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ATTUALITÀ - INIZIATIVE CULTURALI

Gli antichi forti del Delta

A tu per tu con Luciano Chiereghin, indomito ricercatore, che ha individuato importanti tracce delle scomparse costruzioni militari

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 55 2017 pp. 150–151

Che nel corso del XVII secolo fossero stati allestiti alcuni fortilizi nel Delta – a presidio di un territorio in rapida evoluzione dopo il taglio di Porto Viro – era storicamente accertato dalla documentazione cartografica, fra l’altro pubblicata negli anni ‘70 in uno studio dell’allora direttore dell’Accademia dei Concordi Adriano Mazzetti. Impensabile era riuscire a trovarne le tracce.

Dobbiamo a Luciano Chiereghin, indomito ricercatore portotollese, alla sua passione (e alla sua determinazione nel cercare e scavare in luoghi oggi campestri o addirittura ricoperti in parte dall’acqua salmastra) l’individuazione delle tracce degli antichi forti. Non solo, perchè la ricerca di Chiereghin si è estesa al periodo della dominazioni napoleonica, austriaca, nonchè all’individuazione di una linea del telegrafo ottico di Napoleone ed infine alle costruzioni di difesa – finora mai oggetto di studio e ricerca – relative al periodo delle due guerre mondiali. E, a questo proposito, da segnalare l’ultimissima scoperta, avvenuta nel febbraio/marzo 2017 nel territorio di Rosolina, del basamento di un radar tedesco relativo alla seconda guerra mondiale.

Ci incontriamo con Luciano Chiereghin per saperne di più.

– Quando è nata questa sua passione per la ricerca nei confronti degli scomparsi fortilizi militari, fra l’altro edificati in tempi tanto diversi?

“L’inizio della ricerca è cominciata nel 2001, anche se il mio interesse per la storia locale risale ad un trentennio fa, ma allora mi dedicavo solo allo studio su documenti e libri altrui.”

– Come era considerata dall’opinione comune e dal mondo scientifico questa sua determinazione nel cercare in un territorio, come quello del Delta, ampiamente modificatosi nel corso del tempo?

“Vede, è difficile percepire, almeno per me, le opinioni del mondo scientifico nei miei confronti, visto che non appartengo a quel mondo e non ho nessun titolo di studio. Posso solo dire che, inizialmente, – dopo aver fatto parlare la stampa locale riguardo le mie scoperte, come il telegrafo ottico e altre – alcuni mi hanno preso per matto. Io però non ho badato a questi commenti poco benevoli e ho continuato imperterrito nelle mie ricerche, studiando ortofoto aeree e satellitari per poi confrontarle con le carte topografiche antiche e alfine georeferenziate. Ho sempre tenuto in buon conto la toponomastica, che, in una zona così mutevole, è l’unica che sopravvive ai cambiamenti morfologici e del tempo, contrariamente a certi antichi manufatti edificati con materiali fortemente deperibili (canne, argille eccetera) le cui tracce (a volte davvero esili) possono essere rilevate in loco solo da occhi esperti. Direi che esistevano ricerche per lo più superficiali, concluse dicendo che il delta del Po è una terra giovane perciò una terra senza storia, il che va smentito. Qualche altro se l’è cavata in modo molto semplicistico col il dire: Il Po, con le sue acque torbide, ha coperto tutto, oppure, ha eroso tutto. Io ho voluto verificare e non sono mancati i risultati e le sorprese”.

– Quando si è acceso l’interesse degli studiosi nei confronti dei ritrovamenti da lei effettuati?

“Molto recentemente, si può dire ieri, ma come suol dirsi: non è mai troppo tardi”.

– Quale è stata la sua maggiore soddisfazione?

“Senza alcun dubbio, la recente mostra “Giovani terre contese” dove, con grande soddisfazione, ho potuto incontrare tanti studenti e debbo dire che li ho visti davvero molto interessati”.

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “Gli antichi forti del Delta”. Ventaglio Novanta, n. 55, 2017. https://ventaglionovanta.it/archivio/gli-antichi-forti-del-delta/

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