L’Avvocato entrò nell’ascensore e, indossando il suo affascinante sorriso, si accomiatò dai colleghi maschi, desiderosi di farsi notare, e dalle colleghe femmine, desiderose di una ben più intima attenzione. Lo avevano accompagnato, in adorante corteo, fino alle porte scorrevoli, dopo la fine della sua straordinaria conferenza su come risolvere, con un semplice espediente finanziario, le sofferenze bancarie dei maggiori Istituti di credito europei. Del resto, le sue conferenze erano sempre spettacoli pirotecnici: iniziavano in modo sommesso, il tono basso, quasi triste, a rimarcare situazioni senza speranza; poi, d’improvviso, come uno schiocco di frusta sulle misere aspettative degli astanti, l’intonazione della sua calda voce si alzava, trasformando, in un crescendo fantasmagorico, tragiche situazioni in geniali soluzioni. Tecnica collaudata e nota, ma al cui richiamo accattivante nessuno riusciva a sottrarsi.
Le porte dell’ascensore si chiusero e l’Avvocato, finalmente, si passò con faticosa lentezza la mano destra sul bel viso regolare. Al passaggio della mano, i lineamenti, così armoniosi, sembrarono deformarsi e gli occhi azzurri, sempre penetranti e vivaci, sbiadirono e si spensero. “E’ finita!” pensò, “Ma anch’io sono finito. Da tempo ormai, da quando l’ho vista la prima volta.”
Entrò nella lussuosa “suite”, uguale a tante altre, che ogni grande albergo puntualmente gli riservava a ogni meeting internazionale di cui, puntualmente, diveniva il protagonista.
Gettò sul letto la costosa borsa in pelle, la giacca firmata e la cravatta di seta, sfilata con gesto nervoso. Avrebbe voluto gettarvi anche la maschera della sua inesauribile genialità, che faticava sempre più a indossare, che gli torturava dolorosamente la fronte e le tempie, che prima o poi si sarebbe strappata dal volto davanti alla platea dei suoi ammiratori.
Mentre osservava il riflesso del suo volto disfatto sullo specchio del bagno, la rivide che si girava stupita, gli occhi neri splendenti, spalancati, quando, alcuni mesi prima, era rientrato bruscamente nella lussuosa stanza di uno dei soliti grandi alberghi per riprendere l’i-phone dimenticato. Capì che la sua vita era già irrimediabilmente cambiata nel momento stesso in cui il suo sguardo gli trafisse l’anima, la bocca graziosamente socchiusa, le labbra morbide, perfette.
La sua divisa da inserviente era un grembiulino rosa, forse un po’ troppo stretto, che faceva risaltare l’armonia delle sue forme, con grazia, senza volgarità. Scosse lievemente la testa, muovendo i riccioli neri, scusandosi senza timore, senza deferenza, con voce che all’Avvocato parve sinfonia.
“Mi perdoni, credevo che non ci fosse nessuno. Tornerò più tardi a riassettare”, e posò le lenzuola di ricambio sul bordo del letto, delicatamente. Si era rialzata e i loro occhi si erano incrociati, intrecciati, legati, per un attimo lunghissimo. Poi era uscita, volgendosi appena verso di lui, sfiorandolo, mentre gli passava accanto e rimaneva sospeso nell’aria il profumo di un fiore sconosciuto.
Dalla porta, rimasta accostata, aveva udito i suoi passi leggeri allontanarsi veloci lungo il corridoio, verso un indistinto brusio, che, un po’ alla volta, cresceva d’intensità e che infine riconobbe come chiare, allegre voci femminili: “Complimenti, ragazza mia! Appena arrivata e già sei in camera sua! Bella scelta! Meglio di così…perchè lo sai chi è, vero? “Così la canzonavano le colleghe, ma lui aveva sentito solo le parole, pronunciate a bassa voce, con cui lei aveva risposto: “Ma siete matte? Non alzate la voce, ci potrebbe ascoltare. Ero lì per caso… però è così bello. Mi ha guardato un attimo e mi si è fermato il cuore”.
Le lancette dell’orologio avevano girato frettolose ben oltre mezzanotte. Il pubblico in visibilio lo aveva trattenuto a lungo nella sala-conferenze, bombardandolo di assurde domande, di inutili puntualizzazioni su questioni che aveva già spiegato chiaramente. Per tutti aveva avuto risposte cordiali e appropriate, corredate dalla consueta ironia. Era stata un’impresa titanica non cedere al senso di ansia e di disperazione che lo opprimeva, senza rivelarli. Ma ora, disteso sul letto, si sentì sciolto da ogni tensione e tornò a pensare a lei; del resto non aveva mai smesso di pensarla e, pensandola, raggiunse la quiete e il sonno.
L’Avvocato udì un fruscio al suo fianco e poi sentì sulle labbra il suo bacio.
“Mi hai fatto aspettare tanto questa sera.” gli sussurrò lei. “Ho cercato di addormentarmi, ma senza di te mi è impossibile; allora sono rimasta qui, immobile, con gli occhi spalancati nel buio e ti ho aspettato. Ma tu continuavi a tardare”.
“Non ne potevo più di tutta quella gente, della loro insistenza, delle loro bocche aperte che continuavano a domandare, a domandare. Poi, spossato, sono giunto qui e mi sono disteso sul letto, mentre gli occhi si chiudevano. Infine, sei venuta tu”.
“Non ero già qui? Ma, se non ero già qui, come ci sono venuta? Ogni notte vengo da te, ogni notte sto con te, ma non conosco la strada che mi conduce alla tua stanza”.
“Non mi importa, amore mio. Conta solo che tu sia tra le mie braccia”.
“Ogni notte, succede ogni notte. Sto già dormendo, poi, ecco che cammino per strade illuminate, su marciapiedi affollati da persone che passano distratte accanto a me e a immense vetrine luminose. Sono entrata nell’ingresso di questo albergo sconosciuto, qualcuno dalla Reception mi ha guardato stupito, nessuno mi ha fermato, le porte dell’ascensore si sono aperte e sono salita. E ora sono qui con te, in questo letto così morbido, così accogliente. Ti ricordi? La prima volta mi sono messa a piangere”.
“Sì, mi ricordo. Piangevi perchè eri spaventata e chiedevi: “Dove sono? Come sono arrivata qui? Cosa sta accadendo?”.
“Ero spaventata, ma anche felice, perchè ti avevo riconosciuto. Non ti avevo più visto da quella volta che i nostri occhi si erano incrociati e i nostri cuori intrecciati. Poi, come un miracolo, io ero con te e tu con me. Ero tua e tu eri mio”.
“Quando ti ho vista la prima volta in quella stanza d’albergo, vestita di rosa, mentre ti muovevi graziosa e leggera, ho capito subito che stavi riempendo di te la mia vita ed era già scritto che tu saresti stata mia. E ora sei mia, ti ho desiderato e ti ho avuta e ti desidero e ti voglio sempre di più. Non te ne andrai via di nuovo, come le altre volte. Resterai con me, sempre”.
I loro corpi si fusero, come le loro anime. Un caleidoscopio di intermittenti luci colorate saliva dalle convulse strade sottostanti, si rifletteva sulla vasta vetrata all’ultimo piano dell’albergo per frantumarsi in una miriade di schegge luminose sulla parete di fondo della stanza. Il tempo trascorse, inconsapevole e inesorabile.
“Perchè ti sei alzata, amore mio? Dove vai? Vieni qui, vicino a me. Dammi un bacio”
“Eccomi, sulle tue labbra. Ma ora devo andare, ti devo lasciare. Non posso restare. Non è giusto, non posso tradire la mia promessa. Addio, devo andare”.
“Dove vai? Non andartene, perchè devi andare via?”.
“Lasciami, ora devo andare. Addio, addio!
“Non ti vedo più, eri qui un attimo fa! Dove vai? Dove sei?”.
“Dove sei?” urlò, guardandosi attorno.
“Dove sei?” sussurrò l’Avvocato, mentre nell’aria rimaneva sospeso il profumo di un fiore sconosciuto.
L’Operaio uscì dal bagno, si infilò la camicia e iniziò a indossare la tuta da lavoro. Come ogni mattina, quando l’alba faceva capolino tra le sottili fessure delle persiane, leggermente discoste. Come ogni mattina, non resistette all’impulso di volgere uno sguardo compiaciuto alla sua giovane moglie, ancora addormentata, distesa dolcemente su un fianco. Il lenzuolo le aveva lasciato scoperte le cosce e la luce del sole, penetrando nella penombra, ne disegnava la quieta, sensuale morbidezza.
Il candore della sua pelle fresca non cessava di eccitarlo, sebbene da tanti anni ormai fossero insieme. Innamorati, da subito, dalla prima volta che si erano conosciuti, nel cortile tra i caseggiati di periferia, dove i ragazzini si radunavano a sciami, intrecciando rapporti che avrebbero segnato le loro vite.
Venivano da famiglie umili, di gente che lavorava duramente, ancorata alla tradizione e alla propria dignità. Si erano dunque sposati da giovani, promettendosi eterno amore in Chiesa, con i fiori, i testimoni, i parenti, gli amici, il pranzo al ristorante con il taglio della torta. Ora lui lavorava in fabbrica e lei, grazie alle conoscenze di uno zio cuoco, lavorava come inserviente in quel famoso albergo. Si vedevano poco durante la giornata perchè il loro lavoro li teneva a lungo fuori di casa. Ma alla sera si ritrovavano, felici. E la lontananza quotidiana cementava sempre più il loro amore.
L’Operaio diede un’ultima, tenera occhiata alla bella moglie che non dava segno di volersi svegliare. In fondo, la sera prima era tornata tardissimo dal lavoro: il grande convegno internazionale, organizzato nelle eleganti sale dell’albergo, era andato per le lunghe e aveva richiesto l’impegno di tutto il personale fino alle prime ore del mattino. Era il suo giorno di riposo e non l’avrebbe svegliata; uscì dalla stanza senza fare il minimo rumore.
Lei non dormiva. Era sveglia, forse già da un’ora; l’aveva sentito alzarsi, andare in bagno, vestirsi in silenzio e uscire senza disturbarla. Aveva intuito che, prima di andarsene, il suo sguardo ammirato aveva indugiato sul suo corpo scoperto e aveva percepito il suo desiderio, ma aveva finto di dormire. Provava infatti una sorta di imbarazzo, quasi di colpa, e temeva in qualche modo di rivelarglielo, se lo avesse chiamato per salutarlo, baciandolo come al solito.
Si alzò pigramente, poggiando i piedi nudi sul pavimento; avvertì la freschezza delle mattonelle, chiazzate dalla luce sempre più vivida che bucava le persiane, e rimase immobile a contemplare la porta da cui lui era uscito. Sospirò, scosse la testa, agitando i riccioli neri.
“Ogni notte”, sussurrò “Ogni notte sempre lo stesso sogno, sempre lo stesso sogno. Com’è mai possibile? Meraviglioso! Ma, per fortuna, è solo un sogno”.
Mentre sollevava le persiane, continuò a ripeterselo. Senza crederci.
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Come citare questo articolo
Francesco Lanzoni. “Incroci d’amore”. Ventaglio Novanta, n. 55, 2017. https://ventaglionovanta.it/archivio/incroci-damore/