Sto percorrendo la strada regionale rodigina 88 quando, incuriosita, entro nel piccolo centro di Melara, situato nella punta più estrema dell’Alto Polesine che si incunea tra le provincie di Verona e Mantova. Raggiungo il centro storico e, affascinata da alcuni antichi palazzi, procedo alla ricerca di edifici catalogabili nell’ambito dell’archeologia industriale.
Imbocco via Marconi e, all’incrocio con via Capitello – il cui nome è preso dal vicino Capitello dedicato alla Madonna Nera di Loreto – noto la presenza di un complesso con le caratteristiche ricercate. Attratta, supero un vecchio cancello in ferro arrugginito, entro e scatto alcune foto.
Coinvolgo un passante che mi accenna all’esistenza di un vecchio mulino risalente agli anni ‘30 e chiuso presumibilmente negli anni ‘70. L’edificio si trova in evidente stato di degrado, seppur non del tutto abbandonato. Sono evidenti qua e là, infatti, tentativi anche recenti di riutilizzo.
Passa qualche giorno e il mio interesse non viene meno, per cui decido di chieder un incontro con la sindaca di Melara, Paola Davì che, ricevendomi nella sede municipale, mi illustra la situazione.
– Recupero? Restauro? Nuova destinazione?
A queste domande Paola risponde:
“Ho avuto modo d’incontrare, in tempi recenti, la prof. Anna Maria Bacchiega, unica proprietaria del mulino terragno di cui stiamo parlando, che mi ha esposto le sue intenzioni di recupero e restauro conservativo. La sua volontà andrebbe nella direzione di una destinazione d’uso pubblico o pubblico/privato, ma, in considerazione del grosso impegno finanziario necessario, attualmente vedo molte difficoltà. Penso, tuttavia, visto lo stato attuale di ammaloramento, che un intervento sia necessario e debba svolgersi a carico del privato. Insieme, invece, si può pensare alla realizzazione di un piccolo museo, magari civico, sulla storia dei mulini terragni e natanti del territorio, magari attingendo ai finanziamenti regionali o all’aiuto delle fondazioni “.
Ulteriormente incuriosita, incontro Anna Maria Bacchiega, ben disponibile a rispondere alle mie domande. Mi racconta con evidente passione la vicenda dei suoi avi, sottolineando come la storia dei Bacchiega mugnai nasca sull’acqua, quella del Po. I Bacchiega, mugnai da secoli dunque, e la prof. Anna Maria, ultima discendente e testimone di questa storica famiglia. Ben determinata a salvaguardare il ricordo e, se possibile, gli elementi di quest’antichissima arte, dando così vita, con passione ed amore, al rinfresco di tanti ricordi familiari.
“Inizialmente – racconta – i Bacchiega tenevano un mulino natante sulla riva sinistra del Po a Melara, attraccato in località Mariconda. Siamo nel 1800, la proprietà era allora di Domenico, al quale poi subentrerà il figlio Pasquino e poi ancora il figlio di quest’ultimo Ido, mio padre. I Bacchiega possedevano alcuni mulini natanti, tre sicuramente, forse quattro. Il più grande, denominato Sant’Antonio, probabilmente dismesso, come molti altri mulini, in epoca prossima al 1937 per adempiere alla normativa tesa a facilitare la navigazione fluviale”.
“Al tempo – continua – mio nonno e mio padre, smontati gli elementi recuperabili, iniziarono la costruzione di un mulino in muratura, detto terragno, destinato alla macinazione del mais e del grano. All’epoca dava lavoro a una decina di operai. Durante le due guerre il molino era il riferimento per la sopravvivenza. Funzionava a pieno ritmo con turni continui, anche di notte, e proseguì così fino alla seconda metà degli anni sessanta. Dopo di che è iniziata una lunga e perniciosa crisi che vedrà la chiusura di molte di queste attività, compresa la nostra nel 1971”.
Anna Maria, visibilmente commossa, continua nel racconto, manifestando il suo impegno nell’opera di famiglia:
“Era un’attività ricca di sapere, di tecniche molitorie, di strumenti e delle loro parti con una nomenclatura specifica. Il vocabolario tecnico corrispondente è sorprendentemente ricco! E lo stile di vita del mugnaio e del cliente era cadenzato dai ritmi della natura. Il grano tenero coltivato veniva ammassato nei mesi di giugno e luglio, a seguito della mietitura. Le vie adiacenti erano, in quel periodo, caratterizzate da lunghe file di carretti, trattori e più tardi autocarri carichi di cereali che portavano il raccolto depositandolo sotto le tettoie annesse al molino. Vale la pena ricordare che la lavorazione della materia prima veniva sottoposta a diverse fasi. Dapprima il grano veniva lavato al piano terra e poi trasportato all’ultimo piano dove avveniva la macinazione, la separazione della crusca dalla parte nobile, detta il fior di farina, attraverso grandi setacci. Questi causavano la continua e fastidiosa vibrazione del pavimento in assito di legno”.
Nel volto sereno di Anna Maria affiora un sorriso tenero e pervaso da dolce tristezza, con lo sguardo rivolto a ricordi infantili, ma subito riprende:
“Gran parte dei macchinari, come la tramaglia, le tramogge e le moggia erano in ferro e legno. Mio padre controllava, regolarmente, che il fiore uscisse separato dalla crusca, attraverso una serie di setacci. Da questo processo usciva il fiore e il semolino. Ricordo lucidamente le macine, fissa e rotante a palmento, che erano sovrapposte: l’una ruotava sull’altra per macinare il mais. Il rabbligliatore che si occupava della pulizia e del ripristino della macina utilizzava le martelline e gli scalpelli, così che la pietra liscia, per la funzione esercitata, ritornava ad essere scabra, migliorando la macinatura. Tra le attrezzature utilizzate c’erano le bilance, le stadere, le bascule, le sessole, i sacchi di iuta, i paranchi, le stanghe, i cunei, i vagli, i setacci e molto altro ancora”.
“Gli ambienti che strutturavano il mulino – continua nella dettagliata narrazione – erano i magazzini di stoccaggio, l’area di produzione, gli spazi per l’ingresso della materia prima e quelli adibiti alla vendita e alla distribuzione del prodotto finito. L’opificio si presentava a più piani, a sviluppo verticale con ampi spazi, soffitti a capriate e pavimentazione in assito di legno. L’area occupata dal mulino, sia quella interna che quella esterna, era notevole. Basti pensare che nello stesso sito erano situate pure le stalle per i cavalli, quando questi rappresentavano l’unico mezzo di locomozione. E ciò fino alla fine degli anni ‘50, poi progressivamente sostituiti dai mezzi a motore. Altri elementi annessi al corpo centrale erano le barchesse per il ricovero dei carri, degli attrezzi ingombranti e poi dei camion”.
Anna Maria si prende ancora una pausa per lasciar fluire le emozioni affiorate, ma ben presto riprende la narrazione con una serie di note ed aneddoti, tutti legati dal fil rouge che unisce acqua, ruote, energia, sudore, facce bianche di farina, animali, veicoli, qualche bestemmia che inevitabilmente scappava tra una battuta e l’altra e così via.
“Per la gente, il mulino era un punto di riferimento: esprimeva vitalità, grande attività, fonte di lavoro e di nutrimento. Originava un notevole indotto fornendo lavoro, rifornendo all’ingrosso i fornai e vendendo direttamente alla clientela tradizionale. I contadini, oltre a portare grano e mais, andavano periodicamente a ritirare per le massaie le farine di risulta, bianca oppure gialla per la polenta, le spezzanelle per il pollame e la crusca per i maiali. In cambio della prestazione del mugnaio il contadino gli cedeva parte del frutto della sua terra e del suo lavoro, per cui era attentissimo affinché le sue fatiche venissero adeguatamente valorizzate. Proprio per questo, durante la contrattazione, il contadino portava il campione del suo grano in un cartoccio di carta da zucchero blu per valorizzarne colore e qualità. Contrattavano e utilizzavano un libretto, anzi il libretto perché il pagamento a saldo avveniva annualmente, con questa specie di mastro di partita doppia tra mugnaio e contadino”.
Tra gli aneddoti, quello che riguarda il padre del grande tenore Luciano Pavarotti.
“Pavarotti era proprietario, assieme ad un socio, del forno Lugli e Pavarotti di Modena che si serviva delle farine del nostro mulino e, negli incontri, parlava con mio padre del figlio Luciano e dei suoi desideri di realizzazione, in ambito lirico”.
Alla fine degli anni ‘60 la crisi economica e la comparsa di nuove tecnologie provocano la chiusura di moltissimi mulini. Tra le cause, anche il cambio delle abitudini alimentari indotte dalla pubblicità e la contestuale difficoltà da parte dei mugnai di adattarsi alla nuova situazione.
“Purtroppo, – continua Anna Maria – chi non ha saputo adeguarsi ai cambiamenti e alle nuove esigenze ne è rimasto travolto”.
Il finale è ammantato di una consapevole tristezza, solo ripianata da una storia piena di fascino, di amore e vita, come quella che i mugnai con la loro farina da millenni hanno saputo darci.
Anna Maria Bacchiega, laureata in filosofia medioevale, e più recentemente in scienze giuridiche, docente di lettere a Sermide ai Geometri, e a Mantova allo sperimentale “Virgilio” e poi al “Mantegna”, approda, nel 1993, al liceo “Curie” ora “Gonzaga” di Castiglione delle Stiviere, nelle vesti di preside. In tale ruolo è emersa la sua precisa e puntuale conoscenza delle norme e la capacità di gestione. Attenta all’innovazione e alla relazione con il suo territorio, ne ha sempre cercato la promozione. Sensibile alle esigenze dell’evoluzione ambientale, della innovazione multimediale, dello sviluppo urbanistico ed edilizio, ha dotato l’istituto il Galileo Galilei di Ostiglia, nel quale ha concluso il la sua attività professionale di dirigente scolastico, di ogni mezzo di innovazione tecnologica possibile. Ora vive a Porto Mantovano, ma spesso raggiunge Melara per rapportarsi con il suo mulino, con quella costruzione malinconica che vorrebbe vedere rianimarsi; desidererebbe condividere i grandi ambienti, dopo l’auspicato risanamento, con la collettività di Melara e del circondario. Lei è determinata a seguire il suo sogno: intende valorizzare la vecchia struttura, salvaguardandola dal degrado come testimonianza storica di civiltà e cultura del mondo agricolo al quale manifestare riconoscenza e di cui dobbiamo conservare un adeguato ricordo.
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Come citare questo articolo
Annalisa Marini. “Il Mulino Bacchiega”. Ventaglio Novanta, n. 57, 2018. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-mulino-bacchiega/