Come affermava Marcel Proust: il mondo non è stato creato una volta, ma tutte le volte che è sopravvenuto un artista originale.
C’è un filo sottile che lega le opere di Osvaldo Forno ai suoi pensieri. Spesso il tratto inganna, se osservato con superficialità. Ma è proprio scavando nelle forme e nei colori, nei tratti più o meno accentuati degli oggetti raffigurati in bianco e nero, negli accostamenti cromatici o nell’assenza di tinte sgargianti che esce davvero la sua anima.
L’artista rodigino si lascia ispirare e, prima di tutto trasportare, da un intenso vissuto. Esperienze interiori che l’hanno segnato per sempre e che si trasformano nei suoi dipinti.
Gli sta stretta Rovigo. Fin da giovane non si sente capito, accolto, stimato: nulla di meglio per scatenare emozioni proficue per la sua arte. Non più “veduta”, ma “visione interiore”: ecco che l’idillio leopardiano emerge in Forno, portandolo a concretizzarsi in spunti per elaborare una riflessione più profonda.
Si parte dalle cose semplici, dalla quotidianità, da ciò che offre la vita.
Con in mano quella che lui stesso definisce ‘bacchetta magica’, la matita, Forno, propone con ingegno e abilità le nature morte legate agli affetti e ai ricordi da conservare: i suoi preziosi pennelli, ritratti in un barattolo recuperato, limoni, occhiali da vista, palline da ping pong; poi fiori adagiati in un vaso, tazze, cuccume, mele lucide, teiere di maiolica bianchissima, e, a fare da sfondo, le stoffe, le tovaglie, i canovacci, accostati a lisci piani e tavoli, benchè stropicciati e dall’evidente uso, come il vissuto.
Ma Forno è anche altro. La sua produzione artistica è protesa verso diversi stili pittorici, sperimentati per dare sempre più voce al rapporto-conflitto uomo-natura, al passaggio da civiltà contadina a urbana, mantenendo costanti le emozioni che l’una e l’altra sanno dare. “Io non guardo mai al futuro perchè quello non lo conosco. Guardo sempre al passato perchè quello l’ho vissuto e solo da esso posso imparare a migliorare e ad andare avanti. Inoltre sono convinto che, in tempi così duri e aspri, solo la bellezza, l’arte ci può ancora salvare” afferma l’artista, che dà vita al filone dell’optical art: si ripete il motivo della scacchiera per creare figure dalle geometrie smussate, sperimentazioni che portano a voler gridare il suo distacco dall’appiattimento moderno, dell’espressione e degli stili.
Forme e luce, colori vivi, si impongono per trovare nella tela una identità, per ribadire una lotta per non globalizzare, massificare, appiattirsi in schemi condivisi e già vecchi, insignificanti, anti-identitari. L’anatomia dei soggetti rappresentati è fantastica, tutt’altro che realistica, così come le sue sculture in legno: metropoli e ammassi cittadini con lunghi tentacoli, alberi e piante con radici che vanno verso l’alto, un generale stilizzato con la testa di pappagallo e un pettine in mano, una maternità con montagne e nuvole, un ingegnere incravattato, con troppe idee in testa e la bocca spalancata quasi a gridare che sta impazzendo.
Il viaggio introspettivo di Forno è un’avventura infinita alla Bernard Shaw: ‘si usano gli specchi per guardarsi il viso, e si usa l’arte per guardarsi l’anima’.
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Come citare questo articolo
Elisabetta Zanchetta. “L’avventura artistica di Forno”. Ventaglio Novanta, n. 55, 2017. https://ventaglionovanta.it/archivio/lavventura-artistica-di-forno/