Nel corso del 2017 due importanti artisti di ascendenza polesana, interpreti di altrettante significative stagioni della pittura tra XVII e XVIII secolo, sono tornati prepotentemente alla ribalta per due eventi di rilevanza nazionale.
Si tratta di Carlo Bononi (1569?-1632) e Mattia Bortoloni (1696-1750), dei quali intendiamo occuparci con due interventi – il primo pubblicato in questo numero del Ventaglio, il secondo nel prossimo in uscita a dicembre – cercando di indagare nei risvolti della loro attività artistica e dei legami con il nostro territorio.
E’ con l’originale e pregnante epiteto di «ultimo sognatore dell’Officina Ferrarese» che Giovanni Sassu e Francesca Cappelletti, con il sostegno della Fondazione Ferrara Arte e delle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara, hanno dedicato, dal 14 ottobre 2017 al 7 gennaio scorso, una ricca personale, la prima nel suo genere, al talento di Carlo Bononi (1569?-1632), ospitata nella prestigiosa cornice di Palazzo dei Diamanti.
Una sfida, quella di dedicare un’esposizione ad uno dei più importanti interpreti dell’arte emiliana del suo tempo, diviso tra soggetti mitologici, rappresentazioni del quotidiano tendenti ad un marcato naturalismo, visibile in particolare nella resa anatomica del nudo maschile, e l’arte sacra condizionata dai rigorosi dettami del Tridentino. Una rassegna ampiamente premiata dal pubblico e dalla critica in un settore, quello delle mostre d’arte, spesso esclusiva di periodi e correnti molto più vicine nel tempo, e nell’anima, alla nostra inquieta contemporaneità.
Carlo Bononi, artista raffinato ed elegante, ispirato dall’arte caravaggesca ed emulo dei Carracci bolognesi – ma con una spiccata propensione al gusto barocco, alla scenografica teatralità e ai giochi di luce, che richiamano la lezione della scuola veneta e il suo caratteristico luminismo – conserva, al pari di altri suoi conterranei (a cominciare da quel Benvenuto Tisi da Garofolo recentemente celebrato, nel suo borgo natio, con l’apertura del MUVIG, primo esperimento italiano di museo virtuale), uno stretto rapporto con l’area transpadana, nella quale possiamo rinvenire numerose tracce della sua copiosa produzione.
Bononi, un itinerario altopolesano
I legami di Bononi con il Polesine partono dalla questione biografica, indagata da Andrea Marchesi nel catalogo della mostra estense, senza tuttavia giungere ad una risposta definitiva.
La data di nascita di Carlo Bononi, «Ferrariensi pictori egregio» secondo l’epigrafe tombale di Santa Maria in Vado, dove venne sepolto, in seguito alla morte avvenuta a Ferrara il 3 settembre 1632, viene tradizionalmente indicata nel 1569, in base alla tradizione iniziata dal secondo volume delle Vite di Girolamo Baruffaldi, che elaborò questo testo basandosi sul manoscritto di Carlo Brisighella, nipote del nostro autore, morto nel 1710. Una data che, tra gli studiosi, ha suscitato sempre controversie, sia sul piano artistico, non potendo attribuire con certezza alla mano del pittore opere anteriori all’inizio del XVII secolo, sia su quello geografico, che vedrebbe il Bononi nativo di qualche centro della Transpadana, dove la frequenza del cognome (e di numerose opere attribuibili alla sua mano o a quella dei suoi allievi) ha indotto, in passato, a qualche dubbio in tal senso.
La verifica compiuta dai curatori della mostra sui registri battesimali delle odierne Parrocchie di Fiesso Umbertiano, Trecenta, Pincara, Canaro, Garofolo e Ficarolo non ha fornito, da questo punto di vista, risultati nuovi e significativi.
A Fiesso, in particolare, dove sin dal XVII secolo il cognome Bononi risulta il più diffuso all’anagrafe comunale, con una media di 150 abitanti, prevalentemente originari della frazione di Capitello (a parte i ristretti nuclei parentali di un «Bonon» e di un «Zan Battista Bononi» segnalati dopo il 1579) le tracce della famiglia cominciano a comparire solamente dal 1590, in corrispondenza con i grandi spostamenti di manodopera seguiti alle bonifiche promosse da Enzo Bentivoglio nel comprensorio tra Stienta e Trecenta.
Aldilà della questione documentaria, resta innegabile il legame del nostro artista con la Transpadana, anche alla luce degli incarichi amministrativi e delle amicizie del padre di Carlo, Girolamo Bononi, podestà di Garofalo nel triennio 1573/76 ed in stretti rapporti con il notaio Girolamo Tisi, figlio di Benvenuto, al quale affidò, quale «letterato e Cancellerie dell’Almo Studio» ferrarese, l’educazione dei figli Ippolito, Carlo e Smeraldo.
Un legame col territorio polesano concretamente osservabile nelle opere dirette o ascrivibili alla bottega di Carlo Bononi che incontriamo a partire da TRECENTA, cuore della possidenza fondiaria bentivoliolesca nell’Alto Polesine, centro dove non casualmente sono visibili ben sei tele riconducibili alla mano dell’artista ferrarese¹.
Nella seconda edificazione della chiesa parrocchiale del paese – dedicata a San Giorgio, consacrata dal vescovo di Ferrara mons. Giovanni Fontana il 23 giugno 1596 assieme al nuovo cimitero – l’intervento del Bononi è collegabile alla presenza di uno dei suoi maestri, Giuseppe Mazzuoli detto Bastarolo (1536 ca.-1589), che firma la tavola raffigurante Sant’Eligio vescovo in adorazione del crocifisso, collocata nel presbiterio.
Nelle pareti del transetto, rispettivamente a destra e sinistra, due tele dal formato sagomato (cm 213 x 75,5), anticamente conservate nel coro, raffiguranti i Santi Pietro e Paolo, sono tradizionalmente attribuite a Carlo, di cui invece è certa la mano nella realizzazione, risalente agli anni ‘20 del XVII secolo, dell’Adorazione dei Magi (cm 245 x 138) sull’altare dedicato alla S. Epifania, adornato da marmi tardo barocchi collocati nel 1770 dall’arciprete don Francesco Azzi.
Poco fuori dalla piazza principale, a pochi metri dalla casa di Nicola Badaloni, lungo la strada che conduce al Gorgo della Sposa e all’antica frazione di Sariano, feudo della famiglia dei Contrari, si incontra quindi l’Oratorio della B.V. Della Consolazione e dei SS. Rocco e Sebastiano. Sorto attorno alla metà del XVII secolo a sud dell’abitato, quindi ricostruito nel 1711, l’edificio, restaurato nel 2002, è noto come «Capitello di S. Chiara», ed è caratterizzato da una forte devozione popolare, anche legata al ricordo dei caduti nelle guerre mondiali, al quale il sacello è stato consacrato nel corso del Novecento.
All’interno dell’oratorio, probabilmente provenienti dalla chiesa matrice, si trovano ben tre tele bononiane: S. Agata, una S. Lucia e una Vergine tra i Santi Sebastiano e Rocco, quadri recentemente rimessi in luce anche grazie all’opera di promozione e valorizzazione messa in campo dalla sezione giovanile della delegazione rodigina del FAI.
Sempre all’azione di bonifica dei Bentivoglio, oltre che ad un’intensa attività edilizia in campo ecclesiastico seguita al terremoto ferrarese del 1570 e alla contemporanea attuazione dei decreti conciliari, va collegata la committenza della pala della Natività della Vergine (olio su tela, cm 240 x 160), protettrice della gravidanza e del parto, che incontriamo nella chiesa parrocchiale di BAGNOLO DI PO, consacrata, al pari del tempio trecentano, il 24 giugno 1596 dal vescovo Fontana.
La pala, coeva all’altar maggiore della chiesa parrocchiale, si presentava «perfecta», anche se in posizione troppo nascosta («non dum ad locum proprium collacata fuit»), come sottolinea il presule nella sua visita pastorale e fu realizzata, «propriis expensiis pingi curavit» (cioè, di tasca propria) su commissione di Don Andrea De Auro, titolare della cappella della Vergine nella chiesa bagnolese negli ultimi anni del secolo. Già segnalata dal Baruffaldi e, più tardi, dal Gruyer come opera bononiana, la pala va riferita all’attività giovanile dell’artista ferrarese, ed è direttamente legata agli stilemi dello Scarsellino, in particolare la Natività della Vergine conservata nella chiesa di S. Maria Maggiore di Pieve di Cento. Siamo qui davanti ad un Bononi giovane, dalla composizione semplice, dai caratteri fisionomici tondeggianti e gonfi, dai panneggi solidi e dalla vivace ed armonica, anche se sommessa, cromia rosso-bruna, elementi che ne contraddistinguono il periodo anteriore al viaggio di «due anni e quattro mesi» nella Roma pontificia, nella prima decade del secolo, dove ebbe modo di apprendere e rielaborare con uno stile personale la lezione caravaggesca che “soppiantò” in lui l’iniziale interesse per i Carracci.
Sempre nella chiesa bagnolese, nella controfacciata, al centro del fornice sopra il portale, il dipinto ad olio raffigurante la Madonna Immacolata con i Santi Pietro Biagio e Gottardo, originariamente collocato sulla parete destra del presbiterio, appare, a detta degli esperti, come opera della scuola dell’artista.
Il nostro breve itinerario altopolesano sulle tracce del Bononi non può che concludersi nella Chiesa Arcipretale della Natività della Beata Vergine Maria a FIESSO UMBERTIANO, «ricca villa» nei primi anni del Seicento, il cui tempio venne ampliato nelle sue forme attuali nell’ultima decade del XVII secolo.
Nell’edificio, in cui elementi veneziani, ben rappresentati dalla Via Crucis di impronta tiepolesca, ed emiliani (la porticina del tabernacolo del caratteristico «altar zalo», ossia giallo dorato, conserva una tavola con l’Adorazione del Bambino attribuita da Vittorio Sgarbi alla mano dello Scarsellino) si fondono mirabilmente, in un rapporto continuo tra età moderna e contemporanea (le vetrate, ancorché parzialmente rifatte, sono della mano del ferrarese Giacomo Diegoli, ed il catino absidale è opera di quell’Augusto Pagliarini che lavorò negli anni ‘20 del secolo scorso anche nel Castello Estense), il Bononi e la sua scuola raggiungono una delle vette più elevate della propria produzione realizzando parte del ciclo di 26 teleri che adorna la controfacciata, i registri superiori della navata centrale e l’area presbiteriale della chiesa.
Il complesso, restaurato tra il 2002 ed il 2004 dalla ditta Sorpilli di Ferrara sotto la direzione della dott.ssa Samadelli della Sovrintendenza ai Beni Artistici di Verona, con un imponente sforzo economico sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, risulta in dialogo ideale con lo scenografico soffitto a 96 cassettoni lignei dipinti, unico nel suo genere in Polesine, e si compone di due gruppi distinti di tele.
Mentre il secondo ciclo, con grandi quadri raffiguranti Storie dell’Antico Testamento, oltre che una Natività di Maria e un’Assunzione collocati nell’area presbiteriale, è riferibile agli ampliamenti di fine secolo della chiesa, il primo, illustrante Storie di Maria, con alcune scritte visibili che indicano la committenza di cinque personaggi documentati nel paese nella prima metà del XVII secolo, è connesso alla fase decorativa del tempio che segue la consacrazione dell’edificio, avvenuta l’8 settembre 1622 da parte del card. Camillo Mauro.
Tale ciclo, di marcata impronta bononiana, ed è da collegarsi, da un lato, all’attivismo del rettore del tempio, il milanese don Bernardino Micario, a Fiesso dal 1609 al 1643, seguace del vescovo di Ferrara Giovanni Fontana, già collaboratore di Carlo Borromeo a Milano, dall’altro all’intensa attività della Confraternita del S. Rosario, sviluppata anche in paese, al pari di quella del SS. Sacramento, in seguito al Concilio.
Nel ciclo bononiano, che si compone di dieci tele (due, la Nascita di Maria Vergine e la Presentazione di Maria Vergine al tempio, di cm 150 x 170, le altre otto, Incontro di Sant’Anna e San Gioacchino alla porta aurea, Annunciazione, Sposalizio di Maria Vergine, Visitazione della Vergine a S. Elisabetta, Presentazione di Gesù al tempio, Assunzione di Maria Vergine, Madonna che intercede per le anime del purgatorio e Morte della Madonna di cm 180 x 110) è ben visibile la mano, oltre che di Carlo, del nipote Lionello Bononi, attivo verso il 1630, di Alfonso Rivarola detto Chenda (1590 – 1640), di Giuseppe Caletti detto il Cremonese (ca. 1595-1660), di Camillo Berlinghieri, Giovanbattista della Torre e, forse, del senese Rutilio Manetti (1571-1639), pittore naif di ascendenza caravaggesca rintracciabile nella Madonna che intercede per le anime del purgatorio e nella Morte della Madonna.
Il nostro percorso finisce qui, con gli occhi rivolti verso un ciclo pittorico che affascina e meraviglia, inserito nel clima controriformistico seguito alla Devoluzione e segnato dall’accento fortemente teatrale e dall’intonazione squisitamente sentimentale, in cui, dopo il soggiorno romano e il grande cantiere di Santa Maria in Vado, il Bononi filtra la lezione del Caravaggio, reinterpretata in squisita chiave barocca.
Un percorso che testimonia, ancora una volta, attraverso l’opera di un grande artista, i secolari legami dell’area Transpadana con Ferrara, nell’anno in cui, peraltro, ricorre il bicentenario della Bolla di Pio VII De salute dominici gregis (1 maggio 1818), che segnò il passaggio delle 20 Parrocchie rivierasche dalla giurisdizione estense a quella della Diocesi adriese.
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Come citare questo articolo
Marco Chinaglia. “Carlo Bononi (1569?-1632)”. Ventaglio Novanta, n. 57, 2018. https://ventaglionovanta.it/archivio/carlo-bononi-1569-1632/