Il centenario della Grande Guerra (1915-18) ha riacceso l’interesse per le tragiche pagine del cruento conflitto, facendo emergere alcuni episodi sconosciuti o poco noti.
Tra questi, credo opportuno ricordare la particolare esperienza vissuta dal polesano Vittorio Brognara, caporale della brigata Acqui. Egli, a fine guerra, quando i cannoni avevano da poco smesso di tuonare, ebbe l’avventura di trovarsi ad essere il primo militare ad entrare in Trento appena abbandonata dagli Austriaci.
A seguito degli esiti positivi della battaglia di Vittorio Veneto, dopo il 30 ottobre 1918, il grande esercito austro-ungarico, completamente sbandato, ripiegò in una fuga disordinata. Già il 3 novembre, il giorno precedente la cessazione delle ostilità sancite dall’armistizio sottoscritto a Villa Giusti, le truppe italiane senza ostacoli entrarono a Trento e Trieste.
Per quanto riguarda Trento, fu proprio il polesano Vittorio Brognara, il primo a mettere piedi nella città, anticipando l’arrivo delle prime truppe e dei cavalleggeri che issarono, tra la popolazione acclamante, la bandiera tricolore sul castello della città.
Una testimonianza diretta, quella di Brognara, raccontata a familiari negli ultimi anni della sua secolare vita, divulgata, attraverso alcuni articoli apparsi su quotidiani a partire dal 1997, fissata in un audiovisivo che evidenzia commozioni e sofferenze di un vecchio reduce e l’amorevole figura di un patriarca, attorniato da affetti calorosi. Un frammento di storia nella quotidianità del primo conflitto mondiale, che si collega alle grandi pagine della storia d’Italia, nel giorno in cui si concretizzò il sogno dell’unità nazionale.
Vittorio Brognara, nato a Crocetta di Badia Polesine il 29 marzo 1897, si trasferì a Ceneselli nel 1905, seguendo la famiglia contadina alla ricerca di lavoro tra stalle e campagne. Fu chiamato alle armi nel settembre 1916 e il 9 ottobre venne affidato alla brigata Cuneo (8° reggimento), in quei giorni impegnata nell’ottava battaglia d’Isonzo. Il 3 maggio 1917, passò al 18° reggimento della brigata Acqui e le sue testimonianze confermano i luoghi in cui la stessa brigata fu attiva.
“Prima di giungere a Trento – riferisce Vittorio nel filmato – eravamo stati nel Friuli, sull’Altopiano di Asiago, a Castagnevizza, sull’Isonzo, sul Tagliamento, sul Piave. Io fui ferito tre volte”.
Spesso si trovò a comandare pattuglie e perlustrazioni, ad eseguire periodici assalti. “Quando uscivamo in azione – continua – avevo con me 8-10 uomini. Eravamo sempre in avanguardia e per noi i rischi erano altissimi. Ritornavo sempre con pochi uomini. Spesso erano ridotti a brandelli dalle granate, dalle mine, crivellati dalle mitragliatrici. Io chiedevo dal cielo una pallottola nemica in fronte, per farla finita una buona volta”. Si commuove il vecchio fante e si esprime a fatica con i suoi cent’anni.
Il primo novembre 1918 la sua brigata si trasferisce con la 32°divisione ad Ala; da qui per Brognara si aprono quei quaranta chilometri che lo portano ad entrare nella storia, anche se la sua azione, nel rispetto di precisi ordini, passò inosservata e presto dimenticata, come un reperto sepolto che solo particolari e favorevoli circostanze possono giungere a riportare alla luce. Così ricorda la sua missione: “E’ venuto l’attendente del capitano, il capitano Polidori, un calabrese, lo ho sempre in mente, era duro, una cosa esagerata. Mi dice: ‘Vittorio, guarda che il capitano ti ha destinato di andare di pattuglia’. Ancora di pattuglia, ciò sempre mi. Una volta che ero di pattuglia la gamba destra era finita in una crepa e si era rotta, ciò; l’avevano legata e lasciata così. ‘Prendi la strada per Trento’. C’era solo quella. Sono partito con due soldati volontari, faceva freddo, non potevamo neanche fumare; se si vedeva una luce attaccavano a sparare. Abbiamo camminato, i fucili avanti e noi dietro. Alle sei del mattino siamo entrati in città”.
Il suo racconto continua:” Vedevamo i fucili abbandonati in strada. C’erano dei soldati austriaci che si stavano mettendo in borghese. Quando ci vedevano dicevano:’ bono italiano’. Siamo arrivati in piazza: non c’era nessuno. Saltò fuori un vecchietto: ‘Alora taliani come andema?’.
Risposi che eravamo lì di pattuglia. Ci ha dato da mangiare un po’ di minestra. Noi avevamo la nostra scorta di pane, l’abbiamo messa nella gavetta. Possiamo mangiare tranquilli? ‘Mangiate tranquilli, sapevamo che arrivavate’. Non si vedeva nessuno la gente era dietro le imposte. Alla fine sono usciti tutti. ‘Volete qualcosa? L’andiamo a prendere’. Abbiamo girato per delle ore di qua e di là. Alle undici sono arrivati gli altri”.
Questo dunque il ricordo di quella indimenticabile giornata. Finita la guerra, Brognara nel 1921 si sposò con Maria Massari, sedicenne di Trecenta, e nel 1939 si trasferì a Castelmassa. Fu l’alluvione del Po nel 1951 a determinare il suo allontanamento dal Polesine. Si stabilì con la famiglia a Fagnano Olona, nel varesino, dove continuò il lavoro di contadino con mansioni anche di giardiniere. Qui nel 1993 morì la moglie.
Fu all’età di cento anni che Brognara espresse il desiderio di ritornate a Trento, dopo aver raccontato le sue vicende di guerra grazie alle insistenze di Aldo Tronconi, presidente della sezione Combattenti e Reduci di Solbiate Olona, e la collaborazione della nipote di Vittorio, Nadia, del marito Massimiliano Pozzato e del figlio Marco, che curarono la registrazione delle testimonianze.
Si giunse così al ricevimento nel municipio di Trento, dove il sindaco onorò il vecchio fante con la consegna della riproduzione dell’aquila di San Venceslao, simbolo della città, ricevendo in cambio la sua gavetta. Seguì l’incontro sulla tomba di Cesare Battisti con i nipoti dell’eroe, Mimma e Marco. Anche Fagnano Olona gli assegnò una medaglia d’oro in segno di stima e riconoscenza.
E’ auspicabile che in un prossimo futuro – almeno nella ricorrenza del centenario della fine della grande guerra – anche il Polesine giunga a lasciare un doveroso ricordo di questa figura di soldato, tra gli ultimi di quella miriade di eroi senza fama, che vissero con in prima persona la tragedia della grande guerra.
E tra questi permettetemi di ricordare mio nonno Raffaele Peretto, del quale porto il nome. Era sposato e padre di tre figli. Cent’anni fa cadde dilaniato nel pomeriggio del 10 ottobre 1916 durante l’ottava battaglia d’Isonzo. Era il giorno dopo dell’arrivo di Brognara nella stessa zona di guerra¹.
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Come citare questo articolo
Raffaele Peretto. “Anticipò la liberazione di Trento”. Ventaglio Novanta, n. 55, 2017. https://ventaglionovanta.it/archivio/anticipo-la-liberazione-di-trento/