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STORIA - TRADIZIONI

Le soppressioni dei Monasteri

Tra il XVIII e il XIX secolo soppressi e spogliati decine di istituti religiosi. Il caso di Rovigo

di Luigi Contegiacomo

Ventaglio Novanta n. 57 2018 pp. 48–53

Spesso una storiografia poco informata, divenuta luogo comune, attribuisce erroneamente a Napoleone e alla sua politica laica la soppressione di tutti i conventi, monasteri e confraternite religiose, oltre a corporazioni di arti e mestieri del territorio da lui conquistato. Ma in realtà la pratica di sopprimere beni ecclesiastici – per ottenere risorse a favore delle casse statali – fu avviata alcuni decenni prima dalla Repubblica di San Marco.

Prima di Napoleone

Infatti già il 20 settembre 1768 una Legge del Senato Veneto approvava una lunga serie di provvedimenti di soppressione di ben 127 conventi (19 solo nel Padovano). Era il segno di una società che mutava rapidamente pelle; si disgregava un tessuto sociale radicato da secoli, che vedeva nelle strutture ecclesiastiche punti di riferimento importanti, se non gli unici, nelle comunità locali sia per i residenti che per i viandanti e i poveri.

Con la soppressione di monasteri, conventi, ospizi e con l’incameramento delle loro rendite venivano meno preziose valvole di sfogo sociale, ma anche interi sistemi economici che, pur statici ed arretrati, avevano assicurato per secoli lavoro e sopravvivenza agli strati più miseri della popolazione.

Negli anni settanta del ‘700 sparivano così dall’ampia costellazione di conventi e monasteri del Polesine:

• il Monastero olivetano della B.V. del Pilastrello di Lendinara (nel 1779);

• il Convento di S. Francesco di Lendinara (acquistato all’asta nel 1668, dopo la soppressione degli Eremiti di Fra Girolamo da Fiesole, dai francescani minori detti “zoccolanti”), soppresso con bolla papale 16 settembre 1769 e venduto dalla Repubblica al nobile Paolo Minio nel 1775 che deve in cambio eleggere e mantenere il parroco della chiesa di S. Biagio e provvedere alla manutenzione degli edifici piuttosto malridotti);

• il Monastero domenicano maschile di S. Antonio Abate di Rovigo (soppresso nel 1768 e rivenduto tre anni dopo alle terziarie domenicane);

• il Monastero agostiniano maschile rodigino di S. Agostino (soppresso nel 1772), al cui posto sarebbe di lì a poco sorto il nuovo Seminario vescovile voluto dal vescovo Sperone degli Alvarotti;

• il piccolo Convento della Fraglia dei Battuti di Rovigo (retto dai gerolimini, fu soppresso nel 1772 e al suo posto nel 1818 fu eretto il Teatro Sociale);

• il grande complesso camaldolese di S. Maria della Vangadizza, soppresso l’11 aprile 1789, le cui rendite andarono a rimpinguare le esangui casse della Repubblica l’anno successivo con decreto del 27 marzo 1790 (La giurisdizione abbaziale plurisecolare fu soppressa il 7 settembre 1792);

• già intorno al 1760 era stato soppresso, dopo lunghe diatribe con la locale parrocchia, il Monastero agostiniano degli Eremitani di S. Pietro di Polesella: la chiesa passava alla Parrocchia sino all’arrivo di Napoleone quando fu chiusa nuovamente per essere riaperta con il secondo governo austriaco e trasformata in caserma nel 1848.

L’occupazione napoleonica

Tra aprile e maggio 1797, dopo i preliminari di pace di Leoben del 18 aprile, il Veneto fu rapidamente occupato – senza versamento di sangue – dalle truppe napoleoniche, venendo meno così, dopo oltre 3 secoli, la dominazione veneziana. Il 28 aprile 1797 l’armata francese occupa Padova e viene emanata dal generale Francesco Guglielmo Brune e da altri comandanti di divisione italiani (tra i quali il Massena, Girolamo Polcastro, Girolamo Dottori, Girolamo Lazara, Antonio Vigodarzere) una vasta riforma amministrativo-economica che riorganizza totalmente il territorio padovano, organizzando ben 9 comitati settoriali (Sicurezza, Istruzione, Sanità, Economia pubblica, Finanza, Agricoltura, Commercio, Arti e Mestieri, Acque, Militare e sussistenza, Pesi e misure).

Viene istituita anche una Commissione straordinaria per i giudizi in materia penale col compito di sostituire i giudizi in tale materia dei Podestà e dei Vicari veneziani, in funzione da secoli e oramai inadeguati ai tempi, al pari dei giudizi in materia civile che vengono ampiamente riformati (processo che si concluderà anni dopo con l’emanazione del Codice Napoleone). Nasce la nuova Municipalità di Padova (composta da 23 membri) che insieme alle altre della provincia collabora coi suddetti Comitati.

Il 12 maggio 1797 l’esercito francese, guidato dal generale Giovanni Battista Rusca, entra in Rovigo e viene istituito un governo municipale provvisorio che resterà in carica sino al 23 gennaio 1798, data in cui il Polesine passa, in seguito al trattato di Campoformio del 17 ottobre 1797 all’Austria.

Nasce il 29 giugno la Repubblica Cisalpina, che fonde Repubblica Cispadana e Repubblica Transpadana, e intanto il Brune il 22 luglio 1797 istituiva a Padova presso la Municipalità locale, epicentro della nuova amministrazione francese nell’area euganea e polesana, il Governo Centrale del Padovano, Polesine di Rovigo ed Adria.

La situazione economica, già compromessa nelle due province dalle carestie, dalle epidemie portate dalle armate e dalla necessità di approvvigionarle di mezzi di sussistenza (le rapine, le requisizioni e le violenze da parte dei militari erano all’ordine del giorno), era al tracollo e nuove tasse si sommavano a quelle già imposte dalla Repubblica Veneta: Taglione, Testatico etc.

Si rende così necessario provvedere quanto prima alla soppressione massiccia di conventi e scuole religiose per incamerarne i beni e rimpinguare in questo modo le casse statali svuotate da guerre e arretratezza economica spinta.

Da una statistica avviata nel 1790 e 1792 dal vescovo Sperone degli Alvarotti risulta che gli istituti religiosi della diocesi godevano di ben 60 benefici che rendevano ai beneficiari ben 16.500 ducati veneti. E a tutto ciò si aggiungeva il patrimonio mobiliare costituito da argenterie, mobili, quadri, oggetti d’arte e suppellettili spesso di enorme valore.

Le soppressioni napoleoniche

A Rovigo, con Decreto del Governo Centrale 10 ottobre 1797, furono così soppressi il Monastero olivetano di San Bartolomeo e il Convento francescano di San Francesco. (Atti notarili conservati in ASPD).

I beni furono messi all’asta a pubblico incanto da Michele Salon, Direttore generale al “Burò” di amministrazione e vendita dei beni nazionali. Presidenti della Commissione straordinaria appositamente costituita erano 2 padovani, Francesco Bia e Giambattista Valvassori.

I beni che ne costituivano il patrimonio e che assicuravano agli antichi istituti religiosi la sopravvivenza da secoli, una volta demanializzati, erano destinati ad essere venduti successivamente: i religiosi divenivano in sostanza salariati dello Stato: del patrimonio demanializzato facevano parte immobili, terreni, decime, livelli e legati.

Il 17 novembre 1797 venne tenuta la prima asta pubblica sulla base del “Cartellone” che descriveva nel dettaglio detti beni fissando per ognuno una “polizza d’incanto”, cioè un valore d base su cui l’offerente faceva la migliore offerta. Il Direttore generale del “Burò” provvedeva in seguito all’alienazione vera e propria (addossandosi eventuali debiti tributari e campatici) tramite rogito notarile. L’acquirente di norma doveva addossarsi anche i vitalizi per i religiosi sfrattati, se privi di aiuti familiari e di alloggio. L’importo del sussidio veniva detratto del prezzo dell’acquisto e fissato con atto notarile distinto da quello dell’alienazione del bene.

San Bartolomeo di Rovigo

I beni immobiliari del Monastero olivetano al momento della vendita all’incanto il 17 novembre 1797 erano costituiti da terre in località Bresega, contrada “La Restara”, in S. Apollinare, contrada “La Selva”. Vi erano poi vaste possessioni: “Ca’ Bianca”, “Ca’ Rossa”, “Ca’ Verde”. Un’altra era in località “Baltun”. Vi erano poi beni sotto Agna (possessioni “Valmezzana”, “Carantin”, “Carrare” e Fosso Novo), di valore di gran lunga inferiore alle fertili terre polesane.

Nelle possessioni vi erano numerose case coloniche, oratori, ospizi, cortili e broli, case di muro e di paglia, orti, “chiesure” (terreni coltivati a viti, pomi e prato vicini alla casa padronale). Le rendite erano di tutto rispetto! La tassa dovuta era in genere dell’8%. Sui beni l’acquirente era tenuto a corrispondere alcuni obblighi vincolati dai legati da cui provenivano le rendite stesse, tra cui messe.

In tutto S. Bartolomeo presenta all’incanto 1321 campi, quasi 591 ettari e vari immobili per un totale di lire venete 1885.327 (poco più del prezzo base di vendita all’incanto pari a lire 1.743.476), la maggior parte dei quali aggiudicati da nobili padovani e da rampanti membri della borghesia della Città del Santo: si trattava in valore attuale di circa 10-12 milioni di euro, corrisposti dagli acquirenti in parte in contanti, in cambiali, ma molto più spesso in “partite d’imprestito patriottico”, ossia coi crediti acquisiti dagli aggiudicatari per approvvigionamenti e forniture date all’esercito tramite il Governo centrale. Fu così che nelle esangui casse dell’Erario entrò solo una minima parte degli introiti: 66.498 lire: il 3,53% del totale del frutto delle vendite!!!

L’incanto permise l’alienazione di tutti i beni, al contrario di quanto avvenuto per i beni del monasteri padovani.

La demanializzazione e il passaggio da mani religiose a mani laiche si risolse alla lunga in un ricambio notevole nella gestione della proprietà che negli ultimi anni della Repubblica erano oramai quasi improduttive, legate a sistemi colturali antiquati.

Nel 1799, con il ritiro delle truppe francesi, i monaci torneranno nel Monastero, restandovi sino al 1810

San Francesco di Rovigo

I beni messi all’asta dal 21 novembre al 3 dicembre 1797, di gran lunga inferiori quantitativamente rispetto a quelli del ben più ricco monastero olivetano, si trovavano concentrati in tre località per lo più limitrofe tra loro: a Rovigo nei pressi del Convento francescano, nelle “ville” di Bresega (contrade “Ruschio” e “L’Albera”), Sarzano (contrade “La Vignazza”, “Il Campiello”, “La Croce”, “Le Capuzzare”, “Le Corone”, “La Forcà”, “San Francesco”, “Il Gorgo”, “La Cezza” e “Il Canton”), Arquà Polesine alle Granze (contrade “La Rovere”, “Le Mattiole”, “Le Frattine”, “Le Pettenelle”, “Le Montane”, “Le Murette”, “La Pantana”) e di Roverdicrè (contrada “La Schioppa”): 332 campi (151 ettari) in tutto per una stima complessiva di vendita all’incanto di lire venete 330.488: meno di 2 milioni di euro attuali.

Solo il 4,11 % entrò nelle casse dell’Erario, essendo il resto costituito da crediti che gli acquirenti avevano con lo Stato e da cambiali. Anche in questo caso il notaio padovano che stipulò le alienazioni di tutti i beni per 378.810 lire venete era Antonio Maria Zabeo.

Coll’arrivo dell’armata austriaca i frati restavano comunque nel convento.

Nasce una nuova borghesia

Grazie alle soppressioni e agli investimenti di nuovi ricchi, nasce una nuova aristocrazia per così dire borghese: ebrei, emancipati con Editto 2 settembre 1796, e appaltatori di dazi si sostituiscono ad una aristocrazia terriera insensibile e ad un clero oramai da tempo attento molto più ai beni venali che alla missione spirituale.

Lo Stato laico, ispirato a principi illuministici e rivoluzionari, subentra in toto ad uno Stato o meglio a vari Stati collusi col potere della Chiesa, indebolita da scandali devastanti, come quello che coinvolge i Gesuiti, accusati di commerci illegittimi e di essere governo ombra della Chiesa.

Le possessioni religiose demanializzate passano spesso nelle mani di ricchi banchieri e commercianti israeliti che finalmente possono investire in beni immobili i capitali accumulati in secoli di attività.

Nuove collocazioni e plurime dispersioni dei beni mobili

Se dei beni immobili è abbastanza agevole seguire le tracce, grazie agli atti notarili, alle polizze d’estimo e agli accatastamenti successivi, resta da affrontare la questione, molto più complessa, dei beni mobili e in particolare dei quadri che finirono in diversi Istituti culturali (chiese, pinacoteche, musei, uffici pubblici), o di cui si sono perdute le tracce.

Già il 23 maggio 1797 il Governo provvisorio decretava la consegna di tutte le argenterie delle chiese rodigine ad esclusione di quelle strettamente necessarie agli uffici sacri. Si trattava di preziosi ingenti che avrebbero alimentato le esangui casse dell’Erario e di cui si sono perse in parte le tracce se non il ricordo affidato agli inventari delle singole parrocchie, spesso molto dettagliati.

Ben 35 dei quadri sottratti al convento rodigino dei frati Cappuccini finirono all’Accademia dei Concordi trovando una sede di conservazione sicura e una sistemazione degna.

Altre notizie di beni sequestrati provengono dal ferrarese dove un Editto della Municipalità ferrarese del 1796 aveva disposto la consegna di tutti gli argenti. Il 29 giugno, data di fondazione della Repubblica Cisalpina, il parroco di Sariano scriveva ad un amico parroco: “Non so come regolarmi rispetto all’editto pubblicato in questi giorni, che riguarda la somministrazione di ori ed argenti… dare tali e tante argenterie o non darle…”. Il collega gli rispondeva: “io e Calto e Massa abbiamo dato tutto, corona di Madonna, turibolo, aspersorio, portella di tabernacolo… Dio liberi da questa disgrazia. Siamo in mezzo ai nemici…”. Intere biblioteche ecclesiastiche, spesso antichissime, alimentano le raccolte civiche, le Accademie, i Musei, specie di Ferrara.

L’arrivo degli austriaci nel marzo 1799 – appoggiati dall’insurrezione popolare a Ferrara nello stesso mese e in Transpadana nell’aprile seguente contro i francesi – provocherà la sospensione delle pratiche per le soppressioni.

Ma il Polesine dopo solo 2 anni tornerà saldamente in mano a Napoleone, in base alla pace di Luneville del 9 febbraio 1801 che consegna Ferrara e il Polesine a Napoleone.

Le nuove soppressioni del 1805

Sarà solo con il 1805 e con la stabilizzazione del governo napoleonico nel Regno d’Italia che riprenderà la pratica delle soppressioni e di una ulteriore limatura alle rendite del clero: max 700 lire a ogni conventuale e sparizione della maggior parte degli Ordini religiosi per concentrare frati e monaci in pochi Istituti più facilmente controllabili. I poveri ne venivano allontanati e mantenuti nella società a spese dello Stato.

Riprendeva la vendita all’incanto di beni immobili mentre ulteriori beni mobili (quadri, suppellettili, calici, candelabri, paramenti sacri, altari, mobilio) venivano incamerati dall’Erario per sostenere le spese militari.

Alcuni beni rimasero affidati dal Demanio alle rispettive chiese e ad Istituti del territorio, molti altri, probabilmente i più preziosi seguirono altre strade non sempre trasparenti e chiare, tanto che le rivendicazioni successive, pur reiteratamente tentate dal Governo lombardo-veneto e dallo Stato italiano per oltre un secolo, non sortirono nella maggior parte dei casi, esito alcuno. Nonostante infatti l’Amministrazione francese avesse disposto la stesura di frettolosi inventari dei beni mobili (con le sole stime venali ma privi di elementi descrittivi che ne permettessero in seguito l’identificazione), incuria e più probabilmente malafede e dolo fecero sì che buona parte degli inventari sparissero e con essi persino i nomi degli assegnatari e dei custodi dei beni stessi.

Difficile non pensare che molti arredi preziosi, libri e quadri siano finiti, come capita in tutte le guerre, in mano di ufficiali francesi e di poco zelanti funzionari che videro in essi una possibilità di facile arricchimento.

Per i governi successivi fu più semplice seguire le tracce dei preziosi affidati a chiese e Istituti non ecclesiastici se non alla Curia stessa e al Seminario vescovile e di essi restano agli atti nell’Archivio dell’Intendenza di Finanza (in Archivio di Stato) elenchi preziosi con tentativi di attribuzioni spesso interessanti. Si tratta di beni provenienti dalle chiese di S. Francesco, S. Stefano (mai soppresse), S. Rocco, dal convento della SS. Trinità, dal Monastero di S. Bartolomeo, dal Convento di S. Francesco e da quello dei Cappuccini di Rovigo (di questi ultimi si sa da un rapporto del 23 luglio 1805 che i quadri più preziosi confiscati furono consegnati dal Demanio al Liceo di Ferrara, mentre quelli di valore minore saranno trattenuti presso la Direzione demaniale), dalle varie Scuole soppresse.

Di molti beni si è persa traccia sin dal 1819 (quando l’amministratore delegato fiduciario del Demanio di Rovigo si disse impossibilitato a redigere qualsivoglia inventario). Decenni di indagini continuate con straordinaria tenacia dai funzionari del Demanio sino al 1909 (un secolo) finirono in un nulla di fatto: né Intendenza, né Ministero di Grazia e Giustizia in Roma, né Direzione generale del fondo di Culto conservavano documentazione ed inventari, per cui si concluse che forse gli arredi e i preziosi erano stati “lasciati in uso ai religiosi del Duomo”: era la classica chiosa di una ricerca infruttuosa in cui troppi interessi economici privati avevano ostacolato il recupero.

La nuova ondata di soppressioni riguarderà anche le terziarie domenicane di S. Antonio Abate di Rovigo, subentrate al Demanio nel 1771. Le monache vengono definitivamente spogliate del loro bene con processo verbale del 19 luglio 1805 per essere poi del tutto allontanate con processo verbale 13 maggio 1810.

Tra i quadri preziosi conservati nella Chiesa doveva esserci un Battesimo di Gesù della Scuola di Tiziano donato ad una suora del Convento, suor Felice Ferrarese (da identificare con suor Maria Felicita Baseggio, nata a Ferrara). La tela fu poi acquistata dal Silvestri, da cui pervenne, pare, alla Pinacoteca col legato Silvestri (Romagnolo, pp.324s., n.345 di inventario. Non reperito).

Tre giorni dopo la prima avocazione al Demanio di S. Antonio Abate, con processo verbale 22 luglio 1805, il Demanio incamerò i beni restanti del Monastero di S. Bartolomeo di Rovigo, soppresso definitivamente poi con processo verbale 17 maggio 1810 e messo immediatamente all’asta.

Con i beni di S. Bartolomeo viene soppresso anche l’annesso oratorio della Madonna dei Sabbioni.

Sempre nel 1805, in data 15 luglio, il Demanio incamera i beni residui del Convento rodigino di S. Francesco, soppresso definitivamente l’8 giugno e trasformato in parte in caserma (al parroco resta l’uso della sagrestia e si sceglie arredi e suppellettili necessari ai sacri uffici tra cui figurano secondo il verbale del 6 maggio 1806 moltissime pianete, piviali, 4 messali, camici, candelieri, armadi, banchi, leggii, reliquiarii, la statua di S. Antonio teca di cristallo legno dorato che è in S. Francesco dove è anche un “espositorio d’intaglio costituito da un baldacchino, tabernacolo scalino per l’altare maggiore”, campane, orologio da campanile) e la cui comunità di frati verrà allontanata il 17 maggio 1810. Frattanto avverrà la trasformazione nel 1806 della relativa chiesa in parrocchiale al posto di quella antichissima di S. Giustina, soppressa anch’essa con Decreto della Direzione generale del Demanio 3 settembre 1805 e demolita in tutta fretta nel 1808 per far posto al mercato. Provvedimento questo criticatissimo e oltremodo ostacolato dalla popolazione e dal Clero, provocando proteste veementissime e la rivendicazione di suppellettili che “appartengono quasi tutte a confraternite e privati”: al parroco resteranno in realtà solo mobilio e suppellettili essenziali.

Lo stesso anno sono soppressi il piccolo Convento francescano delle Muneghette, vicinissimo alla Rotonda e abbattuto nel 1860, l’attigua chiesetta della Concezione, il grande complesso delle Agostiniane della SS. Trinità, soppresso con atto del 19 agosto 1805 e chiuso definitivamente il 12 maggio 1810, mentre la chiesa resta succursale di S. Francesco dal 1810 al 1871 quando viene demolita per far posto all’aula delle udienze del nuovo Tribunale. Le pale che adornavano i suoi altari finiscono all’Accademia dei Concordi.

Chiude anche la Scuola di S. Rocco di Rovigo con atti del 25 aprile e del 23 maggio 1806 (la chiesa resta succursale di S. Francesco, tra i beni superstiti ancora esistenti in chiesa nel 1819 è una pala d’altare della confraternita della B. V. di Loreto, 1 organo di cantoria e vari quadri della Confraternita di S. Rocco, un quadro di S. Francesco di Paola della Scuola di S. Francesco di Paola), e chiudono tutte le Scuole (e relative cappelle) religiose della provincia.

Ma la spogliazione degli Istituti religiosi non era ancora terminata. Sarà il 1810 l’anno che ne segnerà la chiusura definitiva.

Esamineremo nel prossimo numero di Ventaglio 90 questo ulteriore passaggio, caratterizzato da un taglio netto col passato e la trasformazione di decine di beni per secoli gestiti da religiosi (complessi monastici, chiese, oratori, ospizi) in semplici “case d’affitto” o in caserme militari e di polizia.

Utilizzo dei contenuti

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Come citare questo articolo

Luigi Contegiacomo. “Le soppressioni dei Monasteri”. Ventaglio Novanta, n. 57, 2018. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-soppressioni-dei-monasteri/

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