dove vengono descritte le vicissitudini di quei soldati che, dopo la firma dell’armistizio, erano prigionieri degli inglesi e americani, e raccoglie le testimonianze di quella cospicua minoranza che scelse di non tradire. Un libro che restituisce voce e memoria ad alcuni di quei protagonisti e riporta alla luce una tessera significativa, spesso rimasta in penombra, di quel mosaico di esperienze e avventure personali che ha caratterizzato l’altra Resistenza.
Vicende che – come sempre affermato da mio padre – furono certamente diverse, meno tragiche e non paragonabili a quelle vissute da chi fu deportato nei campi di concentramento nazisti e da cui molti non tornarono, ma sempre comunque condizioni di sofferenza e angoscia.
Due sono i capitoli nei quali Petacco narra fatti già descritti da mio padre:
– XIV Il campo degli irriducibili – Hereford nel Texas, il più grande dei dodici campi di prigionia americani, dove erano stati concentrati tutti gli ufficiali e sottufficiali che, dopo l’8 settembre, si rifiutarono di collaborare. Fra questi, personaggi che poi diverranno famosi come gli scrittori Giuseppe Berto e Gaetano Tumiati, il pittore Alberto Burri, il giornalista Armando Boscolo e altri;
– XVII Fame in America – I prigionieri del campo di Hereford, definito “Fascist Criminal Camp”, furono quelli che subirono gravi pressioni fisiche e morali perché nessuno aveva accettato di firmare l’atto di collaborazione, subendo quindi maltrattamenti di vario genere, sino a patire la fame.
Io ho avuto la fortuna, sin da ragazzo, di sentire rievocare quelle vicende con tanta emozione e dovizia di particolari da chi le ha vissute in prima persona: mio padre e i suoi compagni di prigionia, con i quali durante la vita sempre mantenne solidi legami; e se dubbi potevano sorgere leggendo il suo libro questi sono stati certamente fugati dal testo di Petacco.
Ancor oggi mi trattengo nel suo studio – che è rimasto come quando lui era in vita – a sfogliare i suoi documenti, i suoi scritti, le fotografie… Fra le varie testimonianze trovo il fascicolo della Compagnia Universitari del 58° Reggimento Fanteria “Abruzzi”, stampato a Padova nel 1941 e scritto in chiave satirica e goliardica contenente racconti, immagini, vignette riguardanti la vita militare e tutti i volti dei componenti la compagnia, disegnati in forma caricaturale; i suoi quaderni con appunti in italiano e inglese e sui quali è impresso il timbro “Prisoner of war camp Hereford Texas”; i ritagli originali dei giornali: The New York Times, Arkansas Gazette, Il progresso italo-americano degli anni 1943 e 1944 con immagini dell’epoca; l’album di Dino Gambetti dedicato “Ai P.O.W. del campo di Hereford”, contenente ventiquattro litografie che raffigurano il campo, momenti di vita quotidiana dei prigionieri, il tornado, la neve, la caccia all’ultimo gatto, una salacca in otto, ecc.
A settant’anni dalla fine della guerra e del suo ritorno in Polesine ho voluto ricordare questo tragico periodo della vita di mio padre richiamando la sua testimonianza su fatti realmente vissuti, ma poco conosciuti e di cui raramente si è parlato, e lo voglio ringraziare ancor oggi per essere stato guida ed esempio di rettitudine, coerenza e lealtà.
Il primo dopoguerra. Contarina e la tragedia dell’alluvione
Una parentesi tragica quella della guerra, seguita dalla voglia di riannodare i fili con il passato spezzato dai drammatici avvenimenti bellici. Ma quando tutto sembrava avviato verso un futuro promettente e sereno a Contarina (attuale Porto Viro), con il matrimonio, la nascita dei figli, la scuola, l’amore per il Delta, l’impegno nel sociale, la passione politica… ecco la tragica alluvione del 1951 con il dramma personale accomunato a quello di moltissime altre famiglie, la distruzione, la paura, la sofferenza, l’abbandono del territorio.
Bisognava ricominciare, ricreare la speranza, la fiducia e Giuseppe Rigolin, con l’allora sindaco Guido Pregnolato e tanti altri, appartenenti al Comitato d’emergenza, non abbandonarono il paese anzi, proprio per l’amore verso la propria terra, rimasero al loro posto, organizzando dapprima l’allontanamento della popolazione ed il controllo del territorio e iniziando poi il faticoso cammino della ricostruzione.
I ricordi e l’amore per il territorio del Delta
Con noi figli parlava spesso – soprattutto negli ultimi anni quando il cuore si apre ai ricordi – del suo amore per il Delta, della sua vita dedicata all’insegnamento, ma anche del suo impegno per il miglioramento delle condizioni di vita di quelle popolazioni che amò, lui originario di Lendinara, sin dal primo giorno del suo arrivo in basso Polesine.
Parlava delle sue attività e dei vari incarichi pubblici assunti nel corso degli anni, che lo videro protagonista e, a volte, anche silenzioso e sofferente testimone. Parlava delle numerose persone che aveva incontrato e conosciuto, soprattutto di quelle più semplici e umili, di successi e soddisfazioni ma anche di difficoltà, dubbi, delusioni; mai vantandosi dei traguardi raggiunti ma sempre con tanta serenità, con tanta fiducia, con senso di lealtà, dovere e rispetto verso gli altri e verso le Istituzioni.
Era appagato per quello che la vita gli aveva riservato, sia pure tra numerosi avvenimenti ed imprevedibili vicissitudini, e grande era la soddisfazione per essere riuscito a scrivere i suoi ricordi, che ci permettono di ripercorrere fatti ed eventi accaduti in oltre un secolo se consideriamo la commovente descrizione del “Nonno”, nato nel 1854, per arrivare all’incontro, avvenuto nel 2002 a Porto Viro, con i “Figli dell’alluvione”, così chiamati perché nati nel 1952 e quindi concepiti in gran parte nel 1951.
Le sue memorie sono raccolte in tre volumi:
• nel libro Ricordi maestro quel giorno di novembre… (1999), racconta il primo anno di insegnamento a Scanarello nel 1939, la natura e l’ambiente, la realtà sociale, l’amicizia e l’amore;
• nel secondo libro 1940-1945 Si è fermato il tempo descrive la sua esperienza personale ed umana vissuta tra il 1940 e il 1945;
• nel terzo volume, intitolato Lungo le rive del grande fiume – Gente della Bassa, uscito nel 2003, racconta gli avvenimenti, il vivere quotidiano, personaggi e luoghi, esperienze e fatti, sentimenti e ricordi, abbracciando un periodo che va dalla fine del secondo conflitto mondiale al 2002.
La sua gioia più grande, come spesso ripeteva e come ha scritto nella prefazione al primo libro, era quella di aver reso (…) omaggio alle persone del Delta: uomini e donne, braccianti e pescatori, vissuti in un periodo in cui le difficoltà della vita quotidiana erano palpabili in ogni circostanza; sacerdoti, medici, insegnanti e tutti coloro che hanno condiviso sofferenze e passioni in un’ansia comune di riscatto morale e materiale; persone dimenticate di cui poco e niente si è scritto. Tuttavia esse sono rimaste nei ricordi tramandati di generazione in generazione ed hanno lasciato un segno profondo in questo territorio meraviglioso che costituisce patrimonio ineguagliabile ed
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Come citare questo articolo
Leone Rigolin. “Il “prigioniero” Giuseppe Rigolin”. Ventaglio Novanta, n. 53, 2016. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-prigioniero-giuseppe-rigolin/